A cura di Marina Albissinni

 

“Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare”. In questo pensiero, si racchiude tutta la personalità del grande artista Dario Fo, scomparso ieri all’età di 90 anni. Artista poliedrico, insignito del Premio Nobel, re del palcoscenico; ha reinventato la satira come commediografo con le sue tante commedie, nonché racconti e romanzi; è stato  pittore, drammaturgo, scenografo, politico e tanto altro; un talento inarrestabile, che per tutta la sua “esageratamente fortunata vita”, come da lui definita, non ha mai smesso di portare avanti i suoi principi, mettendo in scena con il suo sorriso coinvolgente, la sua irriverente visione del mondo moderno, spesso non condivisa dai più.

Era nato il 24 marzo del 1926 a Sangiano, sul Lago Maggiore, un luogo minuscolo da lui soprannominato “Il paese delle meraviglie”. Nel corso della sua infanzia cambia spesso città seguendo i vari trasferimenti del padre, capostazione delle ferrovie.

Inizialmente affascinato dall’architettura, decide di frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Milano e poi il Politecnico, dove conosce i pittori Morlotti, Treccani, Trevisani, Cavaliere.

Gli anni ‘50 segnano la svolta nella sua carriera.  Abbandona l’architettura e si dedica al teatro, proponendosi come attore, con piccoli monologhi, per poi passare a veri e propri spettacoli e varietà. Dedicandosi anche all’attività cinematografica, l’unico suo film è stato “Lo Svitato” di Carlo Lizzani.

Il momento più significativo  della sua vita professionale e personale è segnato dall’incontro con Franca Rame, figlia di teatranti, di cui si innamora follemente e che sarà la sua compagna di vita amorosa e artistica per circa settanta anni, tra battaglie e successi. Lei, donna bellissima, spesso paragonata a Marylin Monroe, dal carattere forte e predominante, è stata la sua grande musa,  primadonna delle sue commedie, presenza costante nei suoi quadri e sua ragione d’ispirazione. Compagna di palcoscenico e di televisione, insieme condussero Canzonissima del 1962, presentando al grande pubblico sketch a sfondo sociale, sul malaffare e le morti bianche; il successo fu enorme, ma purtroppo a quello si accompagnò anche l’indignazione della Rai, che calò il sipario sulla coppia Fo-Rame per circa quindici anni.  Nel 2013 Franca Rame scompare, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Dario Fo, che in tutte le sue interviste la rievocherà, ricordandone la grandezza, con la celebre frase “Con Franca abbiamo vissuto tre volte più degli altri!”.

Il grande artista ha vissuto la sua vita come se fosse una delle sue commedie, in cui all’arte ha sempre affiancato la satira, irridendo il potere e le ipocrisie dei potenti. Tra i suoi tanti successi, “il Mistero Buffo” del 1969, definita una “giullarata popolare”, caratterizzata da più monologhi che descrivono episodi inspirati a vangeli apocrifi e racconti popolari, ponendo l’accento sulla mistificazione degli avvenimenti storici e letterari.  In questa  occasione esordisce con il genere particolare del “grammelot”, in cui fu straordinariamente abile: linguaggio caratterizzato dall’incrocio di dialetti locali, per lo più padani, neologismi e lingue straniere, accompagnate da suoni, gesti e parole che formano un unico insieme semantico inscindibile.

Gli ultimi anni sono stati un susseguirsi di attività, scrittura, poesia, pittura, come se volesse acchiappare con tutte le sue forze il tempo e fermarlo, lavorando fino allo sfinimento.

Con la sua scomparsa, l’Italia perde il più grande giullare della cultura italiana, nella certezza però che la sua simpatia e il suo sorriso lo accompagneranno anche in questo ultimo viaggio.