22 marzo 2016, ennesima giornata storica: l’Europa conta morti e feriti. Di nuovo.

Sono le ore 8.00 quando l’area “partenze” dell’aeroporto Brussels Zaventem viene devastata da due deflagrazioni, come sempre inaspettate. Trascorre giusto il tempo per verificare l’entità del danno ed iniziare il computo delle vittime, che alle ore 9.15 altre due esplosioni colpiscono le affollatissime fermate della metro Maelbeek e Schuman, vicinissime alla sede delle istituzioni europee. Il bilancio dei due attacchi palesemente coordinati, per il momento è di 34 morti ed un centinaio di feriti. Troppi: l’Europa ancora una volta piange.

L’attentato, ancora una volta di matrice islamista, è stato rivendicato dall’ISIS. Secondo una tesi maggioritaria, sarebbe una risposta all’arresto di Salah Abdeslam, ricercato da 4 mesi per gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso.

Attualmente per ragioni di sicurezza lo scalo aeroportuale di Brussels è stato chiuso, bloccando il traffico aereo nazionale ed internazionale; l’intera capitale belga, terrorizzata, svuota le strade confidando nella protezione delle mura di casa. Panico, terrore e disagio: questi gli obiettivi degli attentatori, o meglio di quell’ideale virale che cerca di conquistare l’Europa, confidando nella nostra paura.

Dopo gli attacchi di Parigi, le capitali europee,intimorite, hanno riempito le proprie strade di forze dell’ordine armate di tutto punto, credendo di poter sfatare il rischio di un altro tragico attacco kamikaze: sono trascorsi poco più di 4 mesi dai tristi fatti del Batatclan, eppure ancora una volta si assiste atterriti a tali tragici eventi.

L’idea comune dietro la quale tremanti ci si nasconde, è che si tratti di una guerra combattuta in tutto il mondo, ma non nell’inespugnabile Europa, che si pensa possa sopravvivere protetta dalle alte mura difensive della democrazia e dei diritti umani, concetti sconosciuti agli attentatori che massacrano in nome di un ideale religioso che trascende il valore della vita umana. Gli episodi recenti hanno dimostrato come, in realtà, i combattimenti si siano spinti ben oltre Ankara e il confine orientale, non giustificando più la generalizzata indifferenza nei confronti di un fenomeno palesemente cosmopolita.

Sono le tragedie che si verificano “negli orti” più vicini al nostro che maggiormente ci destabilizzano, scatenando una profonda sensazione di insicurezza ed impotenza che trova il proprio immediato rimedio solo nella chiusura e nella paralisi: una guerra asimmetrica che non conosce nazionalità, una guerra asimmetrica che non richiede isolamento, ma una risposta condivisa.

Nei mesi scorsi le istituzioni europee prospettavano con riluttanza il ricorso ad una delibera unanime del Consiglio Europeo su un programma di difesa comune, ex art. 42 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea; chissà cosa ci attende all’indomani dall’ennesimo feroce attacco, stavolta sferrato proprio nelle immediate vicinanze delle sedi delle sopraddette istituzioni europee.

Sulle note della nona sinfonia di Beethoven, che nell’universale linguaggio della musica esprime gli ideali di unità, solidarietà e libertà perseguiti dall’Europa unita, abbandoniamo la vile paralisi della paura dietro la quale ci nascondiamo, dimostrando di esserci e di essere ancora vivi.

 

Cecilia Tommasi