A cura di Alessandra Cascone –

Non è compito arduo scorgere le manifestazioni della politica personalizzata. La frase del premier “Se perdo vado a casa” ha infatti mutato gli scenari politici. Prima vittima è la riforma costituzionale, del cui merito non si parla, perché quando la politica si personalizza inevitabilmente si semplifica e allora la riflessione sulla qualità della riforma cede il passo ad una dinamica, ormai estremizzata, in cui chi vince prende tutto mentre chi perde va a casa. Eppure una riflessione sarebbe opportuna perché la riforma del bicameralismo e quella elettorale si inseriscono lungo quella linea che ha preferito superare il sistema proporzionale preferendogli il maggioritario. In quel sistema di principi in tensione, la democrazia come ago della bilancia pende sull’efficacia decisionale piuttosto che sulla rappresentatività. Non è tramite la valorizzazione della celerità delle decisioni che si giustifica la perdita di importanza del parlamento a favore dell’esecutivo? Tuttavia questa riflessione non trova spazio nella politica personalizzata, perché in quest’ultima è l’appeal del leader ad essere protagonista indiscusso e i complessi processi storici, istituzionali e sociali ne sono oscurati. Ma da cosa è generata questa crescita di importanza degli esecutivi e dei loro leader? Orbene un’analisi sulle cause della politica personalizzata anziché delle sue manifestazioni è più complessa. La prima ragione non può che individuarsi nel declino dei partiti politici tradizionali, nella sopraggiunta incapacità di generare identificazione e senso di appartenenza. Non sorprende allora che punto di forza dei populismi sia proprio la partecipazione atomistica “uno vale uno”. Se i partiti non sono più in grado di riprodurre angosce e paure e i leader si limitano a strumentalizzarle allora i cittadini reagiranno con indignazione o frustrazione. La prima emozione confluirà nei populismi, la seconda sarà fonte di disaffezione e sfiducia nella capacità di influenzare il mondo esterno. E si sa i don Abbondio danneggiano il vivere collettivo più dei don Rodrigo.
Seconda vittima è quindi l’ideologia. La destra francese e viennese inseguono i populismi, si pensi al muro del Brennero voluto dai socialdemocratici o a Sarkozy che ha imitato Le Pen. In Italia la destra è spaesata, insegue i 5 stelle, si oppone a Renzi ad ogni costo, si fa guidare da Salvini e la sinistra fa la destra, sfida i magistrati, lamenta i costi e i rallentamenti al decisionismo. Tant’è vero che non c’è distinzione nei programmi ed allora saranno le caratteristiche personali dei leader al centro della competizione elettorale che si strutturerà secondo lo schema amico/nemico piuttosto che destra/sinistra. Si concretizza un rischio importante, perchè quando i programmi sono identici allora è la stessa logica di funzionamento della democrazia a risultare compromessa. Infatti la riforma elettorale ( a partire dalla riforma del 2005) e quella del bicameralismo segnano il passaggio dalla democrazia consensuale alla competitiva, da una democrazia, in cui la governabilità era subordinata all’accordo tra le diverse forze politiche, ad una in cui la governabilità è assicurata da una maggioranza che si forma per via elettorale e viene eletta sulla base di un programma. L’opposizione eserciterà il controllo politico sulla maggioranza di governo tramite la proposta di un programma alternativo che presenterà tramite il dibattito in aula. Sarà la contrapposizione tra governo e opposizione a rendere ragionevole l’aspettativa dell’alternanza. Oggi benché sia Renzi che Berlusconi si professano bipolaristi, in realtà vogliono il centro. Berlusconi tramite Marchini mira al voto dei moderati, dei cattolici, dei centristi, scongiura quell’idea di Toti secondo la quale non c’è distinguo tra la sua destra e quella di Salvini ed anche Renzi mira ai centristi, ai progressisti. Non è lo stesso referendum un banco di prova per il partito della nazione? Tale similitudine di posizione è dovuto anche ad un altro fenomeno, quello dell’integrazione europea. Se la maggior parte delle politiche sono decise dall’alto allora i governi nazionali hanno poco spazio di manovra. Un esempio è offerto dalla politica monetaria, questa è fatta dalla BCE ed è volta ad abbattere l’inflazione. Destra e sinistra sono costrette in questa cornice e non possono far altro che appellarsi a simili interventi di razionalizzazione. Per tale ragione sebbene i governi cambiano, le politiche sono le stesse. Lo stesso pacchetto di flessibilità concesso all’Italia pari a 14 miliardi è una misura solamente temporanea che rimanda alla legge di stabilità del 2017 l’applicazione delle regole, infatti per allora il deficit dovrà infatti scendere dell’ 1,8. In tale cornice i cittadini si sentono esclusi dall’arena decisionale e l’ascesa dei movimenti populisti ne è febbre sintomatica. Quest’ultimi intercettano le paura della gente generate da crisi economica, dalla crisi dei migranti e dalla crisi d’identità causata dalla globalizzazione mentre i partiti tradizionali si dimostrano incapaci di affrontare l’emergenza, perché o non danno risposte, limitandosi a delegittimare i populismi oppure cavalcano l’onda come i socialisti con la barriera al Brennero o Sarkozy che ha seguito Marine Le Pen. Strategia che non paga, perché quando i partiti tradizionali inseguono i populismi, gli elettori preferiscono l’originale. E questo Berlusconi sembra averlo capito, appoggiare Marchini significa riconquistare quei voti dei centristi persi in quella fase in cui la destra di Meloni ha assunto tinte estreme. Tuttavia Berlusconi ha perso capacità di amalgama e di controllo, perché il blocco sociale, con cui Marchini sarebbe coerente, non esiste più. La piccola borghesia impoverita vede trascinarsi verso il basso e allora trova rifugio nei populismi, a cui Renzi si oppone come unica alternativa credibile. È allora che la dinamica del conflitto si trasforma in sistema contro antisistema, piuttosto che destra contro sinistra. E dal caos e dalla paura cresce la richiesta dell’uomo forte, di cui Giannini ne rappresentò un esempio. Tuttavia la forza attrattiva che suscitava quest’ultimo venne intercettata da De Gaspari e ben presto scomparve anche la richiesta dell’uomo e della donna forte. Oggi manca un De Gaspari e anche un piano Marshall. Al contrario Renzi si presenta come l’unico che può assicurare decisione e governabilità. Tuttavia una democrazia deve rispondere anche ad un’altra esigenza, quella di controllare chi comanda. Per questo gli accordi con Verdini dovrebbero avvenire alla luce del dibattito parlamentare e non nelle penombre della commissione, perché è la stessa logica dell’alternanza a richiederlo. Questa richiede da una parte che la maggioranza metta in atto un programma e dall’altra che l’opposizione ne presenti all’opinione pubblica uno alternativo. Tramite la visibilità di questa contrapposizione, assicurata dal dibattito in aula, si formeranno le preferenze di voto degli elettori.
Come intavolare una riflessione se il linguaggio politico, per effetto delle trasformazioni indotte dai mezzi di comunicazione, tende alla drammatizzazione? Come può questa logica semplificata pensare di riprodurre l’ampia articolazione del reale? È forse utopistico augurarsi che il confronto politico abbandoni le tinte carismatiche e permetta di considerare che siamo oltre la modernità, e oltre la stessa post modernità?