Intervista a Magdi Cristiano Allam, ex vicedirettore del Corriere della Sera ed ex parlamentare europeo. Nella sua lunga carriera giornalistica ha scritto, oltre che per il Corriere, anche per La Repubblica e per Libero. Attualmente è editorialista de IlGiornale.

  1. Partiamo dall’attualità. La scorsa domenica i terroristi hanno colpito ancora, ad Ankara e in Costa d’Avorio. Qual è il progetto politico o, eventualmente, religioso, che è sotteso ad attacchi in luoghi così distanti fra loro?

Dobbiamo innanzitutto prendere atto che c’è una guerra in corso, la Terza Guerra Mondiale. La sera del 13 novembre dello scorso anno, la sera in cui Parigi è stata insanguinata da efferate stragi terroristiche, il Presidente francese Hollande ha detto chiaramente: <<Siamo in guerra>>. Anche il Segretario alla Difesa degli USA, Ashton Carter, in una audizione al Congresso il 10 dicembre dell’anno passato, ha affermato: <<La realtà è che siamo in guerra>>. Lo stesso Papa Francesco ha usato l’espressione di “Terza Guerra Mondiale”. Sarebbe, perciò, errato concepire quello che accade come fatti sconnessi.  Questi eventi devono essere considerati come i campi di battaglia della guerra scatenata dal terrorismo islamico globalizzato. Lo scontro finisce per rappresentare in Europa una realtà autoctona ed endogena – sono, cioè, cittadini europei mussulmani a massacrare altri cittadini europei condannati a morte perché miscredenti -, mentre altrove, come nel caso della Turchia, coloro che prima hanno strumentalizzato il terrorismo islamico, ne diventano, a loro volta, il bersaglio.

  1. L’attacco alla Turchia è dunque la ritorsione del terrorismo islamico nei confronti di uno Stato che, dopo aver a lungo sostenuto i gruppi terroristici, cerca ora di avvicinarsi all’Occidente?

Bisogna conoscere la situazione turca. La Turchia attualmente in Siria sta combattendo i Curdi, non l’IS. La Turchia è il paese che da un lato è il principale sponsor dei Fratelli Mussulmani – il movimento radicale islamico fondato da al-Hasan al-Banna – dall’altro è di fatto il più grande sostenitore dello Stato Islamico. Senza l’appoggio della Turchia l’IS non potrebbe resistere un solo giorno: il petrolio che viene estratto in Siria è venduto attraverso la frontiera della Turchia; dalla Turchia arrivano le armi allo Stato Islamico, così come è stato documentato dalla stampa indipendente turca; lungo la frontiera della Turchia transitano in entrata e in uscita migliaia di foreign fighters, di cui 6000 con cittadinanza europea. L’attentato che c’è stato pochi giorni fa ad Ankara va contestualizzato in questo scenario così ambiguo.

  1. Allora l’Europa che considera la Turchia come un partner credibile – ad esempio sul tema immigrazione – sta sbagliando tutto?

Non è certo una novità. Se questa Unione Europea fosse una realtà che si rispetti, non avrebbe dovuto neppure avviare il processo di adesione della Turchia all’Unione, dal momento che fin dal 1974 l’esercito turco occupa militarmente una porzione del territorio europeo, cioè la parte settentrionale dell’isola di Cipro. La Turchia, inoltre, non rispetta diversi parametri considerati essenziali nelle democrazie occidentali: dalla negazione del genocidio di un milione e mezzo di cristiani armeni, alla violazione dei diritti fondamentali della persona, finanche alla repressione delle istanze nazionalistiche e dell’anelito all’autodeterminazione del popolo curdo. Basta guardare la carta geografica: il 97% del territorio turco è in Asia. Soltanto un settore di Istanbul, che corrisponde al restante 3%, è in Europa. Dunque la Turchia non ha nulla in comune con l’Europa sotto qualsiasi punto di vista.

  1. Qualcuno dice che la religione abbia un ruolo marginale. Che i terroristi, in particolare l’ISIS, strumentalizzino la religione per perseguire obiettivi politici. Quanto è importante, invece, il fattore religioso?

Troviamo una piena corrispondenza fra ciò che i terroristi islamici dicono quando perpetrano le loro efferate stragi e versetti effettivamente presenti nel Corano. I terroristi aderiscono ad una strategia che vuole essere conforme in assoluto a tutto ciò Allah comanda nel Corano, a tutto ciò che ha detto e, soprattutto, a ciò che ha fatto Maometto. La verità, infatti, è esattamente l’opposto. I terroristi islamici sono quelli che più di altri ottemperano in maniera letterale e integrale a ciò che Allah dice nel Corano. Essere fedeli letteralmente e integralmente a ciò che Allah prescrive nel Corano è l’elemento che connota i terroristi islamici, è ciò che li rende credibili a scapito di chi contesta le loro azioni. Nessun mussulmano, infatti, può sconfessare ciò che Allah prescrive o ciò che ha detto o fatto Maometto. E stiamo parlando anche dell’uccisione dei miscredenti e degli apostati.

  1. Una domanda cruciale: è possibile allora pensare un Islam che sia moderato e non politico?

L’Islam è l’Islam e non può cambiare. Anche il presidente turco Erdogan ha detto che è offensivo parlare di Islam moderato. Il Corano è sempre lo stesso, Maometto è sempre lo stesso. Le persone possono essere moderate: possono essere diverse nel momento in cui filtrano il messaggio del Corano, di Maometto, e lo selezionano. Tuttavia, oggi si scontrano con una realtà di radicalizzazione che porta alla prevalenza dell’adesione letterale e integrale al testo del Corano. Oggi i terroristi islamici –bisogna dirlo chiaramente- sono vincenti, perché risultano inattaccabili sotto il profilo della dottrina coranica. Affermare perciò che l’IS non ha nulla a che fare con l’Islam è pura demagogia. Il capo dell’IS, il sedicente califfo Al-Baghdadi, ha un diploma post lauream in scienze islamiche, conseguito all’università islamica di Baghdad. E’ un fine giureconsulto islamico, un dotto della legge islamica: altro che non c’entra nulla con l’Islam!

  1. Una domanda personale: cosa ti ha spinto a convertire al Cristianesimo? Quali sono le grandi differenze che ti hanno indotto ad abbandonare l’Islam e a scegliere il Cristianesimo?

Voglio cominciare col dire che io mi sono impegnato, più di altri, per affermare l’Islam moderato. Ci ho creduto, l’ho fatto intensamente. Nel 2004 pubblicai sul “Corriere della Sera”, di cui ero vicedirettore, un manifesto contro il terrorismo e per la vita, sottoscritto da una trentina di mussulmani moderati. L’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, volle riceverci come delegazione di mussulmani moderati al Quirinale e ci espresse il suo apprezzamento, indicandoci ai mussulmani in Italia come un esempio da emulare. Solo che nel frattempo ero stato messo a morte da altri mussulmani: dicevano che, avendo io condannato il terrorismo suicida palestinese che massacra gli ebrei israeliani, ero divenuto un nemico dell’Islam. Questa condanna a morte mi ha portato a ripensare l’Islam e a prendere atto che hanno ragione loro: effettivamente quello che loro dicono corrisponde a ciò che è scritto nel Corano e, soprattutto, corrisponde alle azioni e alle parole di Maometto. Sono stato, dunque, costretto a rivedere le mie posizioni difronte alla condanna a morte. Per quanto riguarda la mia conversione al Cristianesimo, devo ammettere che è stato un processo lungo. La condanna a morte è del 2003, il battesimo del 2008. Un processo grazie al quale, ad un certo momento, ho maturato dentro di me la scelta di convertirmi, individuando nel Cristianesimo una dimora naturale, dove riuscivo a sentirmi pienamente quale depositario di valori inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà.

 

  1. Da cristiano credi che questo Papa abbia determinato – come da più parti si dice – una rivoluzione in seno alla Chiesa? Se sì, è necessariamente un cambiamento positivo?

Non parlerei di rivoluzione, ma di involuzione. Se la Chiesa di Papa Francesco arriva sostanzialmente a legittimare l’Islam, non userei affatto né i termini di evoluzione né di rivoluzione. E’ piuttosto un cambiamento all’insegna di un relativismo religioso che, mettendo sullo stesso piano Ebraismo, Cristianesimo ed Islam, finisce per legittimare l’Islam e delegittimare il Cristianesimo. Anche l’enfasi che Papa Francesco ripone nell’accoglienza di quelli che aprioristicamente definisce rifugiati – quando, in realtà, il Ministero dell’Interno ci dice che, di tutti coloro che arrivano sulle nostre coste, soltanto il 5% effettivamente risulta meritevole dello status di rifugiato – e dato che la maggior parte di coloro che entrano, dei clandestini che entrano, sono mussulmani, ebbene pure in questo caso il comportamento del pontefice non si attaglia al ruolo che riveste, cioè alla funzione di difensore della cristianità; soprattutto in un momento in cui sull’altra sponda del Mediterraneo i cristiani stanno letteralmente scomparendo, spesso massacrati dal cosiddetto fondamentalismo islamico.

  1. Un’ultima domanda: la fede religiosa in Occidente sembra ormai lisa, esangue. Il numero delle persone che si dicono cristiane diminuisce ogni anno. Eppure l’Islam riesce a far presa anche in Occidente, sui ragazzi in particolare. Perché l’Islam esercita un tale fascino sui giovani europei?

C’è innanzitutto l’incidenza del fattore demografico. L’Europa è l’area del mondo che in assoluto ha il più basso tasso di natalità. Dei 500 milioni di abitanti dei 28 Paesi dell’Unione Europea, soltanto il 16% ha meno di trent’anni: circa 80 milioni. Al contrario, dei 500 milioni di persone che popolano le altre due sponde del Mediterraneo, ben il 70 %, pari a 350 milioni, hanno meno di trent’anni. Se in Europa ci sono sempre meno giovani, se la popolazione si riduce sempre più, di conseguenza anche i cristiani diminuiranno. L’aspetto demografico è fondamentale. Ci sono meno cristiani anche perché semplicemente nascono meno persone che potrebbero essere cristiane. Al tempo stesso c’è la crisi della spiritualità ed una più generale crisi della Chiesa: ci sono sempre meno fedeli che affollano le chiese, sempre meno persone che scelgono di prendere i voti. I giovani quando si guardano attorno non hanno più punti di riferimento che possano rappresentare salde certezze. Tutto è relativizzato in questa nostra Europa. Di conseguenza, in un momento di fragilità, taluni giovani possono concepire l’Islam come una via per colmare questo vuoto identitario e valoriale. E’ la crisi della nostra civiltà che favorisce le adesioni all’Islam. Dobbiamo essere in grado di riscattare le nostre certezze. Dobbiamo essere in grado di garantire che dentro casa nostra, in Italia, in Europa, si possa essere pienamente noi stessi. Questo riscatto passa anche attraverso l’assicurare che i mussulmani rispettino le nostre leggi, ottemperino alle regole su cui si fonda la civile convivenza, condividano quei valori che sostanziano la nostra civiltà, dalla sacralità della vita alla pari dignità fra uomo e donna, fino alla libertà religiosa.