A cura di Andrea Josè Mussino

 

Black out quotidiani, settimana lavorativa di tre giorni per evitare che gli uffici disperdano energia, cibo e medicinali razionati, 73% di popolazione sotto la soglia di povertà, tassi di criminalità tra i più alti del mondo. In una situazione simile, qualsiasi governo vacillerebbe; tanto più in Venezuela, che con le sue risorse naturali, a cominciare dal petrolio, potrebbe essere sulla carta uno dei Paesi più ricchi del mondo. Il 1° settembre passato, l’opposizione è scesa in piazza in lunghissime marce per le strade di Caracas, la capitale, e delle maggiori città del Paese, chiedendo l’indizione del referendum per la destituzione del Presidente di sinistra Nicolàs Maduro, che secondo la Costituzione del 1999 può essere richiesto a metà del mandato presidenziale. Il Maduro, al centro della bufera, risponde lanciando anatemi e minacce verso i rappresentanti politici a lui ostili, accusandoli di essere dei golpisti al soldo dell’ “imperialismo americano” (affermazione quanto mai fantasiosa, dato che gli Stati Uniti si disinteressano politicamente dell’America Latina almeno dalla fine della guerra fredda, eccezion fatta per Cuba, come si sa). Nel frattempo, fa arrestare giornalisti e politici dell’opposizione; Amnesty International ha più volte segnalato la presenza di detenuti politici e di gravi violazioni dei diritti umani nelle carceri. Nel 2014 fece scalpore a livello internazionale l’arresto ed il processo farsa verso Leopoldo Lòpez, principale leader dell’opposizione, condannato a 13 anni e 9 mesi di carcere per “cospirazione”.   

  Curioso personaggio, Nicolàs Maduro. Già la sua nascita crea discordia: secondo alcuni sarebbe nato in Colombia e solo in un secondo momento sarebbe diventato venezuelano per matrimonio, condizione che gli impedirebbe sulla carta di essere Presidente. Dopo aver lavorato come autista nella metropolitana della capitale (dove era conosciuto per essere uno zelante e facinoroso organizzatore di scioperi) diventa sostenitore di Hugo Chavez, iniziando una scalata al potere (Presidente del Parlamento, 2005; Ministro degli Esteri, 2006) che lo porta alla Vicepresidenza nell’ottobre del 2012. Chavez, morente per un tumore, lo designa pubblicamente come suo delfino in un discorso televisivo; Maduro gli succederà dopo la sua morte dopo aver vinto per il rotto della cuffia delle contestatissime elezioni nell’aprile dell’anno seguente. Privo dell’indiscusso carisma del suo predecessore, Maduro ha provato ad imitarne lo stile con risultati grotteschi e ridicoli: i suoi comizi e le sue apparizioni televisive sono tanto interminabili come quelli di Chavez quanto conditi da gaffes ed errori grammaticali che sono diventati virali su Youtube. Ma la sua incapacità nel  ruolo presidenziale si è mostrata soprattutto nella pessima gestione dell’economia, che durante la presidenza di Chavez si reggeva sugli abbondanti proventi del petrolio.

  Maduro rappresenta appieno la crisi del chavismo. Questo movimento politico nacque alla fine degli anni ’90 sotto la guida di Hugo Chavez, ambiguo militare che nel 1992 aveva già provato a salire al potere con un tentativo di colpo di Stato, ed è stato caratterizzato da due aspetti molto peculiari: da una parte una forte ispirazione marxista, sia in campo economico che politico, con un viscerale antiamericanismo, dall’altra un retorico populismo. Chavez riuscì a vincere le elezioni del 1998 perché si presentò come l’uomo nuovo, come l’alternativa ai partiti tradizionali, (COPEI, democristiano, e Acciòn Democratica, socialdemocratico), che nel decennio precedente avevano perso credibilità a causa di scandali di corruzione e di una diffusa rete all’interno dei partiti di clientele e favoritismi; prometteva un nuovo corso nel quale il Venezuela avrebbe ritrovato grandezza e prestigio ed una maggiore giustizia sociale. Dopo quasi vent’anni senza dubbio questo progetto può dichiararsi fallito. La corruzione ed il clientelismo non sono affatto diminuiti, ma anzi hanno trovato nella classe politica chavista dei nuovi ed affamati avventori.  La retorica chavista ha continuamente alimentato un inutile conflitto sociale tra ricchi e poveri, indicando la classe media del Paese come delle sanguisughe che si arricchivano a scapito dei poveri. Le misure economiche non hanno migliorato le condizioni delle classi più deboli. Il più ambizioso ed interessante programma di sviluppo dei barrios (i grandi quartieri popolari), le cosiddette misiones bolivarianas, abbondantemente finanziate con i proventi del petrolio, non hanno portato un cambiamento tangibile nella vita di queste persone ma si sono ridotte a mero assistenzialismo. Il chavismo, elaborato dal suo leader in una teoria politica chiamata in modo pomposo “socialismo del XXI secolo”, ha trovato ampia diffusione in altri Paesi latinoamericani, tanto che il decennio passato è stato definito come il “decennio d’oro della sinistra”. Il modello politico ed economico chavista è stato così esportato in Brasile da Ignacio Lula Da Silva (eletto presidente nel 2002) da Evo Morales in Bolivia (2005), da Rafael Correa in Ecuador (2007), dove si deve dire che, paradossalmente, ha avuto un esito diverso, portando effettivamente ad un maggior sviluppo di questi Paesi ed ad un miglioramento delle condizioni della popolazione. 

  La forzata successione tra Chavez e Maduro, con l’incapacità di quest’ultimo a gestire politicamente queste emergenze, ha solo messo in evidenza i fallimenti che erano già evidenti da anni. La classe politica chavista coltiva l’illusione che ripetendo gli stessi slogan nei comizi si possa ancora mantenere il potere. Ma ormai il distacco tra loro e la gente (compresi i ceti popolari che erano stati la base elettorale di Chavez ormai si sentono traditi) è insanabile, e sfocerà in forme e modi che rendono il futuro del Venezuela quanto mai incerto.