A cura di Valerio Forestieri

 

Avrei voluto, almeno oggi, essere neutrale. Scrivere una metafora d’accatto – il sole che sorge, una nave che salpa- per augurarvi un buon inizio. Ma alcuni fatti, alcune accuse, m’hanno convinto a tornare sui miei passi. Piuttosto che rimestare un’immagine ormai trita, ho deciso dunque di schierarmi. Di prender posizione e difendere la libertà di queste pagine. Voglio spiegare a chi per la prima volta prende questo giornale fra le mani, perché qui si parla liberamente; voglio illustrare qual è il metodo seguito, affinché sia chiaro a tutti. E darci una linea, se la linea è necessaria per non essere tacciati d’incoerenza. E definire una rotta, se la rotta può servire a barcamenarci tra le insidie d’una guerra.

Spirano infatti, per il mondo, venti di guerra. Un conflitto a pezzi, che si combatte su più fronti, che coinvolge più Stati, che si dilacera in mille battaglie; che è così totale, complesso, viscerale, da confondere le ragioni dello scontro, sicché, di volta in volta, si va cianciando di lotta fra poveri e ricchi, di ostilità fra giovani e vecchi, di frizione tra tecnocrazia e populismo, di guerra di religione. Non so quale nome meglio si attagli a questa belligeranza diffusa, pervasiva, globale; so però che i prossimi mesi moltiplicheranno le occasioni di contrasto. Gli appuntamenti politici scandiscono il ritmo. Dalle presidenziali negli USA al ballottaggio in Austria, dal referendum costituzionale alle elezioni spagnole, proliferano i campi di battaglia.

Di questa guerra noi facciamo i cronisti. Ne raccontiamo l’acuirsi, il vorticare, la zuffa, il rimbombo. Riportiamo i trionfi, narriamo la rotta, talvolta, per una strage, alziamo il lamento. E mentre si combatte, stiamo nel mezzo. Perciò non capisco, non capisco davvero, chi esige, del conflitto, un resoconto imparziale. Non capisco chi invita a mantenere i modi compìti, il linguaggio sereno; chi consiglia di non sbilanciarsi, di non parteggiare, di rimanere in trincea senza sparare.

Io non ci riesco. E allora, sulla fronte, calco l’elmetto; scendo alla mischia per prenderne parte. Ho infatti, tra gli eserciti che cozzano sui campi, i miei preferiti: non lo nascondo. Nessuno, qui, lo nasconde, e ciascuno si attesta col suo. Alla schiera le cui ragioni trova più giuste, ciascuno si unisce; per essa s’affanna, scrive, si affronta. Qui vige una libertà sovente abborrita, spesso fraintesa, ma che è fondamentale all’energia della vita: la libertà di combattere. Per un’idea, per un capriccio, per un moto d’orgoglio, purché si combatta con passione vivace. Ed ora che la baraonda del mondo s’inasprisce, anche il racconto che ne facciamo diventa rovente: non sarà una cronaca rigorosa, analitica, asettica; saranno pagine di testimonianza. Non meravigliatevi, dunque, dei toni animosi, dello spirito acceso che talvolta adottiamo: ricordate che pure su queste colonne infuria la guerra.

Ecco la linea che ci piace seguire, ecco la rotta che intendiamo tenere. Sarà questo un giornale che non riferisce soltanto, ma che la lotta la vive. E se qualcuno, scorrendo queste righe, si è chiesto cosa abbiamo da offrire, rispondo: un elmetto, affinché possa schierarti anche tu.