A cura di Filippo Piluso

 

Una società nichilista difficilmente riconosce la carenza di varietà di genere nel mondo musicale radio-televisivo come una mancanza del diritto di libertà di espressione artistica, sussumendo la fattispecie concreta a quella apparente. Ma il cuore della questione non è un problema de gustibus, bensì è la violazione del diritto di espressione artistica nelle sue forme più diversificate, che ha tanto caratterizzato il panorama discografico dei ’70 e degli ’80.  Non è una semplificazione data da frasi del tipo “mi piace la rumba flamenca e lo swing e vorrei fossero trasmessi su RDS” o “vorrei che oltre che su Virgin o Radio Rock venisse fatto sentire a più ascoltatori il metal”, ma piuttosto dipende dal desiderio che accanto a quel circolo unico costituito da una dozzina di canzoni settimanali trasmesse con una frequenza “pneumatica”, si incrementasse il numero di brani diversificati, indirizzati a più generi di ascoltatori. Poi, in seconda battuta, l’elemento più delicato è l’ostica identificazione della ratio dei testi delle canzoni di questo “ciclo a frequenza martellante”: dozzine di strofe prolisse e concettualmente ardue da connettere ad un contesto definito, nemmeno minimamente razionalizzabili, arricchite di similitudini retoriche, dove non sembra mai mancare come ricerca più ardita un’ode alla luna. A questo punto le opzioni sono due: o detti venditori di milioni di copie sono attenti studiosi della scuola ermetica montaliana, oppure sono solo le vittime del contratto dal quale sono obbligati. Costoro sono comunque da ritenere responsabili di accettare dai loro produttori testi provenienti da parolieri sagaci e fatti di sonorità nella più primitiva forma di armonie format, realizzate sulla base di studi di fisica e analisi di mercato sull’influenza di dette frequenze o sonorità su un pubblico già instupidito dalla monotonia musicale trasmessa dalle grandi emittenti radio-televisive. Così il martellamento degli stessi motivetti porta persino chi non regge più lo straniamento culturale derivante dalla volontà di promuovere un’alternativa, a definire quegli stessi giri di accordi con gli ordinari epiteti “bello”, “forte” e  “orecchiabile” e ad essere costretti a consacrare i soggetti da milioni di vendite come “grandi artisti”. E guai a dire altrimenti di chi dell’alchimia tra un giro di do in chitarra acustica e un’armonizzazione a due voci, possibilmente in inglese – con il solo obiettivo di strizzare l’occhio agli European Music Awards o di nascondere la banalità del testo italiano – ha costruito una carriera ventennale. Tale realtà è stata rappresentata divinamente dal gruppo Elio e Le Storie Tese con “La canzone mononota” sul palco dell’Ariston nel 2013.