A cura di Pierpaolo Canero

Ad un amico volato in cielo

Due mani sul volante e la testa da un’altra parte, sono come una pistola carica nelle mani di un bambino, il colpo potrebbe partire in qualsiasi momento. La spia del carburante si è accesa, per fortuna che qua dietro c’è un benzinaio, però è sull’altra corsia e la rotatoria è così lontana… forse riesco a risparmiare un paio di minuti. Tanto vale girare qui, un’inversione al volo mi prendo una strombazzata di clacson, un vaffa dall’altra corsia ma poi si chiude lì. Invece no, in quel tramonto cremisi di maggio non è arrivata una strombazzata, ma un ragazzo su uno scooter il cui sangue sull’asfalto ora si confonde con il riflesso del sole. Non ha il tempo di reagire. Proprio come se la donna alla guida avesse avuto una pistola in mano puntata sulla sua tempia: sterzando ha premuto il grilletto e al povero Vittorio altro non resta che vedersi morire, senza neanche poter sperare di dire addio a chi ama. Così un secondo prima dell’impatto un assordante silenzio assorbe tutti i rumori, l’ultimo attimo di una vita, non abbastanza lungo per poterla racchiudere ma corto abbastanza per poterla rimpiangere, scorre inesorabile trasportato dal vento della sorte. Poi lo scontro, le schegge metalliche schizzano via come come i frammenti di ricordi ed emozioni che rendevano unico quel diciannovenne, una folle esplosione che disintegra una vita. E adesso chi lo spiega alla madre che il figlio non c’è più? Al padre, che era così fiero di lui, al fratello che lo ha visto crescere? Chi gli dirà che è stato un incidente, che era destino. Questo non è un incidente. Questa è un’ecatombe, una strage programmata. Strage che si consuma quotidianamente sulle strade di Roma, vite rapite, sogni infranti, famiglie straziate e per cosa? Per due minuti… per non poter fermasi al giallo, per infilarsi per forza nell’altra corsia che scorre più veloce, per fare inversione, per non essersi svegliati due minuti prima, perché “se impari a guidare a Roma sai guidare ovunque”. Questo non è guidare questo è uccidere. E’ mettere la propria vita davanti a quella degli altri, perché due minuti nostri valgono più della vita di un ragazzo e chissà, se un giorno la ruota gira e la nostra vita si riduce ai due minuti di qualcun altro. E’ questo il rispetto che abbiamo per gli altri? Predichiamo il rispetto reciproco e la solidarietà e poi, quando nessuno ci controlla, anteponiamo due minuti della nostra vita ad un’intera vita di qualcuno che non ci ha fatto nulla? Io Vittorio me lo ricordo bene, lo conoscevo, ci ho condiviso l’infanzia e i miei ricordi più belli e mi spezza il cuore sapere che non potrò averne altri. Piango per lui, per i suoi parenti, per i sogni che non potrà mai realizzare e per tutte le altre vittime di queste atroci disattenzioni. E’ successo a lui come poteva succedere a chiunque di noi. Il nostro egoismo sta costruendo una scalinata verso il paradiso e Vittorio l’ha già presa, il biglietto lo paga la nostra superficialità. Allora, chi offre il prossimo?

Che la terra ti sia lieve.