A cura di  Clotilde Formica –

Involucri di uomini giacciono vicini in una stanza vuota, gli sguardi sono vacui, la postura noncurante, le uniche presenze preponderanti e loquaci risultano essere la mancanza di calore umano ed il silenzio. Correvano gli ultimi anni dell’ 800 e Degas dipingeva la decadenza sociale come un bicchiere mezzo pieno di assenzio. Sono passati tanti anni eppure il mondo è ancora ubriaco. Risulta facile sostituire quel bicchiere mezzo pieno con uno smartphone di ultima generazione: lo sguardo assente rimarrebbe lo stesso, il silenzio assordante non ridurrebbe il suo volume, il calore umano sarebbe ancora ai limiti dell’umano. Diminuiscono le distanze ed aumenta il distacco; il virtuale ha il sopravvento sul reale: “preferisci la pillola blu o la pillola rossa?” direbbero in Matrix. Dunque cosa è reale e cosa non lo è in un mondo in cui la verità viaggia al ritmo della fibra ottica? Il virtuale è fondamentale, affascinante quanto pericoloso. Fino a qualche anno fa le lamentele dei bambini venivano placate con dei giocattoli, oggi offre un cellulare con un giochetto colorato; così i bambini sono abituati ad avere a che fare con i social sin da quando sono piccoli ormai: in America addirittura usano creare dei profili social ai bambini quando sono ancora in grembo. Tutto questo è davvero utile alla società e al suo sviluppo? Quanto caro può costare il progresso? Quanto siamo disposti a sacrificare per una manciata di apprezzamenti virtuali? Questa non vuole essere una critica che sarebbe sin dal principio viziata di incoerenza, piuttosto vuole essere un monito che in primis rivolgo a me stessa. “The Big Brother is Watching you”: io sono ancora fiduciosa di poter scegliere cosa fargli osservare e cosa lasciare nell’intimo della mia riservatezza.