Ondate di macerie s’infrangono sulle tranquille strade di paesini italiani assopiti nel loro sonno. Alcuni si svegliano, altri non lo fanno più. Al sorgere del sole la tempesta è finita, l’acqua si ritira e lascia spazio alle lacrime. Fragili e pesantissime, rigano le guance di chi è costretto a guardare la propria vita franata per strada. Lacrime di dolore, di disperazione, di preghiera. Ma alle preghiere si uniscono tutti, è il turno di #PrayingforItaly e il mondo si tinge di verde, bianco e rosso. Una solidarietà che non aiuterà a rimetterci in piedi ma almeno ci farà sentire un po’ meno soli di fronte a una tale disgrazia. Questa ormai è la prassi, connubi di bandiere e hashtag riempiono i social per esprimere una vicinanza virtuale al paese colpito. Ovviamente c’è sempre chi non segue la massa e anzi punta il dito, solo che non ci aspetteremmo che ad avere un atteggiamento del genere sia proprio un’altra vittima verso cui a nostra volta avevamo espresso solidarietà. A quanto pare però Charlie Hebdo non guarda in faccia nessuno. Il séisme à l’italienne da loro illustrato è una barzelletta dove si ricalcano i solchi degli ormai datati stereotipi in cui gli italiani sono solo pizza, pasta e mandolino. Il sangue dei feriti è salsa di pomodoro, le macerie sono strati di lasagne, tutte componenti di un piatto decisamente di cattivo gusto. Questa vignetta satirica era una delle opzioni per la copertina del numero del 31 agosto 2016 che poi ha deciso di accanirsi contro il tanto martoriato burkini, spedendo “il séisme à l’italienne” a pagina 16, troppo polemico per essere messo in prima pagina, secondo loro non abbastanza per non essere pubblicato. Il black humor ha colpito ancora ma personalmente, dopo aver sentito il mio letto tremare, dopo aver visto le statuette sulla libreria cadere per terra e il lampadario oscillare da una parte all’altra, ho perso proprio la voglia di farmi una risata. E così la devono aver persa tutti quelli che hanno subito danni molto maggiori e perso dei cari. Ma allora “je ne suis pas Charlie”, io non sono più Charlie se ciò significa essere immorali, sconsiderati, cinici. Il punto è che Charlie Hebdo è sempre stato così, doveva colpire noi perchè ce ne rendessimo definitivamente conto, perchè ci mettessimo nei panni di un musulmano che vede derisa la propria religione. Quando tutti siamo diventanti Charlie l’abbiamo fatto per rispondere a un istinto più forte di noi, l’umanità, che ci ha portato ad allearci con chi dalla parte della ragione del tutto non era. Quella libertà di stampa che tanto abbiamo difeso, quella matita gialla spezzata in due che abbiamo contribuito a temperare ora scrive di noi e di sicuro non è riconoscente. Forse abbiamo peccato di superficialità quando abbiamo assunto il ruolo di Charlie, non abbiamo studiato a fondo il personaggio dando per scontato che fosse buono solo perchè era una vittima. Ora ci si rivolta contro e subito sbocciano post e tweet che si rimangiano tutto quello che avevano detto un anno fa. Allora Charlie contrattacca con un’altra vignetta satirica dello stesso calibro della prima. Una donna che emerge dalle macerie coperta di sang-salsa di pomodoro e che dice :«Italiani…non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!». Ecco, mancava infatti l’ultimo stereotipo italiano. L’ambasciata francese a Roma si scusa, disconosce le opere di un giornale che dà prova di tanta disumanità. “La satira è una cosa bella, ben venga l’ironia. Ma come si fa a fare della satira sui morti? La satira è satira quando fa ridere e qui mi sembra che non ci sia proprio nulla da ridere, visto che è pieno di morti” dice il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, guardando il suo paese distrutto. La libertà di stampa è sì una colonna portante della nostra democrazia ma è il rispetto per gli altri a renderci umani. Il dolore provato da Felix, l’autore della vignetta, per la morte del suo collega ucciso dall’Isis è lo stesso che provano gli abitanti di Amatrice per i loro amici e parenti. Siamo tutti uguali di fronte a situazioni del genere e diventa meschino deridere un dolore così universale. Il rispetto per le persone e per la morte che ha dimostrato Charlie non si distingue tanto da quello degli estremisti islamici che tanto odiano. E allora la questione qui non è se noi siamo Charlie o non lo siamo, ma soprattutto: che cos’è Charlie?