Anch’io brucio di rabbia e d’orgoglio. Ho il sangue che ribolle. Non ho, invece, l’algida compostezza- o il masochismo cretino – di chi non ha paura. Non ho nemmeno l’ebetudine spensierata di quelli che, ogniqualvolta una bomba li sventra, s’affrettano ad imbracciare i gessetti colorati. Mi domando chi credano di intimorire – o, ancor peggio, di redimere – agitando i gessetti multicolore, se il cannibale che mangia i cuori pulsanti oppure il boia che mutila i bambini. Non ho nemmeno, mio malgrado, la cultura di chi, mentre viene ammazzato a colpi di kalashnikov, disquisisce dei misfatti commessi cent’anni or sono dai suoi antenati, trovando la forza – che gli incolti definiscono autolesionismo beota – per prendersi la colpa. La colpa per tutto, per lo stigma con cui il γενος lo marchia. Io, invece, non mi sento colpevole, ma vittima. E sono furioso, come un cane infedele ed idrofobo. Se questo mi fa insensibile, ignorante, cattivo, allora sono insensibile ed ignorante, allora sono cattivo. Prendete pure queste parole scritte col fuoco come l’insania di un Orlando. Chi ne è già disgustato, le snobbi. Chi ne è rimasto inorridito, le stralci. Chi, invece, pensa che nella follia, talvolta, si nascondano verità altrimenti indicibili, le vagli: in questo prunaio iracondo potrebbe scovare dei barlumi di ragione.

La rabbia non nasce all’improvviso. L’ipocrisia vischiosa l’accende, il perbenismo nauseabondo l’alimenta a lungo. Affiora di rado, quando lo impone lo sdegno. Anche la mia rabbia nasce di lontano. Ed ogni strage, ogni stupro, ogni scempio, l’hanno mano a mano attizzata. C’è un episodio, però, che ora la fa divampare. Ai più sembrerà insignificante; eppure l’assurdità del caso, il buonismo stucchevole ed illogico che ne emerge, mi accecano il senno. La storia è quella di una violenza sessuale. Quest’uomo, che deve credersi un gran santo, è stato stuprato. Quest’uomo, che di professione fa il politico nella tollerante ed ospitale Norvegia, che si definisce femminista ed antirazzista, che è eterosessuale, è stato stuprato da un somalo. Da un somalo che in Norvegia chiedeva asilo. Il ragazzotto somalo è stato arrestato e, una volta scontata la pena (quattro anni), sarà riportato in Somalia. Ma non è il fatto in sé a scatenare la rabbia. Sono le osservazioni dello stuprato che appiccano l’incendio. Quest’uomo, infatti, più buono di un Buddha, più misericordioso di un Cristo, ha detto di sentirsi “colpevole e responsabile”, perché proprio lui è la causa della deportazione dello stupratore in Somalia, dove lo attende – al poverino! – un futuro incerto. “Guilty and responsible” ha detto. “Colpevole e responsabile” si sente. Colpevole per essere stato la vittima, passiva ed indolente, d’uno stupro efferato? Colpevole per aver denunciato la brutale aggressione? Colpevole perché la giustizia norvegese, fin troppo indulgente, ha fatto il suo corso? Responsabile per cosa, di grazia? Responsabile per aver subito? Responsabile per aver soggiaciuto all’assalto spietato d’un barbaro libidinoso? Adesso, magari, si aspetta che gli si dica pure bravo. Che si elogi il suo buon cuore, che si esalti l’umanità caritatevole di cui ha dato prova. Fesso, invece, gli dico! Fesso! A recitare questo mea culpa demenziale rovini il mondo. Imbastardisci il vero, mistifichi i fatti, inganni ed intorbidisci. Confondi la colpevolezza con l’odio di sé, di cui trabocchi. Altro non sei che l’apostolo più sfacciato di un bieco fanatismo. Sei il sacerdote di questo culto che c’ammazza, della religione settaria ed imbecille che predica l’amore cosmico, il perdono a basso prezzo e il pietismo da discount. Ami tutti, ma non te stesso. Invasato dal “volemose bene” costi quel che costi, sei pronto al martirio. Lo avrai, non preoccuparti. Perché altri fanatici che intorno a te si moltiplicano, pietà non ne hanno. Lo sanno bene a Parigi, a Bruxelles, a Colonia, a San Bernardino, lo sanno anche a New York e a Istanbul, a Londra e a Madrid.

Quest’odio di sé, per giunta, non è culturale, non è sofferto; nulla ha in comune con Lessing, con Weininger, con Kafka. E’ un odio esaltato, da flagellante. Di chi vuol rendersi responsabile di tutto, colpevole del male del mondo. Gli altri son sempre vittime, innocenti, quasi non avessero la dignità dell’autodeterminazione. I colpevoli siamo noi, è chiaro. Ci scannano come bestie da macello perché li abbiamo provocati, si sa. E giù con la cantilena del colonialismo, dell’imperialismo, dello sfruttamento, della segregazione sociale, delle banlieue, del traffico dei diamanti e delle armi. Io però non ci sto. Io non sono colpevole di nulla. E questo insistere col buttarci la colpa addosso mi fa rodere il fegato. Questo voler scagionare gli altri e denigrare noi, questo vedere il bene negli altri e il male in noi, non lo sopporto. E’ pernicioso, perché sovverte la realtà. E’ pericoloso, perché riscrive la storia. Noi abbiamo strappato quest’umanità dallo stato d’indigenza, noi abbiamo debellato le pesti che mietevano i suoi figli, da noi, e da noi soltanto, esistono libertà e democrazia. E il continuo mortificarci mette a repentaglio ciò che abbiamo conquistato. Capita, infatti, che qualcuno creda per davvero a questa litania balorda. Capita che qualcuno sia stuprato e si senta anche colpevole. Capita che si sia pietosi con chi per noi non ha pietà alcuna, che si tenda la mano a chi quella mano vorrebbe azzannarla. Che si sia tolleranti con gli intolleranti. E se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, allora i tolleranti saranno annientati e la tolleranza con essi.
L’odio di sé, infine, porta all’accondiscendenza, al collaborazionismo. L’odio di sé conduce alla sospensione del giudizio. Ci si rifiuta di discernere, di esaminare, di criticare. Si diventa complici perché non si condanna, nemmeno quando la condanna sarebbe indispensabile. L’umiliazione dell’orgoglio, la mortificazione di ogni amor proprio partoriscono mostri: ideologie distorte, bugiarde, livorose; fedi sconsiderate, che si arroccano su assiomi fasulli. Ce l’ho con il multiculturalismo dogmatico, con l’integrazionismo acritico. Ce l’ho con l’appeasement a qualsiasi prezzo, anche rinunciando a principi irrinunciabili. In nome dell’integrazione, si dice. Nella speranza, cioè, che ogni opposizione, ogni resistenza si diluisca in un brodo di amore, di fratellanza, di amicizia. Ma lasciatemelo dire: io a questa balla dell’integrazione pacifica non credo. Ho sempre pensato che l’integrazione fosse un’astuzia militare, un modo di combattere, come gli Sciiti hanno la taqiyya. Perché la sottomissione della donna non può coesistere con la pari dignità degli individui; lo Stato di diritto non può coesistere con la Shari’a; la libertà religiosa non può coesistere con l’uccisione dell’apostata: l’uno esclude l’altro. L’integrazione, se questa parola ha un senso, è una guerra strisciante, subdola, estenuante: non si dichiara, ma si combatte ogni giorno. Mira all’affermazione di principi, di leggi, di idee, come una qualsiasi guerra; però si combatte sornioni, con parole gentili, con un rispetto fasullo. E se qualcuno ci crede davvero, è la rovina. Se ci credi, smetti di stare in trincea, smetti di reagire. Ti sottometti: e gli altri, quelli che i tuoi valori non li vogliono, quelli che ai loro principi non abdicano, quelli che la loro fede non l’abbandonano, hanno il sopravvento. Giungerai a patti inammissibili, farai concessioni inaccettabili, sempre in ossequio all’appeasement, all’accomodamento. E se agli altri l’uguaglianza non piace, addio uguaglianza. E se agli altri la democrazia non piace, addio democrazia. Non ci si fermerà mai. E se agli altri non piacesse la libertà? Addio libertà.
Ma io non sono Chamberlain. Io non mi sento colpevole, io dissento. La rabbia mi impone di obiettare. L’orgoglio mi impone di resistere.

Il direttore,
Valerio Forestieri