A cura di Matteo Politano

Gli occhi del mondo in questi giorni sono puntati – e lo saranno ancora fino a novembre – sulle presidenziali statunitensi. Elezioni le cui premesse erano state da molti considerate prevedibili, quasi scontate: il terzo Bush contro la seconda Clinton, due nomi già noti nella recente storia presidenziale americana; qualcosa di profondamente lontano dalla politica tradizionale USA, sempre alla ricerca di nomi nuovi, eccetto per George W. Bush. Ma l’eccezione Bush ha costituito anche un precedente, per molti da evitare: suo fratello Jeb, infatti, dopo l’ennesima disfatta, ha annunciato il proprio ritiro dalla competizione. Probabilmente colpa di un non eccessivo carisma, ma anche del vivido ricordo delle scelte in economia ed in politica estera del precedente Bush.

Discorso diverso invece per la moglie di quel Bill Clinton che, a distanza di 16 anni dalla fine della sua carica, rimane tra i più amati Presidenti degli ultimi anni. Ma le prese in giro ed i duri attacchi frontali degli avversari (Trump su tutti: “Se Hillary non riesce a soddisfare il marito, come potrebbe soddisfare l’America?”) non sono bastati per compromettere il suo status di favorita.

Tornando con la mente a pochi mesi fa, pare oggi incredibile che un candidato così di sinistra (per la politica USA) come Bernie Sanders, sia giunto non solo a divenire l’unica alternativa Dem, ma addirittura a vincere in più di uno Stato. Al contrario non c’è da stupirsi del successo di Hillary, una delle donne più potenti della nazione, con numerose conoscenze in campo internazionale e nell’alta finanza. Proprio questa è la sua forza, e forse anche la sua grande debolezza: il successo di Sanders ne è la prova.

Certo, i tempi sono cambiati, ma pensare che oggi, un senatore da decenni dichiaratamente non solo liberale o progressista, ma addirittura socialista (l’unico ad averlo detto negli USA dagli anni ’50) possa essere l’alternativa, è abbastanza incredibile. Come incredibile è il fatto che Sanders, sostenendo politiche contro-Wall Street, pro-ambiente, a favore di un sistema sanitario nazionale ed una tassazione maggiore, sia oggi il candidato più apprezzato dal ceto medio bianco, dai giovani e da molte donne.

Eppure ciò che ha veramente cambiato le carte in tavola è stato l’impatto di Donald Trump. Una candidatura fino a pochissimi mesi fa ritenuta una barzelletta, oggi terribilmente reale,soprattutto per i piani alti Repubblicani. Trump è la faccia del populismo americano, da anni forte in Europa, ma che sorprendentemente convince anche gli americani, popolo da sempre a favore di candidati moderati, non eccessivamente estremisti. Ed è l’altra faccia di Sanders, che pur non giovane, rappresenta una sinistra americana giovanile ed anti-establishment, di una generazione post-Guerra Fredda, più vicina ai socialdemocratici europei e stanca di presidenti centristi.

Dopo le recenti primarie in South Carolina è risultato evidente sia il vantaggio della Clinton, che di Trump: Hillary ha dalla sua i più facoltosi, quasi tutta l’enorme comunità afro-americana, quella latino-ispanica e la maggior parte del voto femminile. Trump i voti più estremisti, di coloro che sono contro l’immigrazione e per una forte politica estera e militare.

Ecco perché il Super Tuesday, dove si vota in una sola giornata per quasi un terzo dei 50 Stati, pareva poter porre la parola fine alla sfida pre-presidenziale. Molti credevano che già dopo tale fatidica tappa la partita si sarebbe chiusa; altri credevano nella rimonta clamorosa: Sanders per i Democratici, Ted Cruz per i Repubblicani (o Marco Rubio). Invece non si è verificata né l’una, né l’altra ipotesi. Gli scrutini confermano il trend delle ultime settimane, ma non sanciscono ancora la parola fine. I favoriti hanno avuto la meglio: la Clinton in otto stati, Trump in sette. Adesso la prossima grande sfida sarà in Florida, uno degli Stati con più delegati in assoluto. E proprio la Florida, più che per tutti gli altri, sarà decisiva per Rubio, ora il favorito (dopo la ritirata di Bush) dell’establishment del GOP e dell’elettorato moderato. Ma una sola vittoria, in Minnesota, non basta per contendersi lo status di sfidante di Trump: per ora il primo candidato repubblicano d’establishment resta Cruz, che ha battuto il magnate in quattro Stati in totale. E’ il più conservatore di tutti nei temi etici, il più liberale in economia, l’idolo del Tea Party. E come lo stesso Rubio, per ora non dispone dei numeri per vincere da solo; ma in caso di un solo candidato, la somma dei voti di sicuro risulterebbe superiore a Trump. Anche Sanders, per quanto sfavorito, ha comunque vinto in 5 stati in totale. Ma al di là di come finirà, se le future Presidenziali dovessero essere interessanti come lo sono queste Primarie, potremmo assistere ad una delle campagne elettorali più coinvolgenti degli ultimi decenni.