A cura di Marialuisa Inchingolo

Soffro il mal di mare. Le mie interiora si ribellano a quel movimento lento e conciso che tocca punti precisi del mio corpo. Le sento che vorrebbero urlare, la mia testa perde il suo equilibrio, ogni muscolo sembra affaticato, indebolito, incapace di muoversi. I miei occhi fissano l’orizzonte cercando di trovare un punto di equilibrio per me stesso, cercando la terra ferma.

-Soffro il mal di terra ferma dottore.

-Che cos’è? Non l’ho mai sentito.

-E’ il male di chi ha paura.

-Pensa di avere paura ?

-No, penso di essere pazzo.

-Cosa intende per pazzo?

-Chi sulla terra ferma soffre il mal di mare, ecco chi è il pazzo.

-Com’è possibile soffrire il mal di mare se si è sulla terra?

-E’ possibile eccome dottore. Quando si è troppo fermi, troppo stabili in un punto, posizione o luogo che sia si comincia a barcollare come quando si è troppo in movimento sul mare. Se vivi sulla terra ferma, il minimo movimento dell’acqua ti darà dolore e potrai parlare di mal di mare; ma se vivi sul mare la minima fermezza ti darà anch’essa dolore e allora perché non potrei parlare di mal di terra ?

-Non penso di aver mai sentito parlar di mal di terra all’università.

-Non tutto è scientifico.

-Perché il mal di terra è il male di chi ha paura?

-Io ho detto che è quello dei pazzi.

-Ma prima mi ha parlato di chi ha paura.

-Lei è troppo scientifico dottore. Vuole collegamenti razionali per ogni genere di argomento.

– …

-I paurosi di cosa hanno paura?

-Dipende da che pauroso ho di fronte. Possono aver paura degli insetti, degli spazi chiusi, delle altezze… si può avere paura di infinite cose.

-Quale le sembra la mia paura dottore?

-La terra ferma, no?! Ne abbiamo appena parlato.

-La terra è stabile, ma io non riesco a passarci tanto tempo perché comincio a barcollare.

All’età di sedici anni sono scappato di casa. Non sopportavo di andare a lavorare con mio padre per poi tornare e vedere mia madre morente. Quando lei una notte afosa di agosto fu costretta a lasciarci, decisi di scappare. Papà era intoccabile: non rivolgeva parola a nessuno, si lasciò andare alla rovina, non faceva altro che bere per provare a non pensare al fatto che lei non ci fosse più, ma lei non poteva tornare da un giorno all’altro e questa era la realtà. Una barca a vela: con questa decisi di fuggire. In fondo ero cresciuto in barca e nonostante il mio mal di mare, questo viaggio non mi spaventava, anzi mi affascinava. Una mattina papà uscì alle sette come al suo solito e io mi imbarcai. Niente addii, niente litigate per avere il permesso di partire, niente rimorsi nel vedere lo sguardo di un uomo ormai perso, solo un biglietto: “Ho preso la barca a vela. Non penso di tornare.” A distanza di dieci anni mi chiedo cosa ne è stato di lui, dei suoi pochi sorrisi, delle sue tanto amate barche, del suo lavoro, di se stesso. Non ho mai avuto sue notizie. Gli ho scritto spiegandogli le tappe del mio viaggio, ma non ho mai ricevuto alcuna risposta da lui. Ho continuato a scrivergli inizialmente ogni settimana poi sempre più di rado. Ora a distanza di dieci anni gli scrivo ogni avvenimento importante della mia vita senza ricevere mai risposte. Ho aspettato cinque lunghi anni prima di parlargli del nuovo paesino in cui ormai vivo. È un paese di mare e l’ho scelto a caso tra tanti. Il primo giorno in cui arrivai con la mia barca, mi colpì una donna che prendeva il sole in spiaggia. Avrà avuto una cinquantina d’anni, i capelli neri macchiati qua e là da qualche capello bianco, la carnagione scura, gli occhi dello stesso colore del mare, le mani troppo rugose e rovinate per la sua età. Assomigliava a mia madre e decisi che quello sarebbe stato il posto giusto per me. Mi ci vollero solo due giorni per ambientarmi e trovare un lavoretto che mi permettesse di pagare un posto per la mia barca. Vivevo lì nonostante potessi permettermi un monolocale, ma non potevo abbandonarla. Il paese era piccolo, tante viuzze che portavano ad un’unica piazza centrale; duecento abitanti che si conoscevano tra loro ed io venivo visto come lo straniero. Erano tutti gentili con me, soprattutto il salumiere Riccardo. Aveva qualche anno in più di me e si occupava dell’attività del padre ormai troppo vecchio per lavorare. Così cominciai a frequentare il suo gruppo di amici, una birra e qualche chiacchiera per passare le nostre serate. Riccardo mi parlava spesso di alcune ragazze che erano interessate a me, ma io non avevo alcune intenzione di stabilire un legame con quel luogo. Pensavo che un giorno mi sarei svegliato stanco di quella routine, sarei salito sulla mia barca e sarei ripartito per trovare un nuovo paese da conoscere, un altro Riccardo con cui passare le serate, un altro porto in cui ormeggiare la mia barca. Lei invece soffriva il mal di mare. In un modo esagerato, troppo per la sua età. In ogni avvenimento della sua vita cercava la terra ferma. Un semplice bacio la spingeva ad immaginare una casa, un matrimonio, una famiglia. Il suo mal di mare portava gli altri a soffrire il mal di terra. Ci siamo equilibrati a vicenda. Io che cercavo divertimento e svago, lei che cercava una famiglia e un uomo da amare per l’eternità.

-Aspetto un bambino.

Mal di terra, mal di terra, mal di terra. Fatemi andare in mare, dove barcollo, dove fuggo, dove penso al divertimento e non ad un figlio.

-Lo vuoi tenere? Io si. Lo sento già mio, sento che cresce dentro di me.

Mal di terra, mal di terra, mal di terra. Voglio camminare, nuotare, correre; l’importante è fuggire.

-Ho deciso: lo tengo. E’ mio figlio, nostro figlio anche se tu non lo vorrai. Già mi appartiene.

Mal di terra, mal di terra, mal di terra. Non sono capace di essere un padre. Non lo sarò mai. Lo sguardo fisso cerca il movimento infinito del mare.

L’ho conosciuta ad una festa in spiaggia. Me l’ha presentata Riccardo che mi aveva trascinato li. Lei era bella, sapeva di estate. Mi spaventava: non era come le altre e glielo leggevo negli occhi. Mi prendeva l’anima: bramavo i suoi sguardi al mattino e aspettavo la sera per incrociarla per le viuzze del paese. “Non è tipa per te, lascia perdere. E’ una ragazza seria, cerca un uomo da amare”. Mi sentivo l’uomo da amare. E così fu. Ci amammo tanto, troppo per qualche mese. Tutto divenne abitudine: uscire, stare insieme, vivere in quella minuscola casa che i suoi le avevano lasciato dopo la loro morte, le domeniche in barca, le cene a lume di candela. Poi la notizia: “Aspetto un bambino”. Soffro il mal di terra. E’ una malattia a cui non puoi sfuggire, non puoi far finta di non vederla o sentirla perché ti assale e si prende il meglio di te. O la curi o ci muori.

– Cos’ha deciso di fare quindi? Tenta la cura o scappa dal suo male ?

– Tento la cura dottore.

– E dove la vorrebbe trovare questa cura ?

– I suoi occhi, il suo sorriso, lo sguardo, il modo di legarsi i capelli nei giorni afosi, la cucina troppo dolce, il tic nervoso all’occhio, la voce che canticchia sotto la doccia le sue canzoni preferite, il disordine che lascia quando si prepara per una festa, la sua pancia che aumenta giorno dopo giorno e che contiene un insieme delle nostre anime: eccola la cura dottore. L’ho trovata e per non riammalarmi la devo avere con me ogni giorno della mia vita. Un giorno e rischio di ricaderci. Un giorno e rischio di inciampare nelle vele della mia barca. Un solo, semplice giorno e rischio di saltare su di essa e di tornare in mare per rimanerci per sempre.