A cura di Umberto Romano

Il gelido tocco dell’alluminio mi accompagna in questa notte; scrivere non è qualcosa di automatico, non si può fare a comando. Certe volte però è un dovere, alcuni segnali ti picchiano quasi in faccia, notizie che stavi aspettando da un sacco di tempo ma che non avresti mai voluto leggere.
Non vi dirò, assolutamente non vi dirò cosa sta succedendo in “Birmania” o in “Sud Sudan”, vi citerò solo una convenzione del 1948 : “In the present Convention, genocide means any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such: “
as such…c’era un sole incredibile a Srebrenica, faceva il caldo di questi giorni, ci sono le immagini di repertorio di un Mladic grasso e sudato che gracchia ordini per radio; Krstic, i capelli bianchi e radi sulla fronte, l’uniforme militare sdrucita, segue il serbo passo passo, è la sua ombra.
Dietro di loro i carri armati.
Era troppo importante Srebrenica, anche per le strategie militari; Uno dei grandi punti su cui si dibatte riguarda la premeditazione del Genocidio. Srebrenica andava presa, ma tutti gli uomini andavano uccisi? “La parte del gruppo” andava sterminata? Non lo sappiamo, ma non vogliamo rispondere a queste domande in questo articolo. Forse Karadzic non si aspettava di avere 8732 Bosgnachhi tra le mani, poteva essere la svolta della guerra, ed è successo, è successo che li hanno macellati mentre i satelliti USA riprendevano, voyeur alti nel cielo, tra le nuvole troppo lontane da quella terra che si riempiva di sangue.
21 anni e un giorno(quando sarà pubblicato questo articolo.) eppure la cosa interessante e vedere dov’era quell’Italia 21 anni fa, io imparavo a nuotare a Ischia, eravamo al mare, i più giovani scoprendo il tocco fresco dell’acqua o l’aria pura della montagna, i più vecchi consumando i primi amori, masticando le prime delusioni.Si saranno amati anche a Srebrenica, e più studio il fenomeno dal punto di vista storico-giuridico, più vedo la faccia di quella donna al processo Kristic: “Dov’è il mio bambino?”, piange; chi gli va a dire che è tra le ossa rosicchiate dei 1.200 che non hanno potuto riconoscere? Il male è banale. C’è la polvere a Srebrenica, oggi un memoriale dove c’era il Compound delle Nazioni Unite, a difesa di popoli che non hanno saputo proteggere, complici del massacro che non hanno saputo evitare.
E dopo 21 anni, il mondo ancora sanguina, e non ha mai smesso di farlo. Altri stati nascono e muoiono urlando, affogando nella propria richiesta di indipendenza, in sogni di libertà, anelando ad un mondo diverso da quello che conoscono, che vuol dire solo mitra e campi profughi; Che vuol dire morte, che vuol dire stupro.
In Sud Sudan governi senza identità usano pagare così i soldati, con bottini di guerra fatti di madri, sorelle, mogli, figlie. È questo il prezzo per la causa, e il mondo piange; mentre pokemongo impazza sugli Iphone, qualcuno sta morendo, come a Srebrenica. E se c’è un modo peggiore di morire, sta morendo anche peggio. Perchè dopo i grandi disastri, dopo le lacrime e le condanne potresti anche aspettarti che non accada più, ma è una chimera, un sogno vano. C’è l’Onu a Juba, in Sud Sudan; c’è una missione Onu e si contano decine di migliaia di morti, i caschi blu però non sono assolutamente pochi, solo i soldati sono 12mila. E domenica scorsa se la sono data a gambe levate, e nonostante la creazione di aree protette per i civili, non ci sorprenderemmo davvero se dovessimo piangere un’altra Potocari, è già successo, è successo a due stati di distanza, è successo a Taba, sempre nel ’94, sempre per differenze etniche inesistenti create da colonizzatori Europei.
Neanche dall’altra parte del mondo si smette di soffrire.
In Birmania i Rhoingya hanno paura di andare in ospedale. Gli ultimi cento che si sono mossi verso il Sittwe General Hospital sono tornati cadavere, i campi profughi Australiani sono pieni di persone appartenenti a questo gruppo ETNICO, che il governo, guidato da un premio Nobel per la pace, sta lentamente e silenziosamente sterminando. I Rhoingya vivono nella regione di Rakhine da secoli, eppure, non possono accedere all’istruzione, non possono prendere mezzi pubblici; è accertato che ai malati vengano somministrate terapie sbagliate, quindi anche quello alla salute è un diritto fondamentale che gli è precluso. Questa si chiama apartheid, crimine internazionale previsto dal trattato di Roma, istitutivo della CPI(Corte Penale Internazionale) all’articolo 7 lettera j. Ma la Birmania non ha neanche mai pensato di firmare il trattato, e con una giunta militare al governo potrebbe essere anche comprensibile, ma adesso che al governo c’è un premio Nobel per la pace, non dovrebbe essere opportuno? Certo, potrebbe esserci la strada del “referral” dell’Onu…dovrebbe essere più che opportuno, ma ad ora non se ne sente neanche parlare.(Anche per il probabile veto della Cina)

Il sole scotta, ma il mondo muore.
Anche questa estate.Come ventun anni fa.