A cura di Giovanni Cioffi

Sul Raccordo c’è l’inferno ma devo assolutamente tornare a casa in tempo, sono quasi le venti di un noioso e prevedibile sabato di febbraio, a casa mi aspettano. Il cielo è grigio e cupo, i clacson fanno il resto. Accendo la radio.

“… Mi manchi tu, la fantasia, il cinema, l’estate indiana…” canta sussurrando malinconicamente Valeria Golino.

Giro le chiavi nella toppa; sono già tutti intorno al tavolo davanti alla tv; si sta consumando il sacro rituale del telegiornale sulla rete nazionale. Questa sera niente Serie A, la “maggica” gioca domani, in casa contro il Palermo, una partita che non preoccupa l’ambiente, una formalità per questa Roma rigenerata dalla cura Spalletti. Saluto, nessuna risposta. “Oh zitto, sta a parlà er Capitano. Zitto, che nun sento gnente” comandano dalla tavola. Religioso silenzio. Eh si sa, er Pupone, per un romanista viene prima del Papa, e subito dopo la Mamma.

“… E’ facile buttarsi via, respiro e scrivo, tutto quello che mi manca è un’assurda specie di preghiera, che sembra quasi amore…”

-[…]Chiedo più rispetto per quello che ho dato, rispetto per l’uomo. Non riesco a stare nella Roma così, vorrei che mi dicessero le cose in faccia, sto male. Vorrei chiarezza, sia da Spalletti, perché invece che leggere certe frasi avrei preferito che le dicesse a me, sia da Pallotta, quando verrà e parleremo del contratto. Perché io mi sento ancora un calciatore.-

Lo sfogo di un capitano, troppo innamorato della sua Roma. Un rombo di tuono, improvviso, rumoroso. E fuori piove, Roma piange.

“… Piangi Roma, muori amore, splendi sole, da far male. Ho già fatto le valigie, ma rimango ad aspettare…”

Roma piange perché non riesce ad accettare la tristezza del suo leader con le valigie pronte, in attesa. Roma piange perché non si aspettava di essere morsa così tanto vicino al cuore, da un suo figlio. Parole pesate, schiette che hanno lo stesso aspetto, lo stesso rumore di una bandiera ammainata. Francesco Totti, 40 anni all’anagrafe, per tutti “er Pupone”, è l’ottavo re di Roma, dopo e oltre Falcao: 24 stagioni in giallorosso, 300 goal in 750 presenze. Del resto ci sono vite che capitano e vite da Capitano; ieri prodigio, oggi storia, domani leggenda. Francesco Totti, the untouchable , è uno di quei calciatori che, parafrasando una nota canzone dei Colle Der Fomento, in campo “suona più forte delle bombe”. Uno di quelli che ha, da sempre, dato del “tu“ al pallone. Sul capitano vige una legge non scritta, un “don’t touch my Pupone”; mettere in discussione il Capitano è un po’ come rinnegare la propria romanità. Toccateci tutti ma non Totti. Eppure questa intervista in diretta nazionale sa di cucchiaio venuto male, di rigore stampato sul palo. Certe questioni si chiariscono tra uomini all’interno dello spogliatoio; sarà pur vero che a Roma “c’è solo un capitano”, ma se questi ha il fiato corto, e non più la brillantezza di un tempo quasi a non voler accettare l’inesorabile scorrere del tempo, non può pretendere un minutaggio oltre le proprie possibilità. La squadra con le proprie ambizioni  ha sempre la priorità, al di sopra del singolo, anche del più talentuoso.

“… Ridi Roma, ridi amore, dice il telegiornale, che la fine si avvicina, io m’invento un gran finale.”

Ma l’uomo merita rispetto, il campione merita chiarezza. Scegliere il momento giusto per uscire di scena non è affatto semplice ancor di più quando si sente di avere ancora qualcosa da regalare al mondo del calcio. Per chi quella maglia l’ha cucita sul cuore è difficile vedersi relegato lentamente nel dimenticatoio. Il troppo amore può anche far male. La società, forse troppo assente, l’allenatore, aiutino e accompagnino il capitano nel calare il sipario nella maniera più dignitosa e memorabile possibile. Che i pianti diventino sorrisi e il cielo terso si tramuti in tramonto, un tramonto a tinte giallorosse.