Flag of Israel דגל ישראל The prettiest and most moving flag in the world - the flag of the only Jewish state in the world - the flag of Israel Rishon LeZion, Israel ראשון לציון, ישראל

A cura di Davide Maria Nutricati –

Scorrendo le pagine dei giornali, perdendosi nell’ “effetto centrifuga” dei media, non vi è traccia – o almeno non con la dedizione che si converrebbe – di una storia ormai quasi secolare. Probabilmente – se la si conoscesse – carpirebbe l’interesse di molti, l’emozione di qualcuno, la presa di coscienza di chi non guarda oltre il proprio recinto e relega taluni fatti d’oltreoceano – più o meno gravi – a “cose tra arabi”. E’ la storia dello Stato di Israele, del suo grande popolo e della sua resistenza straordinaria. Andando a ritroso nella memoria, risulterà di assoluta evidenza uno stato di cose: per nessun paese, nessuna popolazione, benché vinti e profondamente segnati da guerre ed occupazioni, si è ritenuto -eccezion fatta per il caso citato- che quella realtà dovesse non soltanto essere delegittimata, ma anche distrutta e privata di uno dei principi fondanti alla base di ogni ordinamento e civiltà: esser privati della propria terra. Un atto oppressivo, profondamente lesivo della dignità e dei diritti fondamentali in capo ad ogni individuo. E ciò che impedisce l’autodeterminazione dei popoli, colpisce anche il tessuto sociale arrivando al singolo, ostacola lo sviluppo della comunità e l’insorgenza dello spirito di appartenenza in chi non vede riconosciuto il sacrosanto diritto ad indentificarsi entro certi confini, in un punto preciso del pianeta. La vera guerra asimmetrica è quella combattuta da Israele, nella speranza della sopravvivenza. Hassad, assieme ai “moderati” di Abu Mazen, inserisce nella propria legislazione l’obiettivo dell’annientamento dello Stato d’Israele, in un contesto peraltro già complesso sul piano politico e sociale, complice – immancabilmente – un perenne disinteresse dell’Occidente. Oggi, il principale partner per la salvaguardia delle libertà e della sicurezza israeliane appare essere il Generale Al Sisi, attuale presidente egiziano. Il trait d’union tra i due Paesi è evidente: Al Sisi, seppur attraverso l’oppressione e l’impiego di mezzi coercitivi sulla popolazione civile (che non legittima il suo governo, insediatosi a seguito di un golpe), si professa primo avversario di Hamas e – conseguentemente – dei Fratelli Musulmani, i quali predicano proprio la neutralizzazione dello Stato tanto disgraziato. Unite le forze, altro obiettivo condiviso è la repressione – attuata congiuntamente e con formidabile riuscita secondo fonti egiziane – dei gruppi terroristici sunniti, in special modo Daesh e Jabat Al-Nusra. Israele invoca il miracolo per la partnership tanto proficua e per l’attenzione di un paese straniero su una problematica ben lontana dal vedere la fase risolutiva; contemporaneamente l’Egitto dimostra la sua scaltrezza nel rivendicare i risultati – pur esigui – finora ottenuti, ma lo fa senza particolare entusiasmo. Attribuirsi lo status di potenza statale a sostegno di Israele non potrà certo giovare a nessuno. Tuttavia, rifuggendo l’euforia e l’entusiasmo inopportuno ed avventato, non bisogna lasciar cadere nell’oblio quanto quotidianamente accade ad opera del regime egiziano, che, strumentalizzando la lotta al fondamentalismo, attua una politica nazionale dalle pesanti e tragiche ripercussioni sui cittadini (ripercussioni sulle quali, probabilmente, a causa di interessi collaterali, non verrà mai fatta luce a sufficienza). In conclusione, lo scenario delicato urge un intervento sistematico ed una politica estera coerente da parte delle altre nazioni ed organizzazioni internazionali, ricordando e partendo da ciò a cui questo straordinario paese non può rinunciare: una fortissima identità nazionale. La lotta di Israele è la nostra battaglia, quella che vede un’oasi di democrazia vittima del dispotismo. Non bisogna neppure trascurare l’importanza di valutare con attenzione “la mano che viene tesa”, affinché – scongiurando politiche spregiudicate e dall’approccio opportunista – non si vada addirittura nella direzione opposta a quel che dovrebbe essere, invece, il fine: un solido e duraturo processo di democratizzazione nel rispetto dei diritti umani. E’ questo un percorso indispensabile per infondere stabilità e civiltà, in onore e per un popolo che avrebbe diritto a cessare, finalmente, la sua valorosa resistenza. Un sentiero impervio, lungo ed irto di ostacoli, che tuttavia non può non riconoscere tra le sue aspirazioni anche la caduta del muro in Cisgiordania ed il “ravvedimento” dei tanti – troppi – professionisti dell’odio e dell’antisemitismo internazionale. Un sogno che vedrà la resa degli onori ad un popolo intraprendente, fermo nella sua affermazione identitaria e a quanti caddero inseguendo giustizia e libertà.

Shalom.