Intervista ad Andrea Bernaudo, leader del movimento SOS partita iva

A cura di Valerio Forestieri

Andrea, è passato più di un anno da quando hai fondato l’associazione SOS partita Iva e dato forma al tuo impegno a favore dei contribuenti italiani. Quali sono i risultati finora raggiunti e quali gli obiettivi ancora da perseguire? 

Innanzitutto il tema della riforma del lavoro autonomo e delle partite IVA è entrato a pieno titolo nell’agenda politica. Siamo riusciti a stimolare il dibattito, non a caso il governo ha predisposto un ddl in materia: peccato che sia solo fuffa parasindacale. Anche i talk televisivi e gli approfondimenti della stampa “mainstream” nell’ultimo anno hanno affrontato il problema, seppur sempre con un taglio paternalistico e inadeguato. Possiamo dire, tuttavia, che il nostro grido d’allarme è stato recepito e le nostre proposte hanno avuto spazio nei media, sicché anche la nostra linea, nonostante sia fuori dal coro statalista, è passata. E ciò grazie a tutti i sostenitori di SOS partita IVA.

 

Le due proposte di legge avanzate da SOS partita iva (abolizione del “solve et repete” e abolizione del monopolio INPS per i lavoratori autonomi) sono riuscite a riscuotere l’attenzione dei partiti tradizionali?

Abbiamo registrato un interesse nei partiti del centrodestra: in particolare sull’abolizione del “solve et repete”, Forza Italia ha presentato la nostra proposta di legge sia alla Camera che al Senato. Gliene diamo atto, ma a noi questo di certo non basta. Nessun parlamentare “azzurro” si è battuto per portare in aula la proposta, né, tantomeno, c’è stato un coordinamento di coalizione per sostenerla, solo annunci e qualche segnale finalizzato a “tenerci buoni”.  Riteniamo fallito il nostro tentativo di dialogo con Forza Italia. Del resto fu Tremonti nel 2010 a rendere ancor più barbari i metodi di riscossione tributaria contro i diritti dei contribuenti: cosa potevamo aspettarci di più?

Possiamo solo auspicare un ricambio vero della classe dirigente di quel partito, nel frattempo continuiamo giorno per giorno la nostra opera di sensibilizzazione. Di sicuro non molliamo e abbiamo anche capito che non possiamo più delegare, ma dobbiamo agire direttamente sul terreno politico.

Anche sulla riforma previdenziale abbiamo avuto moltissime adesioni, ma noi chiediamo l’abolizione del monopolio INPS per passare ad un sistema ispirato alla libertà di scelta del contribuente. Il nostro modello è un mix tra la riforma vigente in Cile voluta da Jose Pinēra e il sistema tedesco. Vogliamo passare dal sistema a ripartizione pubblico ad un sistema a capitalizzazione dove è il contribuente che sceglie a chi affidare i suoi risparmi. Come si può facilmente comprendere, si tratta di scardinare l’attuale sistema previdenziale italiano: non sarà facile, ma noi continueremo anche in questo campo la nostra battaglia. Cresce la consapevolezza che così il sistema non reggerà a lungo: il disavanzo dell’INPS aumenta ogni anno. Noi abbiamo offerto una soluzione che ha avuto successo in altri Paesi e ci aspettiamo che il governo la esamini, anziché rincorrere ogni anno l’emergenza con provvedimenti tampone, perennemente rinviati al giudizio della magistratura contabile e costituzionale e che non risolvono la patologia strutturale che affligge il sistema previdenziale italiano.

 

La crescita stenta a ripartire; l’occupazione aumenta, ma a ritmi da zerovirgola, così insignificanti da risultare impercettibili. Cosa pensi dovrebbe essere fatto per consentire finalmente una ripresa più incisiva?

In paesi ad economia liberale per rilanciare l’economia si diminuisce la pressione fiscale su chi produce. Per rimanere nella stretta attualità, è sufficiente guardare alla Gran Bretagna.  Dopo la Brexit, onde evitare ripercussioni negative sull’economia e sui mercati, il governo ha subito annunciato il taglio della corporate tax dal 20 al 15%. In Italia il total tax rate, registrato dal World Economic Forum, è al 65,8%: altro che 20%!

Le libertà economiche sono compresse da un carico fiscale e burocratico infernale. La ricetta è sempre la stessa, la più semplice ed immediata, per ricordarla con uno slogan tanto caro ai miei amici libertari “meno tasse e più libertà”. Ma l’Italia non è la Gran Bretagna o l’Irlanda e neanche la Spagna. Lo Stato italiano è oramai “tossicodipendente”, in perenne crisi d’astinenza, e cerca di fare cassa come può, senza pensare alle conseguenze. Questo si ripercuote negativamente sul PIL, che infatti annaspa, sui diritti dei contribuenti, calpestati da regole barbare ed anticostituzionali in materia di riscossione fiscale, e sulle libertà economiche che, anziché fatte deflagrare in un impeto di crescita e sviluppo, vengono compresse e mortificate. Noi siamo passati da associazione a movimento, perché la situazione economica in Italia, al netto delle congiunture generali, è ferma. Quando c’è crisi, crolliamo; quando c’è una sensibile ripresa, annaspiamo: questo è dovuto all’assenza di provvedimenti strutturali e duraturi. Solo per fare un esempio, è vero che la decontribuzione del jobs act ha portato nuove assunzioni: è questo un sicuro successo per il governo, ma è un successo a tempo, e si corre il rischio che, finita la decontribuzione, si proceda poi ai licenziamenti, ritornando nella situazione quo ante. Perché allora non rendere più profonda e definitiva la decontribuzione diminuendo finalmente il cuneo fiscale?

Una cosa è certa, i contribuenti produttivi italiani debbono impegnarsi direttamente sul terreno politico ed avere più coraggio: SOS partita IVA è nata per aggregare questo impegno. Altrimenti continueranno a soccombere e con loro la nostra economia reale.