MATURITA': CON INVIO ON-LINE TRACCE TAROCCATE ADDIOA cura di Martina Vetere

Diciannove giugno duemila dodici.

Liceo Classico Bernardino Telesio

Terza E.

Quattro anni sono passati dagli esami di maturità.

Gli esami di maturità!

Ti ricordi? Ci sembravano un’impresa. Ci sembravano anche un gioco. Ci sentivamo quasi-grandi.
Avevamo paura, ma eravamo troppo curiosi.; volevamo scappare di casa,  volevamo vivere da soli, volevamo scegliere la nostra strada, eravamo stanchi dei compiti per il giorno dopo.

Volevamo conoscere nuove persone, volevamo scoprire il mondo.

Alcuni di noi non avevano neanche diciott’anni, ma eravamo grandi.

Arroganti di sapere tutto della vita, colpevoli della nostra ingenuità, innocenti per esserci troppo sopravvalutati.

Troppo cresciuti per accontentarci di quei posti, ancora troppo bambini per incontrare la vita, quella vera.

Sono passati quattro anni, sono volati e solo adesso me ne sto rendendo conto.

Ognuno per la propria strada, alcuni hanno imboccato la stessa traversa, altri sono scomparsi, altri ancora emigrati,  pochi avevano capito l’andazzo e hanno deciso di restare.

Ci volevano predire il futuro, ci dicevano che non saremmo andati lontano, che fuori dall’aula di un liceo eravamo niente; ma c’era anche chi credeva in noi, chi ci dava i giusti suggerimenti, chi ci sfidava solo perché dimostrassimo a noi stessi di cosa fossimo capaci.

Ma te li ricordi i motorini, le macchinine, le interrogazioni, i compiti in classe, le ricreazioni, i filoni, gli scioperi che non riuscivano mai, le sigarette di nascosto, i suggerimenti lontani, i caffè di Luigi? Te li ricordi ancora Luperini, la biga alata, le derivate? Te le ricordi le stelle?

Ci avrebbero dovuto insegnare che eravamo noi quelle stelle, avrebbero dovuto dircelo di splendere.

Invece questo a scuola non te lo insegna nessuno.
A scuola impari i paradigmi di latino-   fero-fers-tuli-latum-ferre  – impari che la derivata di uno è uno (e forse non te lo ricordi neanche più), impari a non ubriacarti a bicchieri di cicuta, che Kierkegaard era un po’ depresso e che gli italiani sono sempre stati dei figli di buona mamma.
Ma nessuno ti insegna a splendere.
Questo lo devi imparare da solo.
Te l’immagini se Pallina ti avesse detto “ Splendi! Devi splendere in tutto quello che fai!” .. ma, sul serio, quanto avresti riso?

Si cresce, ed proprio questo il bello della vita.
Volevamo cambiare, noi, volevamo toccare il cielo mettendoci in punta di piedi, quante cose volevamo fare, quante cose volevamo essere.

E quante cose abbiamo fatto e quante cose siamo diventati.
Ora si che siamo cresciuti, ma quella grinta, quella speranza, quel desiderio di non fermarsi, di continuare a camminare, ditemi che c’è.

La stessa, uguale uguale a quella di quattro anni fa o perchè no, un po’ più consapevole.
Ora che abbiamo imparato che possiamo splendere, e lo abbiamo imparato sudando, mangiando scatolette di tonno, facendo sopra e sotto con una Freccia Rossa, incontrando vecchi amici e ricordando i vecchi errori; ora che abbiamo capito che non si gioca più ma si è iniziato a far sul serio: dimmi, tu ce l’hai ancora la voglia di cambiare?

Alla Terza E