A cura di Angela Rizzica

A quanto pare, dobbiamo partire dalle basi e sfatare un mito: LUISS sta per “Libera Università Internazionale degli Studi Sociali”, non è quindi una strana malattia rara né un dimenticato poeta anglofono. Si pronuncia come si scrive, LUISS. Nulla di più, nulla di meno. Accantonato il tema LEWIS, torniamo a noi: navigando in quel mare immenso chiamato Internet, sono naufragata in un blog di cui non riporterò il nome onde evitare di dargli maggiore visibilità di quanta già ne abbia. Un blog che non ha nulla di strano, un blog come tanti altri se non fosse per un articolo ( di cui, come sopra, non riporto il titolo perché va bene che siamo stupidi ma ad inserirlo nel motore di ricerca per trovarlo sono capaci anche le scimmie): l’articolo in questione parla, neanche a dirlo, della nostra adorata LUISS. In soldoni la triste litania è sempre la stessa: siamo una massa di idioti che frequenta un’università accessibile solo ai “figli di papà”, ci compriamo gli esami perché diversamente non saremmo capaci di superarli ed abbiamo tutti indiscriminatamente un conto in banca che fa invida a quello di Bill Gates. Insomma, un’università per persone che hanno un QI inversamente proporzionale al reddito imponibile. Intendiamoci, non è né il primo né l’ultimo pensiero di questo tipo che ho modo di leggere da quando, ormai quattro anni fa, mi sono iscritta questo ateneo. Ciò che però mi colpisce particolarmente, diversamente dalle altre volte, è il veleno ed il rancore che ogni singola parola di questo articolo trasuda: rubiamo il lavoro a tutti i nostri colleghi che non possono permettersi un’istruzione privata nonostante valgano immensamente più di noi, siamo cioè ladri del sapere che rivendono la meritocrazia al mercato nero del “Dio Denaro”. Senza parlare di tutti i commenti che si susseguono sotto al post stesso, in una climax di insulti ed accuse. “La libertà è libertà per gli altri” diceva Rosa Luxemburg, e per quanto in questo momento sia per me frustrante ammetterlo, le sue parole non si possono né si devono mettere in dubbio. Invito quindi tutti i luissini all’ascolto ad inspirare ed espirare con molta lentezza cercando di ritrovare il proprio Chakra per mantenere la calma: l’opinione di ognuno è come tale intoccabile perciò va tutelata quanto e più dei panda in via di estinzione. L’unica cosa che mi chiedo è se queste stesse persone abbiano mai effettivamente chiesto un nostro parere, se si siano mai soffermate a riflettere seriamente su quello che dicono ed su come lo dicono. Gli idioti (in realtà nel blog ci chiamano ritardati ma vorrei ricordare che il ritardo mentale è un handicap e per ciò stesso il termine ritardato non deve essere utilizzato come un’offesa) sono ovunque e quindi possono trovarsi in qualsiasi ateneo italiano, non solo alla LUISS. Sicuramente non saremo tutti brillanti economisti ed avvocati ciceroniani, ma come in qualsiasi università ed in qualsiasi ambito della vita esistono le sfumature: esistono i bravi perché bravi davvero, i bravi per non chiare ragioni, i “senza infamia e senza lode” ed infine i “fessi”. Nulla di strano, tutto assolutamente nella norma. La LUISS dà un’offerta formativa ampia e disparata che, a mio modesto parere, poche altre università danno. Certamente paghiamo per questi “privilegi” ma questo non svilisce né depaupera la ricchezza professionale  di cui gode un laureato LUISS. Tacciarci di aiutare a distruggere la meritocrazia in un Paese che quasi non la conosce più, rientra nel tipico identikit dell’italiano medio: trovare un capro espiatorio esterno per evitare di fare i conti con se stessi. A posto loro non punterei il dito contro gli studenti della LUISS che hanno l’opportunità di fare l’Erasmus, la Summer School, i Master di altissimo prestigio, di partecipare a VolontariaMENTE e via dicendo; mi chiederei piuttosto per quale motivo l’Istruzione pubblica non sia più in grado di garantire le stesse possibilità. Mediterei, presumibilmente, su dove vanno a finire le rate, non proprio infinitesimali, che gli studenti dell’università pubblica pagano regolarmente; oppure mi domanderei come vengono investiti i finanziamenti che l’FSE gentilmente concede allo Stato. Probabilmente mi arrabbierei molto ripensando a come i vari Governi che nel tempo si sono succeduti abbiano distrutto, mattone dopo mattone, la grande casa della cultura, tagliando proprio e principalmente nel settore dell’istruzione e forse riporrei la potenza delle mie dita nel digitare “La Buona Scuola” su Internet piuttosto che nel batterle furiosamente sulla tastiera per lasciare commenti al vetriolo sotto ad ogni iniziativa delle associazioni studentesche del nostro ateneo. E’ infinitamente stupido pensare che la LUISS possa permettersi di laureare un branco di imbecilli: ad onor di logica dopo l’università si aprono le porte del mondo del lavoro e non credo che uno studio legale sarebbe disposto a perdere cause su cause a costo di avere un nostro laureato o che un’azienda sia disposta ad andare in bancarotta pur di avere un economista lussino. Insomma, mica siamo il visone da sfoggiare alle serate di beneficenza. Il fatto poi che alla LUISS si studi meno e che gli esami siano più facili anche per chi non è raccomandato, credo sia tutto da vedere: l’unico metro di paragone valido è l’ambito del lavoro e perciò nessuno studente non ancora avvezzo alla professione dovrebbe parlarne, ancor meno chi proprio non è dell’ambiente. Poi, per togliermi la curiosità, chiederei il loro punto di vista in proposito a quegli studenti che hanno dato Economia Aziendale per quattro volte, o agli sciagurati che, alla sesta bocciatura, devono ricomprare l’intero manuale di Procedura Civile causa usura. L’esame di per sé è un qualcosa di così soggettivo e consta di così tante componenti che non è possibile fare paragoni tra colleghi dello stesso corso, figurarsi tra università diverse. Parliamo infine della mela della discordia di ogni contendere, del peccato originale che ogni studente della nostra università è costretto a scontare ad aeternum senza alcun Cristo Redentore: i nostri conti correnti. Per tutti siamo figli di non precisati emiri che vivono in castelli d’oro, figli illegittimi di Marck Zuckerberg o nipoti viziati di Bill Gates. A Natale, insieme al Maserati troviamo sotto l’albero anche un bel modulo prestampato di trenta e lode che il gentile paparino ci ha comprato come dono, salvo poi lasciarci l’arduo compito di compilarlo perché insomma: “Va bene il trenta APPAPA’ ma almeno la materia in cui lo vuoi sceglila tu!”. Che poi, sarà un caso, ma non si parla mai delle nostre mamme, il ricco della famiglia deve essere per forza il genitore di sesso maschile. O meglio, delle nostre mamme ne parlano, ma danno sempre per scontato che facciano “il mestiere più antico del mondo”. Insomma oltre ad essere ricchi, i nostri papà sono pure tutti indagati per sfruttamento della prostituzione. Non vorrei anche qui sfatare un mito, ma la realtà è parecchio diversa: tra i miei colleghi io mi reputo una privilegiata e non perché mio padre faccia di lavoro il miliardario a tempo indeterminato, anzi, ma perché io sono nata a Roma e quindi non sono una fuori sede. Vedo tanti dei miei amici tirare la cinghia per non gravare ulteriormente sulle spalle di quei genitori lontani che non fanno gli imprenditori ma i carabinieri, gli insegnanti, i medici ed anche gli operai. Li vedo fare i calcoli per cercare di far quadrare i conti perché altri soldi per fare la spesa non vogliono chiederli. Li vedo alzati fino a tardi per studiare non solo per prendere un buon voto ma per cercare di laurearsi il prima possibile, anticipandosi anche degli esami perché la LUISS costa e così fanno risparmiare un po’ di soldi a mamma e papà. Li osservo “salire” le cose da mangiare “da giù” perché la nonna pensa che a Roma non si mangi bene e quel poco di buono costa assai. Vedo tanti ragazzi che, forse, più dei loro coetanei avvertono pienamente il peso del mastodontico sforzo economico che richiedono alle loro famiglie. E si sentono in colpa. Non immaginate quanto si sentono in colpa. Piangono per il diciotto non perché sia un diciotto ma perché hanno l’impressione di mandare a monte i sacrifici dei loro cari. Quindi no, non siamo tutti “figli di papà”. Forse alcuni, ma non tutti. E non permetto a nessuno di mettere in dubbio la mia preparazione, la mia intelligenza o gli sforzi che i miei genitori fanno per permettermi di frequentare una delle università più prestigiose d’Italia. La nostra superiorità morale sta proprio in questo: non abbiamo bisogno di sminuire gli altri atenei per essere consci del nostro valore, essendo ben consapevoli che nella giungla del lavoro dovremo confrontarci con altri laureati provenienti da tutto il Paese preparati meno, quanto e più di noi.

Ed ora scusatemi, ma devo scendere a spostare il Ferrari che ho lasciato parcheggiato davanti al cancello della villa di Bill. Un gran simpaticone Mr. Gates, ve lo devo presentare alla prossima conferenza che faremo alla LEWIS.