A cura di Valerio Ceccarelli –

Per avere il suo diario dovemmo attraversare sette porte, per ogni porta trovare sette chiavi, per ogni chiave risolvere sette enigmi. Eravamo in dodici quando entrammo nel suo palazzo; mentre varcavamo la soglia ancora avevamo delle certezze, perdemmo la prima scoprendo che quello non era un ingresso, bensì l’inizio di un oscuro labirinto. Ora le abbiamo perse tutte, in effetti abbiamo perduto ogni cosa. Risolvere i primi enigmi non fu semplice ma a prezzo di pochi sacrifici ci riuscimmo. La perdita del sonno e, per alcuni, della vista, fu un prezzo che eravamo ancora tutti disposti a pagare. Trovata la prima chiave avvertimmo un senso di inquietudine, quello che avevamo intrapreso non era un semplice percorso, sembrava altro, qualcosa come un rito arcano, oppure un’iniziazione. Ogni enigma disvelava qualcosa, ogni volta era come se un velo cadesse. Comprendemmo che scoprire delle verità poteva essere una privazione, una perdita senza alcun profitto, una rinuncia a quello che credevamo di essere. Così iniziò quel senso di freddo che non ci ha più lasciato. Ma eravamo uniti, ancora. Tutto cambiò al terzo enigma della seconda stanza, quando fu chiaro che non sarebbe stato possibile tornare indietro prima di aver concluso quel viaggio, nessuna porta si sarebbe riaperta prima di aver varcato ogni soglia. Perdemmo il primo uomo. Quel savio preferì la morte a ciò che lo attendeva, scelse l’innocenza, forse aveva trovato l’unica via per uscire da quella trappola in cui eravamo finiti. Ricordo il suo sguardo senza speranza, non voleva, giustamente, proseguire né poteva tornare indietro. Comprendemmo che il costruttore di quel luogo abominevole ci aveva tolto la speranza. Cercai di tener unito il gruppo, ovviamente mentendo, e andammo avanti. Il prezzo da pagare, la parte di noi che lasciavamo per ogni chiave continuò a crescere. Ogni cosa sembrava via via meno reale, come se tutto fosse un sogno, in effetti il progetto di quel folle, i cui scritti cercavamo. Sembrava di essere nella sua mente, come se fossimo i suoi pensieri, privi di realtà autonoma, senza nulla, senza un io. Diventavamo lui, ci muovevamo nei suoi sogni orrendi, non avevamo un peso. Non si poteva andare avanti senza perdersi, orrore, ma non perdevamo l’orientamento (il percorso era anzi regolare), smarrivamo noi stessi. Privati di tutto, era come se non esistessimo. Echi e passi potevano essere quelli di migliaia di altri esseri smarriti negli stessi luoghi, quale triste metafora della vita dovevamo comprendere proprio allora! Nessun filo, alcuna Arianna avrebbe potuto farci tornare indietro, il minotauro eravamo noi stessi. Dedalo era ciascuno di noi e il labirinto la nostra stessa vita. Altri si impaccarono, ovviamente, e nessuno poteva avere il coraggio di dissuaderli. Nella corda cercavano un paio di ali, e in fondo volare troppo vicino al sole era meglio di quella tortura in terra. Rimanemmo in due, ed eravamo (ma potrei dire erano, o eravate) arrivati alla sesta chiave della settima porta. Non eravamo più nessuno, quindi non aveva alcun senso morire o continuare, forse solo questo ci ha spinto avanti, per inerzia. Quello che avevamo attraversato non sarebbe potuto finire, ma almeno con quegli scritti potevamo scoprire la nostra vera identità, il nome che più non avevamo. Risolto il settimo enigma di quell’ardua serie persi anche l’ultimo uomo. Preferì rimanere Nessuno, come Ulisse per sfuggire al Ciclope, e fu il più saggio. Con orrore, arrivato nelle sue stanze, compresi che delle sue memorie non era rimasto che un brandello. Altri avevano sottratto delle parti? Era quello tutto ciò che era stato scritto fin dall’origine? Quella carta era tutto ciò che mi rimaneva, almeno era il ritratto di Qualcuno. Per questo la trascrivo.

“Ricordo ancora il momento primo in cui lo vidi. La mia vita cambiò per sempre. Più che una visione fu in realtà un’intuizione, e fissarla non fu del tutto semplice. All’inizio era mobile, volatile, annebbiato. Il primo passaggio, complesso ma necessario, fu quello di dargli una forma, renderlo stabile. Per arrivare a questo risultato fissai per ore un punto fisso, una parete bianca, fino a isolarmi dall’ambiente. Sentivo la sua nascita come un evento inevitabile, ma a cui era necessario che anche io prendessi parte, l’ineluttabile esito dei miei sforzi. Era dentro di me, ma in certo senso autonomo, quindi da ogni punto di vista un vantaggio, un guadagno certo da perseguire. Dargli un profilo mi costò molte ore di isolamento e non meno di sonno, ma poi lo vidi. Dovetti, quindi, conquistare la sua vicinanza, la sua compagnia, e non fu affatto facile. Occorreva trovare uno spazio accanto a lui, inutile ogni lamentela. Due teste certamente ragionano meglio di una, e per questo stare con lui doveva certamente portare profitto. Anche in strada e in generale in compagnia essere in due apre vie altrimenti precluse. La parte più ardua era certamente la concentrazione che mi richiedeva la continua evocazione della sua presenza. L’abitudine rafforzò il mio istinto e d’altronde fui senz’altro aiutato dalla constatazione che anche l’immagine di ogni altro ente potesse certamente essere partorita dalla mia mente. Il dubbio, in fondo, genera smarrimento solo quando si concentra su qualcosa. La consapevolezza, invece, che tutto, che ogni cosa potesse essere nulla più che un pensiero, in un certo senso, rafforzò le mie convinzioni. Egli poteva esistere non meno di tutto il resto, me compreso. Fu così che finalmente credetti in lui.

La sua ideazione forse è stata lo scopo della mia esistenza, ora ne percepisco l’oggettività, avverto che altri possono sentirlo, perdersi nella sua figura. Eppure egli rimane legato a me, come ogni altra immagine, in fondo. Credevo che la sua esistenza potesse trovare uno spazio nel mondo, forse questo è stato il mio primo errore, invece egli è nel mio mondo, e non so se esiste alcunché al di fuori. Ma allora la sua presenza è inevitabile, una sola cosa con la mia… sento che non posso sfuggirgli, l’idea mi perseguita. Sto perdendo ogni contatto con il reale. Cosa in fondo è vero e cosa fittizio? Lo vedo non diversamente da tutto il resto, e sento che devo distruggerlo, perché per causa sua non capisco più dove inizi la superficie e dove finisca il mio sottosuolo.

La via si è rivelata ai miei occhi, ora so come annientarlo. La sua distruzione è inevitabilmente legata alla mia. Il mio mondo, come ogni universo, si sta espandendo, la fantasia sta generando altre realtà. Non so dove possa arrivare, per questo devo dargli una fine. Annientarmi, non c’è altra strada, distruggere, far franare una volta e per sempre questo mondo sotterraneo, solo così potrà rivelarsi la misura della superficie, se esiste. Intanto lo vedo, e mi segue. Il seguirmi sarà la sua condanna. Per questo mi sono ritirato nel mio palazzo, per questo ho scavato questo labirinto nella pietra e nella mia immaginazione. Nessun essere potrà arrivare al mio pensiero, che sento il bisogno insopprimibile di scrivere, quasi una reliquia che conservandolo continui a darmi la vita.”

Rimasi per ore a leggere quella misera memoria, unico premio per la mia rovina. Solo un folle poteva aver pensato una cosa simile, eppure ero in parte quel folle anche io, quindi avrei potuto comprenderla. Il primo ostacolo era capire a cosa egli si riferisse, cosa vedesse. In un primo tempo pensai fosse la semplice immagine di una figura, un’individualità per colmare una qualche sua mancanza. Ma da dove quindi l’orrore che l’ha quasi subito vinto? Doveva essere qualcosa che in certo modo catalizzasse ogni pensiero su di sé, una sorta di demone predatore e generatore di pensieri. Avevo sentito leggende parlare di entità simili. Ma poteva anche essere altro. Così ipotizzai, sorprendendomi della coerenza di questa ricostruzione, che egli potesse essere il progetto stesso o l’idea di un simile labirinto, un’opera eterna. L’idea ed i suoi effetti possono aver tormentato a lungo quello sciagurato e il solo modo che gli restava per liberarsene era costruire con la pietra la sua stessa idea. Conferendogli implicitamente un’esistenza l’avrebbe portata al di fuori di sé, per poi darsi la morte nel centro segreto della propria creatura. Doveva distruggere la sua idea, qualunque cosa fosse. Eppure in questo modo, con questo osceno labirinto, altri, almeno io, sono arrivati a conoscere il parto della sua follia. Sento l’eco di altri passi percorrere questo stesso palazzo, e la sola idea mi istiga un terrore soprannaturale. Forse altri hanno intrapreso dopo di noi questo viaggio arcano. E se ci fossero altri che invece ci hanno preceduto? Quante vite ha già avuto questo mostro? E quanti artefici? Sento la sua presenza viva e un indomabile istinto di distruggermi per distruggerlo, di rinchiudermi per rinchiuderlo. Sento che devo costruire un altro labirinto per contenere il primo, una sfera per rinchiudere quest’opera mostruosa. E altri pensieri mi tormentano. Quanti altri hanno già percorso queste vie? E se altri, ritrovato il frammento, avessero ampliato l’opera in cui sono, oppure siamo rinchiusi? Quanti autori hanno questi sentieri o mondo? E in quale fantasia ci siamo mossi, gli incubi di quanti folli abbiamo percorso a ritroso, per ritrovare la veglia dandoci la morte? Altri forse staranno già lavorando fuori di queste stanze per ampliare la creazione e nascondere il suo cuore. Io devo prendere parte a quest’opera, o altri potranno divenire i minotauri inconsapevoli di questi sentieri. C’è chi scrisse che non vi è limite alla dimensione, e forse anche l’universo è nato in un modo simile, dai pensieri sovrapposti di inconsapevoli autori. Quel che è certo è che ogni tentativo di distruggere quest’essere ne riverbera l’essenza come un’eco la sua visione. Ma diversamente non può essere. D’altronde male ho fatto finanche a scrivere questi pensieri. Ma sono la mia vita, l’unica reliquia che custodirà il mio essere quando avrò dato la morte al corpo. Così fece d’altronde quel primo disgraziato. Ormai, in fondo, non so neanche se fosse realmente il primo, oppure un continuatore, come me, di un’opera le cui origini si perdono nei tempi. Anche la figura cui si riferisce altri potrebbe non essere che uno dei suoi tanti precursori. Però sento esservi anche un’altra via. Non appena avrò terminato la scrittura, modificherò ogni cosa, tutto sarà tradotto in un’altra lingua, parole sconosciute a tutti e che l’oblio copra ogni cosa. Infine solo uno potrà comprendere ancora, egli, il maestro del primo labirinto.