Cioè il grande problema di quanto la Natura entra nella morale e la morale accoglie Natura.

A cura di Augusto Drisaldi Sette

Ogni uomo si è sempre chiesto, nel suo intimo, cosa stiano a significare le ambigue espressioni di bene e male.
Il discorso si può affrontare da molteplici angolature, argomentando a partire da un’applicazione del concetto di Natura e di tutto ciò che ad esso è collegato, piuttosto che da una trattazione aprioristica della morale.
L’uomo, inferenzialmente assopito, conduce la difesa del giusto nascondendosi dietro alla pericolosa affermazione – se non utilizzata con le dovute accortezze – che qualcosa sia giusto per natura, o peggio che qualcosa sia contro natura.
Nella storia dell’uomo questa parola è stata colorata da innumerevoli caratterizzazioni. Nel mondo occidentale a gravitazione cattolica, la Natura, intesa come la manifestazione della Volontà divina, è stata considerata come il banco di prova di ciò che è moralmente giusto o sbagliato, arrivando a sostenere l’idea che la Natura, come il creato ce la presenta, sia, anzi debba essere il primum della discussione etica. È abbastanza evidente, a un occhio allenato in queste tematiche, che il nostro interlocutore ha una confusione terminologico-tassonomica riguardo al termine Natura. Le varie accezioni che nei secoli hanno caratterizzato il termine, più le varie reazioni emotive che la parola stessa suscita nell’uomo, hanno legato alla Natura significati lontani da quello originario, ma comunque ad esso abbastanza vicini da generare una forte confusione.
Possiamo individuare immediatamente una duplice accezione della parola, in primo luogo essa sembrerebbe essere utilizzata per significare tutto l’insieme dei fenomeni del mondo, è un nome collettivo per indicare tutti i fatti effettivi e possibili, è un nome per il modo in cui accade ogni cosa: è un nome per la totalità del mondo.
In secondo luogo, invece, ci si presenta un’accezione della parola Natura non intesa come nome collettivo per tutto ciò che è, ma come nome per indicare tutto quello che accade senza l’intervento volontario dell’uomo.
In poche parole, nel primo caso si intende con Natura tutto ciò che è, nel secondo si intende tutto ciò che è senza l’opera volontaria dell’uomo.
Quindi, secondo quanto detto, possiamo affermare che il momento in cui un uomo qualunque prende la Natura e la eleva a criterio morale, dicendoci di “agire secondo natura”, quindi ponendo un’identità assoluta fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, quindi esortandoci a seguire un comportamento conforme alla natura, allora egli non sta facendo altro che raccomandarci di seguire ciò a cui nessuno può sottrarsi: le regole generali della Natura.
Mi spiego: in quanto uomini è totalmente impossibile fare qualunque cosa se non attraverso qualche legge della natura, non è possibile uscire dalla natura intesa come l’insieme di tutti i fatti effettivi e possibili.
La stessa distinzione fra naturale e artificiale, secondo questa definizione di natura, viene a mancare, poiché ciò che è prodotto dall’uomo, non meno di ciò che è prodotto dalla natura, dipende dalle proprietà della natura stessa; ma soprattutto fa parte dell’insieme dei fatti effettivi e possibili che il termine Natura indica nella sua totalità. Una nave galleggia per lo stesso principio per cui galleggia un albero secco in un fiume. Tutto ciò che è artificiale è naturale siccome fa parte di ciò che è.
Ma anzi, quest’uomo qualunque che prende la natura e la eleva a criterio morale compie un delitto ben più grave in quanto per difendere la propria opinione la eleva a rango di regola naturale, definendo ciò che già è natura (in quanto semplicemente è frutto di leggi naturali) come innaturale semplicemente perché non si conforma alla sua (e solo sua) idea di come le cose dovrebbero essere.

Ma adesso chiediamoci, è davvero auspicabile, non solo logicamente, ma anche moralmente parlando, seguire e conformarci alla natura per ciò che è, quindi non agire contro natura nel senso di non andare a cambiare l’ordine costituito del reale? Se ciò fosse vero, un uomo non potrebbe fare nulla senza agire contro natura. Stando a quest’assurda riduzione dell’espressione secondo natura come conforme a ciò che è, non sarebbe possibile per l’uomo, ad esempio, erigere un ponte, poiché andrebbe contro la natura congiungere ciò che per natura non è congiunto. Le stesse cure mediche sarebbero ciò che di più immorale possa fare un uomo: andare a tal punto contro natura da rimandare la morte. Che dire anche dell’idea spesso sentita che lo schema generale della natura costituisca per noi un modello da imitare? Davvero sarebbe auspicabile seguire il comportamento dell’Orca Argentina che per procurarsi del cibo più facilmente attacca le sue prede durante la riproduzione, quando le femmine e i maschi sono più vulnerabili, ma soprattutto mirando ai cuccioli perché ancora inesperti?

In conclusione, l’essere conforme alla natura non ha alcuna connessione con il giusto o con l’ingiusto, nella discussione etica non c’è spazio per la natura: contro natura spesso e volentieri è usato per significare che un forte sentimento di disapprovazione, se non di ribrezzo, sia legato, nella grande maggioranza degli uomini, a una determinata azione. Al contrario, dire che un’azione era naturale per indicarne la sua giustezza non vuol dire un bel niente, poiché nella storia dell’uomo, che io sappia, mai è stata commessa un’azione cattiva che fosse meno naturale di una buona.

Ma soprattutto, data l’ambiguità del termine, date le inconsistenti basi morali sui cui poggia, parlare di giusto o sbagliato in termini di Natura può permettere di giustificare come naturali le più grandi enormità morali.