A cura di Angela Rizzica

Un vecchio detto recita “ogni scarrafone è bello a mamma sua”. La globalizzazione come anche la continua connessione degli internauti ha, nel tempo, modificato la nostra antica e bellissima lingua introducendovi neologismi ed anglicismi di qualsivoglia tipo. Ma non è questo il caso: la storpiatura nel titolo è voluta ed anzi frutto di attenta riflessione. La soia è un alimento che è entrato nella routine di molti italiani, tramite i diffusissimi “all you can eat” giapponesi e cinesi ma soprattutto tramite la scelta, sempre più condivisa, di convertirsi al regime alimentare vegetariano o vegano.

Alla base di questa conversione vi è spesso un motivo di salute: ad esempio nel caso di lotta tumore del pancreas, una dieta priva di latticini, derivati e carne, è risultata essere una scelta vincente come emerge da diversi studi del settore. Forse con ancora più frequenza il “vegetarianismo” ed il “veganismo” sono invece una presa di posizione etica, onde rendere pratico e tangibile il proprio dissenso in merito al trattamento che spesso è riservato agli animali da macello ed agli allevamenti in generale. Come in ogni cosa, ci sono pro e contro: sicuramente merito di questa rinnovata coscienza alimentare è la maggiore attenzione che poniamo (vegetariani e non ) nella scelta di determinati cibi con un impatto ambientale più basso, o la maggiore sensibilità diffusa che dimostriamo, anche a livello di tutela legislativa, nei confronti dei nostri amici animali. Il contro che molti di questi coscienziosi custodi della Terra portano a galla è l’isterismo: chi non opera il loro stesso cambiamento è un “carnivoro”, un “assassino” o nella migliore delle ipotesi un “ottuso”. La diatriba scientifica per il momento non ha ancora decretato un supremo vincitore, rimandando lo scontro finale a data da destinarsi. Poco ma sicuro è che, giunto ad una certa età, il singolo ha tutto il diritto di autodeterminarsi anche nel proprio regime alimentare, sempre senza limitare o creare danno agli altri. Ma, come dicevo, condicio sine qua non della scelta drastica che vegetariani e vegani operano, è il raggiungimento di una certa maturità, mentale e fisiologica. Recenti e, ahimè, sempre più frequenti sono i casi di cronaca che vedono protagonisti bambini, se non addirittura lattanti, ridotti in precarie condizioni di salute a causa delle convinzioni dei propri genitori. Sottoposto a una dieta vegana subito dopo lo svezzamento, un bimbo di due anni è stato ricoverato il 15 ottobre scorso al San Martino di Belluno per gravi carenze alimentari: “[…]La dieta vegetariana o addirittura vegana nel primo anno di età è totalmente sconsigliata”, ha detto il primario di pediatria del San Martino, Luigi Memo, a Il Gazzettino. “La carenza o la mancanza totale di elementi fondamentali per la crescita dei bambini può creare gravi scompensi. Il deficit della vitamina B12, ad esempio, può portare a problemi neurologici considerevoli. Chi volesse alimentare il proprio figlio con una dieta vegana dovrebbe attendere l’età giusta e farsi seguire sempre da un nutrizionista”, ha aggiunto. Purtroppo non è l’unico caso recente: prima del caso di Belluno ce n’è stato un altro, nel luglio scorso, che ha visto protagonista un lattante di appena undici mesi, ricoverato d’urgenza all’ospedale Meyer di Firenze: i genitori avevano cercato di svezzarlo con una dieta vegana senza previo assenso del pediatra, dieta che il piccolo aveva però rifiutato. Così la madre era ricorsa alla prassi dell’allattamento al seno non tenendo però conto che anche il suo regime alimentare fosse completamente alterato poiché non seguito da nessuno specialista ed assolutamente non ben bilanciato, trasmettendo quindi una forte carenza della vitamina B12 al figlio tramite il latte stesso. Nulla vieta a chi voglia scientemente e coscientemente trarre benefici da una scelta nutrizionale drastica di farlo, anche perché non c’è ancora alcuna prova che una dieta di questo tipo porti danni a breve ed a lungo termine su un organismo già formato. Ben diverso è però trasformare una propria scelta in una ottusa e tirannica imposizione, dimostrando la stessa sensibilità ed empatia di chi decide di  rinchiudere i maiali in gabbie capienti quel tanto che basta a contenerli: un corpo in crescita ha bisogno di una particolare cura e di un ingente apporto proteico che questa dieta, soprattutto se fatta senza una consultazione pediatrica, non può assicurare. Ogni scarrafone è bello a mamma “soia”? Io opterei per rimanere sul detto originale, facendo vivere i bambini come tali senza imporre loro nulla che possa rivelarsi dannoso per la crescita perchè la vita di una betulla è importante senza dubbio, ma quella di un infante di più. Un bel po’ di più.