A cura di Roberto Vigorita e Federica Ilacqua –

Intervista all’avvocato Mazzoli, classe ’73, laureato LUISS, realizzata nell’ambito dell’incontro “Bitcoin: facce della stessa medaglia”, che si è tenuto il giorno 1 marzo 2016 presso i locali di Viale Romania.

Avvocato Mazzoli, cosa sono i bitcoin e come funziona il loro meccanismo di trasferimento?

Il bitcoin è un numero che viene associato virtualmente ad un indirizzo crittografico, secondo le risultanze di un registro virtuale, pubblicamente accessibile, condiviso da una rete peer to peer di utenti. Non esiste quindi, nel meccanismo di trasferimento di questa criptovaluta, alcuna intermediazione di soggetti terzi e di banche: il trasferimento di bitcoin avviene mediante diffusione sulla rete di un messaggio. Nel messaggio, chi effettua il pagamento afferma di voler associare un certo numero di bitcoin, o relative frazioni, ad un altro indirizzo crittografico. Solo chi è a conoscenza di un codice, che è detto chiave privata, corrispondente ad un certo indirizzo crittografico, la chiave pubblica, è in grado di compiere questa operazione. Inoltre, il messaggio dell’utente può essere preso in considerazione dal sistema in quanto sussistano alcune condizioni: l’utente deve impiegare la chiave privata corrispondente alla chiave pubblica di origine, a quella chiave pubblica deve risultare associato un numero di bitcoin pari o superiore al numero di bitcoin da trasferire, e il messaggio deve essere firmato digitalmente. La prima condizione si spiega considerando i principi della crittografia asimmetrica: con la chiave privata si può aprire la chiave pubblica, ma non è possibile fare l’inverso, per cui è certo che chiunque voglia fare operazioni sulla mia chiave pubblica deve essere a conoscenza della chiave privata. Non è possibile, in parole povere, hackerarla.

Come funziona, invece, l’emissione di bitcoin?

Esiste un meccanismo, basato su una corrispondenza matematica tra i bitcoin emessi dal sistema e il totale dei bitcoin che risultano associati a tutti gli indirizzi in uso, per cui non è possibile immettere nel sistema bitcoin contraffatti. L’emissione di bitcoin è regolata da un algoritmo matematico: è lo stesso software che emette bitcoin in modo predeterminato sia per quanto riguarda il quantitativo massimo, 21 milioni, sia per quanto riguarda il ritmo con cui vengono immessi nel sistema. I bitcoin sono un bene scarso: se non fossero scarsi non avrebbero un valore. I bitcoin costituiscono quindi un’informazione, una rappresentazione digitale, virtuale, di un valore economico.

Come considera la diffusione delle criptovalute? Ritiene che i bitcoin siano una valuta affidabile?

La mia analisi di questo fenomeno è soprattutto legata a considerazioni di carattere macroeconomico. Personalmente, sono partito dalle critiche austriache al sistema monetario attuale, troppo dipendente dalla necessità di banche centrali. Oggi io non riesco ad immaginare il futuro senza una moneta digitale. La moneta tradizionale, la moneta fiat, basata sul rapporto fiduciario con una banca, è economicamente inefficiente, ed espone gli operatori economici ad incertezze legate alla impossibilità di conoscere o condizionare il comportamento e l’affidabilità del soggetto terzo, appunto, la banca, e di controllarne le decisioni. Per avere una chiara idea di come possano funzionare nel nostro sistema le criptovalute occorre considerare che la tecnologia bitcoin è fondata su principi matematici. L’idea stessa di valutare l’affidabilità di questi principi è un nonsenso: come se si volesse dubitare dell’affidabilità della forza di gravità o di altre leggi della natura. L’attenzione deve allora spostarsi verso un profilo diverso: dobbiamo chiederci se la tecnologia bitcoin può assolvere a determinate funzioni oggi di particolare rilievo. E per rispondere bisogna osservarne in concreto l’applicazione. Un dato valga per tutti: il trasferimento di bitcoin è programmabile con riferimento al verificarsi di un evento o di una condizione. Questo significa che con i bitcoin il rischio di inadempimento, nell’ambito ad esempio di un contratto di compravendita, viene meno, mentre oggi questo rischio esiste e al suo verificarsi occorre rivolgersi all’autorità giudiziaria.

Passiamo ad una analisi più giuridica: qual è l’attuale rapporto delle autorità italiane con il Bitcoin in materia di legalità?

Sul piano strettamente nazionale non ci sono ancora concrete prese di posizione, ma dobbiamo considerare la situazione in un’ottica più ampia. A livello europeo sono stati adottati provvedimenti in ambito fiscale: la Corte di Giustizia si è pronunciata sull’applicabilità dell’IVA alle operazioni di conversione dei bitcoin in altre valute. Si tratta di un passaggio fondamentale, in quanto la Corte ha considerato i bitcoin come legale mezzo di pagamento, secondo modalità conformi a quanto già riconosciuto da altre istituzioni, come la BCE e il Fondo Monetario Internazionale. Per quanto riguarda invece il problema della qualificazione giuridica delle criptovalute, qualcuno ha provato a qualificare i bitcoin come bene giuridico immateriale. Ma i beni immateriali sono tipici: il diritto sul bene immateriale esiste se esiste una norma che lo riconosce. Nel caso dei bitcoin una norma non c’è e io non posso nemmeno immaginare che esista una norma che dice che un’informazione, un numero, sia un bene giuridico immateriale. Né è quindi possibile concepire il trasferimento di bitcoin come una prestazione di dare o di fare. Non essendo giuridicamente regolati dall’ordinamento, i bitcoin non formano oggetto di un diritto del relativo titolare, che non ha quindi alcuna facoltà: non ha diritto alla conversione, non ha diritto a vederli accettati in pagamento dagli altri operatori economici. Esiste un mercato, ma esiste nei fatti.

Ritiene che sia necessaria, in Italia, una normativa che disciplini il Bitcoin?

No. Credo che disciplinare la criptovaluta sia più che altro una sciocchezza, come voler disciplinare le leggi di natura. Riflettiamo sui suoi punti di forza: la sua peculiarità sta nell’essere senza confini, impersonale, espressione di un mercato libero. Disciplinare i bitcoin, limitarli, regolarli, porterebbe allo spostamento degli operatori economici verso un’altra criptovaluta, più vicina ai loro interessi. Noto è il caso della Bit-license dello Stato di New York e della conseguente ondata di trasferimenti dal territorio.

Un pensiero finale: secondo lei come deve comportarsi il privato muovendosi in questo mercato?

Beh, innanzitutto deve studiare i principi regolatori alla base della criptovaluta, necessariamente diversi da quelli delle tradizionali monete fiat. Il mercato delle criptovalute è un mercato libero, che presuppone, in assenza dell’intermediazione di banche e altri soggetti terzi, la capacità e l’autonomia degli operatori economici. L’essenza rivoluzionaria delle criptovalute permetterà una serie di garanzie nel sistema degli scambi, che discendono da quello che abbiamo detto circa la tecnologia su cui si basano queste monete digitali. E’ possibile costruirsi una corretta informazione attraverso seminari e lezioni, ma anche tramite siti internet, ad accesso gratuito, che svolgono un compito più che dignitoso nell’illustrare i punti forti e quelli oscuri e difficilmente comprensibili di questo sistema. Ritengo che il Bitcoin abbia un grande potenziale: è in grado di permettere il riassetto di un’economia che oggi ha mostrato i suoi limiti, soprattutto alla luce degli inevitabili sviluppi dell’e-commerce. Occorre quindi conoscerlo, e conoscerlo bene.