IURISPRUDENTES INTERVISTA L’ON. ENZO PALUMBO

A cura di Valerio Forestieri

Intervista a Enzo Palumbo, Senatore della Repubblica nella IX Legislatura, eletto per il PLI nel Collegio di Messina; è stato poi membro del CSM, eletto dal Parlamento, e, per pochi mesi, anche capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero per il Coordinamento delle Politiche Comunitarie e per gli Affari Istituzionali (col Ministro Ciaurro). Ha redatto nel 2010 lo studio preliminare per l’abrogazione referendaria del Porcellum, ha difeso in Corte Costituzionale quel Comitato Referendario, e da ultimo ha promosso dinanzi al Tribunale di Messina il ricorso che è sfociato nel giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

-Onorevole Palumbo, iniziamo subito con la domanda più importante. Perché noi giovani, noi ragazzi di vent’anni, dovremmo votare NO alla riforma?

Domanda importante; merita una lunga risposta, che cercherò di dare nel corso di questa intervista. Intanto, volendo essere lapidari, ti dico: per conservare quelle libertà che i vostri nonni hanno conquistato, che i vostri genitori hanno conservato e che ora le generazioni passate vi stanno consegnando.

-Mi permetta però di osservare che la Costituzione che i nonni ci hanno consegnato non è esente da difetti. E se non vogliamo parlare di difetti, bisognerà riconoscere che il contesto storico è mutato. Quando la Costituzione è stata scritta, l’Italia si trovava sul confine di due aree d’influenza antagoniste. Da una parte l’URSS, dall’altra l’Occidente. Anche i partiti erano divisi, anche la popolazione era divisa. Più d’ogni altra cosa si temeva la vittoria, definitiva e incontestabile, degli avversari. A questo timore è improntata la Costituzione: il sistema che delinea, più che consentire di assumere decisioni, le rifugge e le ostacola. La Carta si propone di compensare, di smorzare, di smussare ogni decisione. All’incirca questo è anche il ragionamento che segue Luciano Violante quando afferma che la Carta è ispirata al principio di non decisione.

Conosco bene il pensiero di Violante. Lui dice che la Costituzione è stata scritta sotto il timore del tiranno e quindi per garantire il principio della non decisione? Beh, Io mi permetto di replicare dicendo che la Costituzione è stata scritta per garantire il principio della divisione dei poteri, e non è la stessa cosa. L’idea del Senato che avevano i Costituenti, come seconda camera differenziata per elettorato attivo e passivo e per durata, era un classico del costituzionalismo liberale e derivava dalla proposta di Cavour, quando anche allora si discuteva di riformare il Senato regio, sostituendolo con un senato elettivo; all’obiezione che si sarebbe trattato di un doppione della camera, Cavour rispose che sarebbe bastato differenziare l’elezione per età di elettori ed eletti e per la durata del mandato; poi, come sappiamo, le cose sono andate diversamente, e la durata del Senato repubblicano è stata equiparata, prima in via di fatto e poi di diritto, a quella della Camera, e, a mio parere, è stato un errore.  I poteri separati, infatti, si bilanciano, e sono tali solo se ciascuna fonte di legittimazione è reciprocamente autonoma dall’altra. Il Governo decide la sua linea, definisce la legge di bilancio, prova a tradurre in leggi la sua linea politica e le sottopone al Parlamento, che le approva, le emenda o le respinge, nel libero esercizio del suo potere. Le posizioni del legislativo e dell’esecutivo possono essere divergenti o convergenti, ma in tutte le democrazie del mondo il potere legislativo e quello esecutivo – oltre che, ovviamente, quello giudiziario, che, almeno per ora, non è in discussione – agiscono in ambiti separati, certo non incomunicabili, anzi, ma separati e, aggiungo, potenzialmente conflittuali, perché solo nel conflitto si esercita la funzione di controllo. Questo è ciò che è accaduto sino a oggi in Italia, ed è ciò che ha consentito al nostro Paese livelli di crescita inimmaginabili all’indomani dell’ultimo conflitto mondiale. Domani questo meccanismo virtuoso subirà una trasformazione profonda. Se questa riforma (che io amo chiamare “deforma”) costituzionale supera il vaglio referendario di novembre, e se la legge elettorale passa il vaglio del giudizio di costituzionalità del 4 ottobre, accadrà che una sola persona, non si sa come designata o che magari vince le sue elezioni primarie interne – non legalizzate e non giustiziabili  – diviene così leader del suo partito, poi lo presenta alle elezioni in solitudine, designa  sostanzialmente i suoi parlamentari, ottiene, se vince le elezioni, una maggioranza di 340 deputati nell’unica camera legislativa,  cui si aggiunge almeno una parte di quelli eletti all’estero, e infine diviene Presidente del Consiglio in forza di una nomina che il Presidente della Repubblica non gli può negare; ed ecco che il potere legislativo, che è composto da persone che quel leader ha nominato, risulta asservito al leader di turno,  in termini sostanziali, anche se non formali. Cambia così la forma di democrazia, da parlamentare a governativa, senza neppure dirlo, ed è anche per questo che la riforma è particolarmente insidiosa, perché nasconde il suo vero obiettivo. Per non parlare degli organi di garanzia che, attraverso marchingegni vari, che non possiamo qui esaminare nel dettaglio, diventano monopolio della maggioranza parlamentare e, in buona sostanza, del governo, a cominciare dai presidenti delle due Camere e dalle istituzioni che in qualche modo ne promanano (il Presidente della repubblica, 1/3 della Corte Cost. e del CSM, i consigli di presidenza delle altre magistrature, i membri delle autority).

-Mi consenta, allora, questa obiezione. Lei paventa il rischio che il combinato disposto della riforma costituzionale e della legge elettorale si traduca in un vulnus per la democraticità dell’ordinamento. Ma la nuova Costituzione non dovrebbe consentire di sollevare la questione di legittimità costituzionale sulla legge elettorale? Di modo che la Corte Costituzionale, se considerasse veramente il combinato disposto della riforma e della legge elettorale un pericolo per la democrazia, potrebbe sempre dichiarare l’illegittimità di quest’ultima. D’altronde, la Corte ha ormai abbandonato ogni remora e non esita a pronunciare l’incostituzionalità di una legge elettorale, come ha già fatto per il Porcellum. Non vale la pena di votare Sì e poi rimettersi al giudizio della Corte, modificando semmai – e soltanto in seguito- la legge elettorale?

Per la precisione, mi auguro che la Consulta dichiari l’illegittimità della legge elettorale prima che si arrivi al referendum. La Corte, infatti, esaminerà la questione della costituzionalità della legge elettorale il 4 ottobre, a seguito di un ricorso che io stesso ho promosso dinanzi al Tribunale di Messina, che, con un’ordinanza dello scorso aprile, ha ritenuto “non manifestatamente infondati” 6 dei 13 profili d’incostituzionalità che avevo avanzato; ma penso che ne parleremo più avanti. Quindi la Corte già il 4 di ottobre potrebbe prendere una posizione. Ma non è questo il punto. Il punto è che legge elettorale e riforma costituzionale rappresentano i due rebbi, le due punte, di una forca che è stata concepita dal Governo e alla quale il Governo ha legato la sua stessa esistenza. Le marce indietro degli ultimi tempi non contano niente. Quando il Governo ha costretto il Parlamento a votare la legge elettorale, e quando l’ha costretto a votare la modifica della Costituzione, ha sostenuto che le due cose dovevano stare insieme: simul stabunt, simul cadent. Ma c’è di più: la Corte potrebbe dichiarare la legge elettorale solo in parte incostituzionale, magari in norme non essenziali per preservare la democraticità del sistema, penso ai capilista bloccati, facendo però salvo il premio di maggioranza alla lista così detta vittoriosa. In un sistema tripolare, com’è ormai il nostro, un solo partito, anche fortemente minoritario nel Paese, al ballottaggio otterrebbe almeno 340 seggi, potendo poi fare tutto ciò che più gli aggrada. Si realizzerà così l’egemonia del potere esecutivo sul legislativo, come ho cercato di spiegare prima. Tuttavia, la riforma non è sbagliata soltanto perché è in combinato disposto con la legge elettorale: è sbagliata in sé, in tutte – per la precisione, in quasi tutte – le sue previsioni. Salverei solo l’abolizione del CNEL, istituzione che inizialmente aveva una sua validità ma che poi si è rivelata inutile, e salverei, in parte, la revisione del titolo V; anche se temo che i problemi seguiti alla riforma del 2001 – con riferimento al conflitto di attribuzione per le materie di legislazione concorrente – non saranno del tutto risolti, perché la riforma è scritta male e continua a mantenere potenzialità conflittuali anche nel rapporto Stato-Regioni, lasciando comunque immuni le regioni a statuto speciale, rispetto alle quali, chiaramente, il divario istituzionale delle regioni a statuto ordinario finirà per crescere, con conseguenze anche sul sentimento di solidarietà nazionale. Per tutto il resto è una riforma, sbagliata, pasticciata, fonte di complicazioni e confusioni, addirittura pericolosa per la complessiva tenuta del sistema istituzionale.

-Mi perdonerà se la interrompo, ma fra gli elementi positivi andrebbe annoverata anche la riduzione del numero dei parlamentari. In effetti, i senatori, nel nuovo Senato depotenziato, saranno 100, a dispetto degli attuali 315. 

Non ci piace il Senato? Beh, allora è semplice, aboliamolo e basta. Il Senato, così com’è delineato nella riforma, non serve a nulla (se non ai consiglieri regionali e sindaci che godranno dell’immunità), crea soltanto confusione. Ragionando nell’ottica del monocameralismo, se lo scopo fosse stato quello di contenere i costi sarebbe stato meglio abolirlo del tutto. Invece, il bicameralismo rimarrà in forme farraginose, complicate, sconclusionate. Mentre, ragionando nell’ottica del bicameralismo, per contenere i costi sarebbe bastato ridurre a 400 i deputati e a 200 i senatori, a tal fine sostituendo due sole parole all’art. 56 e una sola parola all’art. 57. Si sarebbe ottenuto un risparmio ben maggiore, senza farla così lunga e complicata. Mi viene da pensare che l’unica cosa che può avere indotto alla soluzione escogitata dal Governo è di volere creare una specie di “dopolavoro dorato”, nel quale collocare consiglieri regionali e sindaci che, nel contemporaneo esercizio del loro mandato locale, potrebbero avere problemi giudiziari; per non dire che, se in Italia c’è una classe politica screditata, è proprio quella regionale, che ora si vorrebbe trasferire nel Senato della repubblica.

-Un’osservazione alla Marco Travaglio.

Ma è ciò che, di fatto, avverrà! E’ inevitabile! Perché i consiglieri regionali, che dovranno scegliere i senatori tra di loro e tra i sindaci della regione, si spartiranno i seggi a tavolino! Pensa che assurdità: in ben dieci casi si dovranno eleggere soltanto due senatori, di cui un consigliere regionale e un sindaco. E sai cosa dice la riforma? Che dovranno eleggerlo con sistema proporzionale! Vorrei che mi venissero a spiegare come si possono eleggere un solo consigliere regionale e un solo sindaco con sistema proporzionale.

-In effetti, è palesemente irragionevole…

Che facciamo, allora? Diamo la parte destra di un senatore a un partito, la parte sinistra a un altro, e qualche frattaglia a un terzo? E stiamo parlano di ciò che dovrebbe accadere in ben 8 regioni e nelle due province autonome!

-C’è da dire però che se il Senato fosse stato definitivamente abolito, quelli che oggi paventano la svolta autoritaria e lamentano un indebolimento della democrazia si sarebbero stracciati le vesti. Avrebbero cominciato col dire che le leggi costituzionali, la legge elettorale e gli altri atti legislativi di primaria importanza sarebbero stati rimessi al capriccio di una sola Camera, dominata peraltro dal partito al governo. 

Tutto dipende dal sistema elettorale utilizzato per l’unica Camera. In giro per il mondo i sistemi elettorali sono decine e vi sono anche casi di Camera unica. Bastava copiare un qualsiasi sistema già sperimentato in un qualsiasi paese democratico: il sistema francese, quello tedesco, quello inglese, uno dei due australiani, o quello statunitense. Qualsiasi altro sistema potrebbe andar bene, tranne l’Italicum, che è un unicum nel panorama globale. Appunto per questo Renzi l’ha subito chiamato “Italicum”, prima che qualcun altro, magari il sulfureo sarcasmo di Sartori, lo chiamasse “maialinum”: perché è un “maialata” tutta italiana. Non c’è al mondo nessuna – dico nessuna! – assemblea legislativa che venga eletta in sede di ballottaggio nazionale, con un premio di maggioranza; i ballottaggi sono per definizione dappertutto destinati alle cariche monocratiche (sindaci, presidenti, o anche singoli parlamentari).

-A proposito di sistemi elettorali: se vince il fronte del NO e Matteo Renzi tiene fede alla parola data, il Governo a ottobre dovrà dimettersi. Si voterà con l’Italicum per la Camera e il Consultellum per il Senato. Rischiamo il caos istituzionale. Non è stato incauto adottare una legge elettorale soltanto per una Camera, confidando nell’abolizione – o meglio, nella modifica- dell’altra?

Per la verità, penso che sia stato incauto il presidente del Consiglio a mettere in quei termini, assolutamente personalizzati, una questione che invece andava lasciata alla libera valutazione dei cittadini. E poi, le dimissioni non si minacciano, semmai si danno!  Cameron, prima del referendum, si è ben guardato dal minacciare le dimissioni in caso di Brexit, ma poi, a risultato acquisito, si è dimesso. Ma quello è un altro mondo! A parte ciò, proprio quello accennato nella domanda, e cioè l’irragionevolezza di una legge elettorale per la sola Camera a Costituzione vigente per il Senato, è una delle questioni d’illegittimità costituzionale dell’Italicum, che ho proposto al Tribunale di Messina e che i giudici hanno ritenuto “non manifestatamente infondata”, ed anche su ciò sarà chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale il 4 ottobre. A me sembra che l’irragionevolezza della previsione di applicazione dell’Italicum a partire dal primo luglio, prescindendo dalla previa approvazione definitiva della riforma costituzionale, sia assolutamente evidente; e, per la verità, doveva esserlo anche agli incauti legislatori che hanno approvato una norma così cervellotica. E, visto che siamo in argomento, enunzio soltanto le altre questioni su cui la Corte è stata chiamata a pronunziarsi dal Tribunale di Messina sin dallo scorso febbraio, e ora anche dal Tribunale di Torino, che il 5 luglio ha sollevato due questioni di legittimità costituzionale (ballottaggio senza previsione di soglia per accedervi, e assoluta discrezionalità delle opzioni dei plurieletti).  Gli altri motivi che ho proposto, e che sono stati giudicati non manifestatamente infondati, sono: il vulnus al principio della rappresentanza territoriale, il vulnus al principio della rappresentanza democratica (premio di maggioranza e soglie di accesso), capilista bloccati, pluricandidature e opzioni dei plurieletti, soglie di accesso e applicazione dell’Italicum a Costituzione vigente per il Senato.

-Ritornando alla riforma costituzionale, bisognerà riconoscere che la necessità di una duplice approvazione, sia alla Camera che al Senato, per le leggi di maggiore importanza, come le leggi costituzionali o europee, è garanzia di una attenta e ponderata valutazione.

In molti casi c’è, infatti, un duplice vaglio parlamentare: peccato che almeno uno degli organi chiamato a effettuare questo vaglio, il Senato, non verrebbe democraticamente eletto. L’articolo 1 Cost. afferma icasticamente che “La sovranità appartiene al popolo”. Invece i senatori non saranno eletti dal popolo, ma dai consiglieri regionali. E saranno i senatori, non scelti dal popolo, a potere modificare, ad esempio, la Costituzione. Se proprio si voleva modificare profondamente la Costituzione, come si sta facendo, occorreva ridare la parola al popolo, convocando una nuova assemblea costituente. L’art. 138 usa, infatti, la parola “revisione”, che è assolutamente diversa da “riforma”, che è una parola che nei lavori dell’assemblea costituente non compare quasi mai; ne sono sinonimi le parole: cambiamento, mutamento, trasformazione, rifacimento, rinnovamento, ristrutturazione; mentre la “revisione” è cosa assolutamente diversa; ne sono sinonimi le parole: controllo, esame, ispezione, riesame, modifica, rettifica, adeguamento, correzione. Quando porto la macchina a fare la periodica revisione, mi aspetto che mi ridiano la stessa macchina, dopo averne verificato il funzionamento ed eventualmente sostituito le parti deteriorate con pezzi identici di fabbrica; non mi ridanno mica una macchina diversa! Dove si vede che il temine “revisione” non fu scelto a caso dai costituenti, che erano attenti anche alle virgole; non per niente il testo finale venne affidato a una commissione di letterati e linguisti per verificare (è il caso di dirlo) la correttezza delle parole e delle frasi.

-E’ però altrettanto vero che l’esigenza di una riforma profonda della seconda parte della Costituzione è stata evidenziata, già negli anni immediatamente successivi alla sua entrata in vigore, da giuristi e costituenti di spicco: Calamandrei e Mortati, per fare due esempi. E proprio Calalmandrei diceva che se la seconda parte della Costituzione non funziona, la prima parte rimane soltanto un’enunciazione di principi. 

La frase di Calamandrei significa per l’appunto che le due parti della Costituzione, la prima, quella dei principi, e la seconda, quella dell’architettura istituzionale, sono strettamente legate. La seconda parte della Costituzione – tra l’altro, quella più propriamente liberale; mi si consenta di dirlo, da liberale d’antan quale sono – garantisce l’equilibrio e la divisione dei poteri. La prima parte enuncia principi generali e la seconda offre gli strumenti per darvi attuazione. Se modifichi profondamente la seconda, modifichi implicitamente e inevitabilmente anche la prima; rendi più difficili da realizzare alcuni principi enunciati nella prima. Se la ragione sociale di un’azienda è quella di produrre matite, s’impianteranno macchinari per produrre matite; ma se poi, magari per un cambio di gestione, si sostituiscono i macchinari di prima con altri che producono penne, si modifica automaticamente anche la ragione sociale dell’impresa. Nella Costituzione tutto si tiene: la prima parte afferma solennemente i principi cui s’ispira, la seconda si occupa di definire gli strumenti per concretizzare quei principi. Sappiamo tutti che Calamandrei, nel corso dell’Assemblea Costituente, aveva sostenuto la tesi presidenzialista (per intenderci, pensando agli Stati Uniti), che però sarebbe stata accompagnata da tutte le garanzie che la Costituzione americana ha apprestato in tema di netta separazione dei poteri, ma quella tesi non passò; e quanto alla Costituzione poi approvata, la sua preoccupazione è sempre stata quella di attuarne i principi, che gli ricordavano, di volta in volta, il pensiero di Mazzini, Cavour, Cattaneo, Garibaldi, Beccaria, come fece nel famoso Discorso sulla Costituzione del 26 gennaio 1955 tenuto alla Società Umanitaria e rivolto agli studenti universitari e medi milanesi, concludendo con una celebre frase che molti preferiscono oggi dimenticare: ”Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”. E, visto che parliamo di Calamandrei, andrebbe ricordato anche ciò che disse nel 1947, durante i lavori della Costituente: “Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana”. Di fronte a questi moniti, rimasti oggi inascoltati, chi cerca di stravolgere la Costituzione dovrebbe solo arrossire, se non tacere.

-Eppure che il bicameralismo perfetto, colonna portante della seconda parte della Costituzione, vada modificato, è opinione pacifica. Tutte le forze politiche concordano sulla necessità di superare questo bicameralismo paritario, dividendosi poi sul sistema istituzionale con cui sostituirlo. Dobbiamo allora convocare quanto prima la nuova assemblea costituente?

Nemmeno io difendo in toto il bicameralismo paritario, tant’è che arrivo a dire: facciamo una sola Camera, purché sia eletta con sistema proporzionale, o con un altro qualsiasi sistema che non metta il parlamento nell’esclusiva disponibilità del governo; in mancanza del quale cadremmo dalla padella (ammesso che sia tale) del bicameralismo nella brace (e questa lo è certamente) del premierato assoluto. Se si fosse voluto garantire, oltre alla rappresentatività del parlamento, anche la governabilità del Paese, bastava inserire alcune semplici modifiche: la sfiducia costruttiva per la sostituzione del governo, la facoltà per il premier di proporre al capo dello Stato la revoca dei ministri, l’inemendabilità della legge di bilancio se non su parere favorevole del governo. Tre cose su cui nessuno avrebbe trovato da ridire. E poi, credi davvero che questa “deforma” ponga fine al bicameralismo? Vuoi che ti spieghi perché non è così?

-Spieghi pure.

Per prima cosa, il bicameralismo continuerà a essere assolutamente paritario in ben 16 materie, non certo irrilevanti, a cominciare dalle leggi di revisione costituzionale, affidate anche ai senatori, che non sono  eletti dal popolo; e poi, la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum e le altre consultazioni popolari, l’ordinamento degli enti territoriali sub-statali,  la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa europea, l’elezione dei senatori, la ratifica dei trattati UE, la finanza locale e i poteri sostitutivi del Governo. Chi avrà molta pazienza, potrà leggere l’elenco completo nel nuovo testo dell’articolo 70, e penso che, se, avendo anche un po’ di fiato, riesce ad arrivare alla fine, non riuscirà nemmeno a raccontarlo. Ma non finisce qui. Per tutte le altre materie, il bicameralismo permane: è zoppo, ma sostanzialmente permane, diviene solo imperfetto. Quando la Camera approverà una legge, su richiesta di 1/3 dei senatori, il Senato potrà dire la sua, con maggioranze variabili (relativa o assoluta) a seconda della materia. E qui, per la verità, non si capisce neppure come lo farà, e cioè se potrà approvare veri e propri emendamenti, o soltanto inviare generiche petizioni alla Camera, che deciderà in via definitiva, ancora una volta, in relazione alla materia, con maggioranze variabili (relativa o assoluta). E, ciliegina sulla torta, il come e il quando resterà demandato ai regolamenti parlamentari, che ovviamente saranno nella disponibilità della maggioranza. Insomma, la navetta fra le Camere non è neppure superata del tutto. Per non parlare, poi, del moltiplicarsi dei procedimenti legislativi. Qualche costituzionalista ne ha contati 7, altri 8, qualcuno 10, io sono arrivato a 13, tra procedimenti principali e sub-procedimenti a esito differenziato. E già questo solo fatto dovrebbe dirla lunga sulla confusione che ne nascerà. Un dato è sicuro: la riforma è scritta male, in alcune norme è addirittura un guazzabuglio incomprensibile; e allora, dovremmo votare per avere una Costituzione scritta male?

-Se però la riforma non passa -bene o male che sia scritta-, si corre il rischio di ricadere nell’ennesimo periodo di stallo. L’ultima proposta di riforma costituzionale è stata avanzata dal governo Berlusconi nel 2006. Al referendum è stata bocciata. Sono dovuti passare ben dieci anni prima che si riuscisse ad elaborare una nuova riforma. Per non parlare, poi, del danno economico, che il Centro Studi di Confindustria quantifica in una perdita di ben 4 punti percentuali di PIL.

Mi dispiace per Confindustria e il suo Centro Studi, che minaccia sfracelli per la nostra economia, se al referendum vince il NO. Lasciami dire che, nel giudizio dell’opinione pubblica, quest’appiattimento non giova nemmeno alla causa che vuol servire. Se Confindustria si mettesse un po’ la sordina, e usasse qualche prudenza in più, ne trarrebbe beneficio la sua immagine e, forse, anche lo stesso governo. Comunque: la Costituzione, dal ’48 a oggi, è stata revisionata più volte. Ben 36 articoli sono stati modificati rispetto al testo originario, a cui si aggiungono le modifiche a 3 disposizioni transitorie e finali. Nel 2001 c’è poi stata una riforma epocale, quella del titolo V°, della quale il centrosinistra, che l’ha pervicacemente voluta a strettissima maggioranza, non si è mai pentito abbastanza. Nel 2006, durante il governo Berlusconi, c’è stato il tentativo di modificare la forma di governo, alla quale, assieme al centrosinistra di oggi, mi sono fortemente opposto. Devo dire che, col senno di poi, un po’ mi pento per i toni di allora: era sbagliata anche quella, ma almeno l’intento era dichiarato: trasformare la forma di democrazia e mettere il parlamento alle dipendenze del governo; mentre qui lo stesso scopo è perseguito, ma in via surrettizia, in maniera indiretta, in combinato disposto con la legge elettorale che affida il potere, tutto il potere, a un solo partito, e, quindi, al suo leader. Quando si dice che le due cose vanno valutate separatamente, trovo che si tratti di un vero imbroglio ai danni dei cittadini. Mentre si dichiara che una norma ha un certo scopo (l’efficienza), in realtà se ne persegue un altro (il potere assoluto). E lo si fa anche vellicando qualche peluria populistica, come per esempio quella della riduzione dei costi della politica. Penso che ci sarà una domanda su questo punto, o sbaglio?

-In realtà, no. Non c’è. Trovo che sia un tema avvilente. La democrazia ha il suo prezzo, anche economico. Il Governo si umilia parlando di riduzione dei costi, soprattutto perché si tratta di un risparmio insignificante.

Sono lieto che un giovane universitario, che rappresenta la classe dirigente di domani, la pensi così. A parte la volgarità dell’argomento, che ha trovato addirittura posto nell’intitolazione della “deforma”, lasciami dire almeno questo: c’è una nota del 28 ottobre 2014, prot. 83572,  della Ragioneria Generale dello Stato che quantifica i risparmi derivanti dalla riforma; una nota inviata dal MEF al Ministro Boschi, e da questa inoltrata al Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera con una nota del 18 novembre 2014. La Ragioneria Generale dello Stato in questa nota quantifica i risparmi incirca  49 milioni per il Senato e in circa 8 milioni per il CNEL. Meno di un euro per ciascun italiano, quando invece nei giorni scorsi lo stesso Ministro, dimentico di ciò che dovrebbe almeno avere letto, ha parlato di un risparmio di 500 milioni. Una gaffe del genere, in un altro paese, costringerebbe chi l’ha fatta alle dimissioni. E quanto all’abolizione delle province, quella che verrebbe abolita è solo la parola, ma non le funzioni, che saranno devolute ai così detti “enti di area vasta” in attuazione della legge 56-2014; e, anche per questo, la Ragioneria dello Stato ha precisato di non potere fare previsioni di risparmio al riguardo; però, a proposito delle province, una cosa era già stata certamente abolita: la democrazia nelle relative elezioni, ormai affidate ai consiglieri comunali invece che ai cittadini.

-Prima di concludere l’intervista, mi lasci fare un’ultima considerazione. Più volte ha detto che i senatori non saranno eletti dal popolo. In realtà è solo parzialmente vero: i senatori saranno eletti tramite un’elezione di secondo grado dai Consigli regionali in conformità però “delle scelte degli elettori”. I consiglieri regionali, cioè, eleggeranno i senatori all’interno di una rosa di nomi indicati dall’elettorato. 

Non è proprio così, e questa famosa “conformità alla scelta degli elettori” è tutta da inventare, perché nella riforma non c’è nulla che faccia capire come potrebbe realizzarsi, e il governo si è sin qui rifiutato di avanzare una qualsiasi proposta in tal senso, nonostante le insistenze della minoranza del PD. In ogni caso, una cosa è assolutamente certa: il primo Senato riformato sarà composto da senatori eletti dai Consigli regionali in carica al momento dello scioglimento delle attuali Camere, e, ovviamente, nell’occasione non ci potrà essere alcuna previa “scelta” degli elettori. Le disposizioni transitorie prevedono poi che questa fantomatica legge sia approvata entro sei mesi dalle prossime elezioni, con un procedimento bicamerale paritario, e quindi anche ad opera dei senatori appena eletti dai loro colleghi; a questo punto mi chiedo: perché mai i nuovi senatori dovrebbero approvare una legge che mette a rischio la loro rielezione? E se non viene fatta? Campa cavallo! Prima di salutarci, però, voglio dire ancora un paio di cose.

-Dica, dica: L’ascolto. 

Questa riforma è veramente un pasticcio. Mi duole che Confindustria abbia preso posizione per il Sì, e che gli editorialisti del Sole si sbraccino a sostenerne le ragioni. Vorrei dire ai dirigenti di Confindustria che la riforma, se passa, si rivelerà dannosa anche per il sistema produttivo italiano. Col caos istituzionale che ne risulterà, non si capirà più nulla. Per non dire, poi, che il Paese ne uscirà spaccato in due. Non è questa la strada migliore per imboccare la ripresa. Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, ma mi permetto di dire che le riforme di cui Confindustria e gli italiani hanno bisogno non sono quelle del Parlamento, della Costituzione o della forma di Governo. Le riforme che servono sono quelle per ridurre l’enorme debito pubblico, la pressione fiscale sulle imprese, i sovraccosti imprenditoriali dovuti all’asfissiante burocrazia ministeriale e locale, la lentezza delle stazioni appaltanti, lo spoyl system che mette l’alta dirigenza nelle mani del governo, a discapito della neutralità e imparzialità della P.A. e quindi, in definitiva, anche del sistema imprenditoriale che con quella dirigenza viene in contatto; e temo che anche la riforma della P. A. in itinere, alla fine della fiera, abbia anche quest’ obiettivo: asservire la P. A. al governo di turno; che poi, non è detto che sia sempre quello che si vorrebbe. So bene che Confindustria è governativa per definizione, ma est modus in rebus e attenti al pifferaio di turno che non manca mai.

-L’umorismo non Le manca davvero, Onorevole.

A leggere questa riforma, se non fosse una cosa seria, l’umorismo viene spontaneo. Ci sono alcune perle veramente spassose, come quella dell’elezione proporzionale dei senatori, a cui ho già accennato. Non avrei mai immaginato che si potesse arrivare a questo livello d’insipienza. La Costituzione del 1948, tutta, è composta di 9.300 parole; il solo articolo 70 della “deforma” credo ne abbia 440, il primo punto compare dopo 170 parole; nelle disposizioni transitorie dell’art. 39 ho contate 1.140 parole; cito all’ingrosso: una cosa mai vista. Per chiudere, vorrei ricordare che la bozza della Costituzione, una volta approvata dalla Commissione dei 75, fu rivista linguisticamente da un terzetto di letterati d’eccezione: Pietro Pancrazi (accademico dei lincei, critico e letterato di scuola crociana), Concetto Marchesi (latinista di scuola marxista), Antonio Baldini (scrittore e saggista), perché ne verificassero lo stile, in modo che le parole usate fossero quelle appropriate e avessero un significato univoco, che non ci fossero ripetizioni, che i punti e le virgole fossero al posto giusto, che i periodi fossero chiari e comprensibili a tutti. Per la verità, non dovettero neppure fare un gran lavoro, perché il testo predisposto era già bello di suo, essendo la Commissione dei 75 composta da personaggi di eccezionale livello culturale; e comunque, i costituenti d’allora se ne preoccuparono egualmente, perché erano ben consapevoli che una Costituzione deve essere sobria, lessicalmente perfetta, deve potere entrare nel cervello di ognuno per essere capita e nel cuore di ognuno per essere amata, insomma un’opera d’arte, bella e affascinante, che faccia pensare alle tante cose belle di cui il nostro Paese è così ricco, come l’hanno descritto Vittorio Sgarbi e Michele Ainis nel loro ultimo libro “La Costituzione e la bellezza”. Proprio il contrario di ciò che hanno fatto gli pseudo-costituenti d’oggi; e mi chiedo: chi potrà mai amare una Costituzione del genere?

-Queste raffinatezze si son perse nella politica moderna.

Lo so, ma avessero almeno evitato i rinvii ad altri articoli: nemmeno questo ci hanno risparmiato. Nei 139 articoli della Costituzione del 1948 non c’era nessun riferimento ad un altro articolo; solo nel 2001, negli articoli 116 e 118 è comparso un semplice rinvio all’art. 117. Oggi, anzi domani (Dio, meglio, il popolo non voglia!) il solo articolo 70 della “deforma”, invece, ne conterrebbe ben 11. Altro che Costituzione! Questa è una circolare ministeriale! Ed io, con la testa e col cuore, voterò NO alla circolare ministeriale Renzi-Boschi! E vorrei tanto avere convinto a fare altrettanto Te e i Tuoi colleghi che avranno la pazienza di leggere questa intervista, mentre Ti ringrazio per l’opportunità che mi è stata offerta di parlare, attraverso la rivista Iuris Prudentes, agli universitari romani, che saranno la classe dirigente di domani, e che non meritano di dovere subire una costituzione di questo tipo.