A cura di Angela Rizzica

Sarà che con il caldo ci vogliono più svestite e con l’arrivo dell’autunno più coperte, o forse no. Due casi all’opposto che evidenziano lo stesso problema: ancora ci sentiamo in obbligo di indicare ad una donna come vestirsi. Per ricapitolare in breve, i social nell’afoso agosto si sono infiammati a causa del “burkini”, la tenuta da mare delle donne musulmane integraliste che le copre quanto e più di una muta da sub; in questo piovoso settembre, invece, gli animi si sono surriscaldati per il succinto abito della bellissima Giulia Salemi, sfoggiato in occasione del Festival di Venezia. In entrambe le occasioni ha fatto da padrona l’ignoranza, mascherata spesso e volentieri da femminismo. Molte donne ma soprattutto molti uomini si sono espressi contrari al “burkini” proprio perché non permetterebbe alle musulmane di rivendicare il proprio corpo, povere vittime di una cultura retrograda che le rende schiave del sesso di appartenenza; poco tempo dopo, quegli stessi uomini non hanno però esitato ad esprimere il loro spirito goliardico e cameratesco sotto alle foto della povera Giulia, proponendole pasti a base di croccantini ed un bel guinzaglio abbinato alla sua mise per portarla “a spasso” mentre l’ occhio delle donne è inorridito davanti alla presunta cellulite della showgirl. Quello che quindi mi chiedo, è quanto il Social sia divenuto un mezzo per polemizzare sterilmente più che per esprimere la propria opinione argomentandola. Si trae quasi un perverso godimento dall’idea di poter attaccare nascosti dietro allo schermo del pc, una nuova forma di voyeurismo mediatico che ci permette di saziare la nostra frustrazione passando, in questo specifico caso, dalla fazione delle troppo vestite alle troppo poco vestite al mutar del vento. Ma ancor più singolare è il fenomeno delle donne che rivendicano la propria autodeterminazione, per poi votarsi allo slut ed al body shaming, inveendo contro una donna dalla indubbia bellezza per delle gambe non proprio perfette. Insomma nel tempo Facebook ha avuto il pregio non solo di far nascere il popolo degli webeti ma anche di fare i funerali alla più debole parvenza di coerenza. Ci si indigna a comando, schiavi del “parlare a casaccio e per frustrazione” travestito da libertà di pensiero. In poche parole, le donne del burkini e la Salemi sono diventate magnifiche martiri del torpore della coscienza critica, cyberbullizzate in nome di subdoli idoli che rispondono al nome di Ipocrisia, Invidia, Sentito Dire e Superbia. Il problema sta nel capire che se una donna, per rispetto al proprio credo, non vuole mettersi in costume, non c’è alcuna violenza: è lei a scegliere. Altrettanto fa la sua scelta una donna che decide di indossare un vestito che lascia poco all’immaginazione in un contesto artistico dove l’esagerazione è di casa. Entrambe le posizioni possono essere oggetto di critica, ma di una critica ben sostenuta e ben pensata dato che qui il femminismo non c’entra assolutamente nulla. Il divieto del burkini in Francia è stato sancito in virtù della sicurezza nazionale, non dell’autodeterminazione femminile; così possiamo criticare quel vestito così azzardo per mancanza di buongusto ma non come onta alle suffragette. Anzi, è proprio l’attenzione che è stata riservata a queste donne ad averle rese oggetti se non addirittura vittime sacrificali del pettegolezzo da parrucchiere. L’importante è che si faccia audience, che si faccia polemica. Polemica, questa, che nasce dal parossismo, dal livore orgiastico di chi diventa ebbro all’idea di poter finalmente esprimere la propria opinione senza che nessuno lo additi come scemo perché tanto qualche “like” lo prendi sempre. Così nasce la cronaca becera che spesso stimola la canalizzazione dell’ attenzione su argomenti di bassa lega per celare temi molto più importanti e più scabrosi, degna erede del vecchio gioco dei tre bicchieri: se rimani concentrato nella ricerca della pallina nascosta, non ti accorgi della mano che ti sfila il portafogli. Ed è sempre la cronaca ad adattarsi al livello del popolo, mai il contrario.

Più che altro però mi tedia un interrogativo: ma per polemizzare inutilmente, è previsto un dress code?