A cura di Chiara la Monaca-

Ecco svelati gli affari confidenziali del presidente russo Putin, della famiglia Cameron, dei vertici comunisti cinesi, insieme a star come il pallone d’oro Leo Messi e l’attore Jackie Chan

Panama Papers è il nome dato agli 11,5 milioni di documenti segreti, svelati da un’inchiesta condotta a livello internazionale da un pool di reporter investigativi appartenenti a testate giornalistiche di vari Paesi. La scoperta di questi documenti rappresenta la più grande fuga di notizie nella storia finanziaria e coinvolge lo studio legale Mossack Fonseca di Panama, una delle più grandi “fabbriche” al mondo di società offshore. Il nome Panama Papers prende spunto dai “Pentagon Papers”, i documenti che portarono alla luce le menzogne sulla guerra in Vietnam del segretario alla difesa di Nixon.

Tutto ha inizio con una fonte anonima che è entrata in possesso di migliaia di documenti dello studio Mossack Fonseca: messaggi di posta elettronica, fogli di calcolo, rapporti aziendali e altri documenti, che prendono in considerazione un periodo che va dal 1977 al dicembre 2015. Tutto questo materiale è stato poi passato ad un quotidiano tedesco, che non potendo farcela da solo, si è rivolto al «The International Consortium of Investigative Journalists» per condividere la ricerca e riverlarne il contenuto. Ed ecco che si apre uno spaccato mai visto prima all’interno del mondo offshore: emergono decennio per decennio, giorno per giorno, i dati su come si sono mossi i flussi di capitale attraverso il sistema finanziario globale, alimentando la criminalità e riducendo le entrate fiscali nel Tesoro dei Paesi. Si profila così la vasta rete creata dallo studio Mossak Fonseca, fondato a Panama nel 1977 da due avvocati: uno è Jurgen Mossack, l’altro è Ramon Fonseca. Quest’ultimo è stato uno dei consiglieri del presidente panamense Juan Carlos Varela, ed ha lasciato la carica dopo che, a inizio marzo, lo studio è stato coinvolto nell’inchiesta per corruzione che i magistrati brasiliani stanno conducendo sulla Petrobrás, l’azienda petrolifera controllata dal governo di Brasilia. Sull’inchiesta Panama Papers, lo studio si è difeso spiegando che «non è responsabile di quello che i suoi clienti fanno con le società che lo studio crea per loro».

Ma di che tipo di società si tratta? Che cosa intende per società offshore? In gergo finanziario vuol dire “all’estero”. Più nello specifico, una società offshore è registrata in base alle leggi di uno Stato, ma conduce la propria attività in uno Stato e in una giurisdizione diversi da quello in cui è registrato. Per cui esse godono di condizioni fiscali favorevoli grazie alla registrazione in Paesi che prevedono pochi adempimenti, controlli blandi, dove si pagano tasse molto basse (a volte pari quasi a zero) e la proprietà di conti correnti è segreta. Si tratta dei cosiddetti Paradisi Fiscali, molti dei quali hanno sede nelle isole tropicali (Bahamas, Seychelles, Isole Vergini). Ma anche altri Stati offrono la possibilità di aprire società con tassazione vicina allo zero: per esempio Regno Unito, Nuova Zelanda, USA, Portogallo, Austria e Lussemburgo. In queste giurisdizioni offshore vige un totale rispetto per il segreto bancario: si offre riservatezza a chi la chiede, rendendo irrintracciabile tutta o parte della propria ricchezza. In alcuni casi, le società offshore vengono usate per coprire speculazioni, operazioni vietate o per nascondere perdite di bilancio. Ma l’obiettivo più comune rimane quello di eludere le tasse. Ma tutto ciò è legale? Avere la proprietà di un conto corrente o una società offshore di per sé non è illegale. Nel caso dei cittadini italiani, diventa illegale se non lo si comunica alle autorità fiscali: in pratica se non lo si inserisce nella dichiarazione dei redditi. La legge italiana sulla tutela del risparmio (28 dicembre 2005 n. 262) ha inciso sul fenomeno delle società offshore, attribuendo al Ministro della giustizia il potere di determinare gli Stati «i cui ordinamenti non garantiscono la trasparenza della costituzione, della gestione, della situazione patrimoniale e finanziaria delle società». Infatti sono previsti degli obblighi informativi particolari per tutte quelle società per azioni italiane che controllino o siano collegate con società che hanno sede in quei Paesi.

Stando alle informazioni raccolte finora, i file contengono informazioni su oltre 214 mila società off-shore, riconducibili, in via diretta o meno, ad alcuni politici e uomini di Stato nel mondo. Tra i più noti emersi finora: i primi ministri di Islanda e Pakistan, i presidenti di Ucraina e Azerbaigian, il re del Marocco e dell’Arabia Saudita, il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, il premier del Regno Unito David Cameron. Ma non figurano solo leader politici. Tra i nomi svelati vi sono anche quelli di imprenditori, sportivi, attori, ma soprattutto nomi di banche che, attraverso lo studio legale Mossack Fonseca, hanno creato milioni di società offshore. Per l’Italia i nomi sono quelli di Ubi e Unicredit. L’ipotesi più accreditata è che la Mossak Fonseca abbia facilitato l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro: nei file, a conferma di ciò, ci sarebbero riferimenti sia a corruzione che ad organizzazioni criminali. Le informazioni consentirebbero di scoprire come il denaro “sporco” è stato spostato attraverso il sistema finanziario globale. Le responsabilità connesse a tutto ciò dovranno essere chiarite attraverso le indagini penali svolte in base alle diverse legislazioni dei Paesi coinvolti. Più in concreto, imparando dagli errori del passato, servirebbe una riforma della regolamentazione fiscale internazionale che parta da una profonda autocritica delle classi politiche che hanno prodotto gli inferni fiscali dai quali gli individui desiderano scappare. Inoltre, bisognerebbe promuovere un approccio meno burocratico e flessibile per adattarsi ai mutamenti tecnologici, sociali e culturali dell’economia contemporanea. Nell’attesa che il sistema reagisca…the show must go on!