Intervista all’On. Anna Ascani, deputata del partito democratico nella XVII legislatura, eletta nella circoscrizione Umbria.

A cura di Edoardo Licitra e Pierpaolo Moroni

-Cominciamo dalla domanda più importante, Onorevole. Perché noi giovani, noi ragazzi di vent’anni, dovremmo votare Sì alla riforma?

Ottima domanda. Iniziare da qui mi permette di spiegare il senso del mio pieno sostegno alla Riforma costituzionale: ho 28 anni e ho assistito ad una serie di fallimenti nel modernizzare un sistema istituzionale che, tra i molti pregi, ha anche qualche difetto legato soprattutto alla lentezza del procedimento legislativo. Fallimenti ascrivibili in egual misura a tutte le forze politiche e che hanno pesato sullo sviluppo complessivo del nostro Paese. Semplificare il sistema istituzionale, infatti, è urgente e necessario e, inoltre, risponde a quello spirito del cambiamento, tipico del progressismo, che ha caratterizzato tutta la mia, pur breve, storia politica: riprendendo le parole di Luigi Berlinguer in un’intervista su L’Unità di oggi (07 settembre 2016, n.d.a), “una sinistra che ostacoli il cambiamento non può dirsi realmente una sinistra”. Più in generale, i giovani come voi, come noi, devono aprirsi alle novità. Non è detto che un cambiamento sia un miglioramento, ma l’unico modo per migliorare è cambiare. E vista la nostra condizione di oggi, con una diffusa mancanza di prospettive soddisfacenti per la nostra generazione, come giovani non possiamo che investire sul cambiamento.

 -La critica che più frequentemente viene mossa alla riforma è il fatto che essa sia in combinato disposto con la legge elettorale. In effetti, se la riforma passasse il vaglio referendario e la legge elettorale non subisse modifiche, un solo partito otterrebbe un’ampia maggioranza parlamentare, pari al 55% dei seggi, sulla base del premio assegnato al ballottaggio. Un solo partito, che esprimerà -com’è ovvio- anche il Governo, riuscirà così ad egemonizzare anche l’unica Camera direttamente eletta dai cittadini. Il potere legislativo e il potere esecutivo sembrano compenetrarsi pericolosamente.  Non rischiamo di arrecare un vulnus al principio della divisione dei poteri?

Questo Parlamento, dopo la sentenza della Consulta sul c.d. Porcellum, si era assunto l’impegno di cambiare la legge elettorale. Lo abbiamo fatto in un modo del tutto nuovo: non alla vigilia di un appuntamento elettorale, ma a distanza e, quindi, con una maggiore lucidità. La legge elettorale è una delle tessere più importanti del complesso mosaico che è il nostro ordinamento e, come ogni tessera, va rimodellata e adeguata perché possa comporre un disegno armonioso. In particolare essa deve rispondere a due diverse esigenze, garantendo insieme la rappresentanza e la governabilità. Il c.d Italicum è pensato in questo modo. D’altra parte, la legge elettorale – che segue il procedimento delle leggi ordinarie – non ha alcun legame con la Riforma Costituzionale che ci accingiamo a votare e coloro che mettono insieme le due cose lo fanno per lo più in modo strumentale, per spostare l’asse della discussione. Per di più, lo stesso Presidente del Consiglio Matteo Renzi, proprio ieri (06 settembre 2016, n.d.a.) ha aperto ad eventuali modifiche, qualora vi fosse una maggioranza disponibile ad approvare un nuovo testo in Parlamento.

-Altro aspetto ampiamente dibattuto è l’effettiva abolizione del bicameralismo perfetto. Per ben 16 materie, enumerate dall’articolo 70 della riforma, il bicameralismo rimarrà perfettamente paritario. L’obiettivo di semplificare il procedimento legislativo può dirsi veramente centrato? Oppure si sono moltiplicati i procedimenti legislativi, complicato il quadro istituzionale, resa la Camera alta ad elezione indiretta, senza tuttavia riuscire a raggiungere l’obiettivo?

Supponiamo che la Riforma costituzionale fosse già in vigore: la quasi totalità delle leggi finora approvate sarebbero passate dalla sola Camera dei Deputati, senza alcun coinvolgimento del Senato della Repubblica. Analizzando questo semplice dato si evince che, nonostante sia comunque previsto dalla Riforma un elenco di materie che prevede la votazione in Senato, l’incidenza in termini di risparmio di tempo rimarrebbe comunque molto alta. E questa affermazione si avvalora se la completiamo con i dati riguardanti la media di tempo necessaria per approvare i testi di legge di iniziativa parlamentare: solamente nel 2016 ci sono voluti 392 giorni alla Camera e 226 giorni al Senato (Fonte: statistiche sull’attività legislativa XVII legislatura, Senato della Repubblica). In ogni caso, affiancare all’abolizione del bicameralismo perfetto l’istituzione di una camera delle autonomie locali è il frutto di una scelta ben precisa: non certo quella di cancellare tout court un ramo del Parlamento, ma attribuire a questa seconda assise la responsabilità sulle questioni che ricadono, in via prevalente, sugli enti di cui essa è rappresentativa (per l’appunto gli enti locali).

-Altro elemento da chiarire: il Governo parla di riduzione dei costi, di ingente risparmio. Si arriva addirittura a quantificare questo risparmio in 500 milioni. Tuttavia, in una nota del 28 ottobre 2014, la Ragioneria Generale dello Stato afferma che i risparmi saranno di circa 49 milioni per il Senato e 8 milioni per il CNEL. Meno di un euro per ciascun italiano. Non è poi un risparmio così significativo, non crede?

Gli effetti di Riforma andrebbero valutati ed analizzati nel lungo periodo e, inoltre, non solo da un punto di vista economico. Tanto premesso, qualsiasi dato sia stato fornito finora è difficile che abbia potuto tenere in considerazione anche degli ulteriori risparmi derivanti dalla soppressione delle materie concorrenti Stato-Regione e dal superamento dei –costosissimi- conflitti di attribuzione che la Corte Costituzionale è chiamata ogni volta dirimere. Quello che è certo è che i cittadini non dovranno più sostenere il costo delle indennità di 315 Senatori e che lo stipendio dei consiglieri regionali avrà un tetto preciso. Azioni che servono a rispondere alla diffusa richiesta di sobrietà che i cittadini da anni rivolgono alla politica.


-L’art. 138 della Costituzione è stato voluto dai padri costituenti per rivedere alcuni articoli della Carta ma non parla di revisione dell’intero impianto costituzionale. Richiamare questo articolo per legittimare una riforma così ampia ha indotto alcuni costituzionalisti a parlare di abuso della norma di revisione costituzionale. A tal proposito, qual è la sua opinione?

Questa Riforma riguarda esclusivamente la seconda parte della Costituzione, lasciando impregiudicati il sistema dei principi generali e dei diritti fondamentali che costituisce il cuore pulsante di ogni ordinamento costituzionale.  Per queste ragioni credo che parlare di “abuso della norma di revisione costituzionale” sia completamente fuori luogo anche se – devo ammettere – di grande impatto mediatico. Gli stessi padri costituenti, del resto, cominciarono ad osservare i difetti della seconda parte della Costituzione – nata da un complesso compromesso politico – a pochi anni dall’approvazione.

-Matteo Renzi ha indubbiamente personalizzato la scadenza referendaria, trasformando il referendum in un plebiscito sull’esecutivo. Le dimissioni si danno, non si annunciano: questo, almeno, ci insegna il recente esempio offerto dalla politica d’oltremanica. Annunciando le dimissioni in caso di sconfitta, non crede che il Premier abbia sviato il dibattito politico dai contenuti della riforma e abbia reso il “Sì” o il “No” un voto di fiducia sull’operato del Governo? Soprattutto, non crede che se il Premier avesse voluto, fin dall’inizio, dimettersi in caso di sconfitta, abbia commesso un’imperdonabile leggerezza nell’adottare una legge elettorale per una sola Camera a Costituzione ancora vigente?

Quando Giorgio Napolitano, appena rieletto, trasformò di fatto col suo discorso di insediamento quella in atto in una legislatura costituente, Matteo Renzi era ancora Sindaco di Firenze. Pochi lo ricordano, ma mi pare un dato sostanziale: il Parlamento tutto in quel 2013 si è assunto davanti ai cittadini l’impegno di farsi promotore di una riforma complessiva del sistema istituzionale italiano. Il Governo Renzi ha avuto il merito di dare ulteriore impulso a questo sforzo riformatore, investendo la propria credibilità e autorevolezza in un progetto complesso e rischioso. D’altra parte, però, fa bene il Presidente del Consiglio a ricordare che questo referendum non riguarda il destino di una singola persona, ma quello di un paese e la sua capacità di cambiare e di aprirsi al futuro.