A cura di Serena Feroldi

Seduta alla scrivania sotto la luce della lampada. La testa sul libro. Io devo studiare, non posso perdere tempo facendo altro. Non ti distrarre, studia. Poi perché così lontano? Ci metteremo un sacco di tempo. Non me lo posso permettere! E chi glielo dice ora al mister? Io non lo faccio per professione, non è mica il mio lavoro, è solo un passatempo. E sei poi non passo l’esame e mi sento in colpa?

Mannaggia a sto calcetto.

Che poi l’altra squadra ha praticamente vinto in partenza, hai visto chi ci gioca? Cosa stiamo andando a fare? Sono troppo più forti di noi, già lo sappiamo. Ma non siamo ancora arrivate???

Mannaggia a sto calcetto.

Eccoci, il campo è laggiù. Muovetevi. Che con il traffico abbiamo fatto tardi. Veloci nello spogliatoio che bisogna fare riscaldamento.

Maledizione.

Non c’è una singola parte delle mie gambe che non mi faccia male. Il ginocchio traballa e il piede non regge il peso. Per non parlare della schiena!

Mannaggia a sto calcetto.

E la gente con faccia stupita, un po’ incredula, mi chiede cosa spinga una bella ragazza come me a rovinarsi le gambe per il calcetto.

“Non sei più una bambina, dovresti iniziare a pensare ad altro!”

“Come ti viene in mente di continuare a giocare alla tua età?”

Rimango senza parole. Non capisce? Mi sembra così ovvio. Sorrido. Mi viene quasi da ridere. Scoppio a ridere. Piango dal ridere. Credo di essermi commossa in un nanosecondo.

“Per amore, che altro”.

Tutore, parastinchi, divisa e andiamo. Corsa normale, corsa incrociata, aperture, chiusure, slanci. Scivolamento laterale, all’indietro, in avanti. Allungo. Skip basso, calciata, skip alto. Navetta. Stretching. Squatt. Testa o croce. Fischio d’inizio. Non ti distrarre, gioca.

Mannaggia a sto calcetto.

Avrei dovuto saperlo.

Avrei dovuto saperlo prima. Perché allora non avrei mai cominciato a rincorrere quel pallone. Perché poi, se inizi, non puoi più smettere. L’adrenalina, l’acido lattico, il profumo dei gommini del sintetico, l’aderenza delle scarpe sul parquet, il sudore, l’arnica, il ghiaccio secco, le risate, la stanchezza, i riti ossessivi per vincere, il borsone da preparare, le trasferte da organizzare, la squadra. Litighiamo perché siamo donne e litighiamo. Le lacrime. Gli esordi inaspettati. Siamo cinque in campo e gli sguardi dicono, ci siamo, ce la facciamo, siamo un tutt’uno. Di sottofondo dalla panchina ci incoraggiano. Mena. L’ultimo tiro.

Eccomi, l’ultimo tiro.

“Non posso uscire stasera, domani gioco.”

“Ma che te frega, andiamo tutti!”

“Io no.”

Io no, io mi devo allenare. Io no, io non bevo la sera prima. Io no, io se non ho la partita organizzo un allenamento in più. Io no, io rimango in tuta così metto il ghiaccio in pizzeria. Io no, io prendo l’Aulin. Io no, io non sento dolore, io gioco.

Mannaggia a sto calcetto.

No.

Per fortuna c’è il calcetto.

Io no, io non ti odio. Io no, non rinuncerei neanche ad una sconfitta, neanche ad un tiro sbagliato, neanche al mal di gambe di ogni santa mattina, neanche ad una delle mie compagne di squadra per una serata diversa da quelle trascorse su quel campo da calcio a cinque.

Spero solo che quando sarà finita la partita, il campionato, la stagione, troveranno una soluzione per me. Perché in questo momento il dolore è sparito e la camera si è trasformata in un campo da calcio a cinque, la scrivania è diventata la porta, il cuscino ha la faccia di Ricardinho, la sveglia ha la voce della Pomposelli e la lampada sembra a tutti gli effetti Lucileia. E io ovviamente, ho fatto gol con l’ultimo tiro.

Mammamia l’ultimo tiro.