A cura di Valentina Maggestini

“Mi chiamo Randolf. Ho 21 anni. Sono nato a Monaco e ho sempre vissuto qui. Oggi è venerdì e con i miei amici abbiamo deciso di andare al centro commerciale per mangiare un panino da Mcdonald. L’appuntamento è alle 17.30 per cui inizio a prepararmi. Saluto distrattamente mia madre, musica a palla negli auricolari e vado. È il solito venerdì pomeriggio e spero non sia troppo noioso. Arrivo puntuale, ci sediamo e ordiniamo i panini. Facciamo le solite battute, seduti al solito posto, ma in fondo non mi dispiace, voglio bene ai miei amici, stare con loro mi basta, se non sentissi ogni venerdì le solite battute mi mancherebbero. Addento il panino, sento un forte rumore, ci metto qualche secondo a capire che è uno sparo. Panico. Tutti iniziano a scappare, lascio cadere il panino e con i miei amici cerchiamo di scappare ma siamo terrorizzati. Poi lo sento, forte e chiaro, un proiettile mi colpisce allo stomaco, mi fa male, ma ho 21 anni, sono forte, cerco di ignorare il dolore. Un altro. Vacillo e cado a terra. Smetto di avere paura. Ci metto poco a capire che sto morendo…che non ho vie d’uscita… Sono in una pozza di sangue e le urla della gente intorno a me diventano confuse. Mi chiamo Randolf. Ho 21 anni e fino a mezz’ora fa credevo di avere la vita d’avanti. Cosa ho fatto di male? Perché sta succedendo questo? Io volevo innamorarmi ancora, volevo un lavoro, volevo viaggiare e avere una casa tutta mia. Avrei dovuto salutare meglio i miei genitori ma come potevo pensare che sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti? Come potevo immaginare che qualcuno mi avrebbe sparato mentre mangiavo un panino del Mcdonald? Non è giusto. Non è giusto.  Sono stanco e triste. Sono deluso dalla vita. Chiudo gli occhi e attendo che la vita che avevo d’avanti mi passi alle spalle”

“Mi chiamo Lisbeth. Ho 47 anni. Sono la mamma di Randolf. Mentre preparo la cena sento mio figlio che mi saluta distrattamente ed esce di casa, ricambio il saluto senza alzare la testa dal piatto che sto preparando. È un bel ragazzo, non lo dico soltanto perché è mio figlio. Ha i miei stessi occhi azzurri e i capelli biondi di mio marito. Ricordo quando era piccolo, il viso d’angioletto che diceva che il suo sogno era pilotare gli aerei, non mi spiego così in poco tempo come sia cresciuto, senza che me ne accorgessi è diventato un uomo. Sono le 18.30, mio marito è al lavoro. Squilla il telefono. È la polizia, mi dice di andare in ospedale. Parla di una sparatoria al centro commerciale. Non riesco a credere a quello che dice. Ci deve essere un errore. Ci deve essere un errore. Il mio Randolf… guido veloce fino all’ospedale, ho la sensazione che il cuore mi possa scoppiare dal petto da un momento all’altro. Quando arrivo è tutto confuso. Quello che mi stanno dicendo…non è vero. Non può essere. Poi lo vedo, Randolft è steso su un letto, occhi chiusi, sembra stia dormendo ma il mio bambino non aprirà mai più i suoi occhi azzurri. Perché? Perché è successo questo? Tutti i suoi sogni…lui voleva pilotare gli aerei…Spero almeno che adesso lui possa volare, possa essere in un mondo migliore di questo. Ma io? Come faccio io? Mi chiamo Lisbeth. Ho 47 anni. Sono una madre a cui è stato portato via ingiustamente il suo bambino. Pensavo di avere metà della mia vita d’avanti da dedicare alla mia famiglia e invece oggi la mia vita è finita, nonostante sono ancora su questa terra oggi è andata via la mia ragione di vita.”

Questa non è la vera storia di uno dei ragazzi morti a Monaco. Questa è la storia tipo di un ragazzo di 21 anni che crede di essere al massimo della sua vita. La storia di un ragazzo forte, con tanti sogni e aspettative.  Al posto di quel ragazzo ci poteva essere ognuno di noi.  Non so perché la vita è così ingiusta. Non so perché viviamo in un mondo sempre più violento ma so che dei sogni sono stati spezzati. Dicono che a sparare sia stato un 18enne il che rende a mio parere il tutto più grave, come può un ragazzino armato passare inosservato? Dov’è la sicurezza? Non si può smettere di vivere per paura di morire ma non si può nemmeno accettare l’idea che qualcuno ti spari mentre addenti un panino. Ho preso come esempio l’attacco a Monaco, ma la storia di questa famiglia si ripete, si ripete tutte le volte che c’è una strage. Che sia una bomba, un tir o una pistola a colpirti, vengono spezzati sogni, distrutte famiglie.

Basta violenza, orrore, tragedie.