A cura di Andrea Curti-

La bella stagione volge al termine e, come sempre, una malinconica euforia accompagna la ripresa delle quotidiane fatiche. 

A mia memoria, questa che ci lasciamo alle spalle, è stata una delle estati più calde di sempre. 

Non mi riferisco al clima, a dire il vero a tratti quasi indulgente quest’anno. 

Penso piuttosto alle pagine dei giornali, alle notizie, alla dura realtà degli eventi. 

Ciascuno di noi guarda all’estate col sorriso sereno della spensieratezza; sembra che perfino le brutte storie e la fragilità della vita per tre mesi accolgano la tregua del tempo, alzando bandiera bianca. 

Non nascondo di essermi perciò stupito, con la consapevolezza che solo una visione a valle riesce a garantire, nel guardare indietro ai due mesi appena trascorsi con il filtro degli eventi. 

Già, gli eventi. Ma quali? 

Mi sono reso conto che per focalizzare, a mente fredda, quali siano le immagini che effettivamente mi sono rimaste in testa, devo partire dalla cosa più ovvia, più banale: le immagini stesse, le fotografie. 

Viviamo in un tempo in cui veniamo quasi violentati dalla marea indistinta di stimoli visivi che provengono da tutti i canali della comunicazione. Tra tutti, i social network ospitano quotidianamente valanghe di immagini, fotografie, scritte e video a cui la percezione dell’utente si approccia in maniera confusa, verso un appiattimento ed un’apatia che sono il frutto naturale dell’abuso, della sovraesposizione. A lungo andare, non ti accorgi più di ciò che hai davanti, sei schiavo di un’abitudine che ti porta a scorrere freneticamente lo schermo dello smartphone, mentre scivola via, al di là delle maglie larghissime della tua soglia di attenzione, la quasi totalità di ciò che vedi. 

Credo che anche per questa ragione sia diventata prassi comune, a livello giornalistico e mediatico in generale, isolare dall’anonima giungla di fotografie e di immagini quelle che si ritiene siano le più comunicative, eloquentemente ribattezzate foto simbolo

Il piccolo Omran; Renzi, la Merkel e Hollande sulla portaerei Garibaldi a largo di Ventotene; il vigile del fuoco che salva la piccola Giorgia. 

Eccola qui, l’estate appena trascorsa. Ecco le immagini che ho stampate in testa.  

E davvero potrebbe essere un valido strumento di sintesi della realtà, un modo per stimolare e impressionare le coscienze di osservatori poco attenti, se non fosse che il concetto stesso di foto simbolo, dietro un nome che tenta goffamente di riallacciarsi ad una grande tradizione qual è quella del fotogiornalismo, nasconde un inaccettabile tentativo di ingabbiare, di semplificare ma soprattutto di interpretare ciò che non può e non deve essere semplificato, ingabbiato e interpretato, ma solo e più banalmente mostrato, da un obiettivo di un fotogiornalista: la realtà, anche la più dura, la più insopportabile, la più complessa. 

Ricorre proprio a settembre l’anniversario di una delle immagini più drammatiche tra quelle appartenenti, nostro malgrado, all’immaginario collettivo: il corpo del piccolo Aylan riverso su una spiaggia, un bambino curdo siriano di appena tre anni annegato nelle acque turche, ennesima vittima di un’atroce tragedia che si consuma, da anni e senza soluzione di continuità, nel Mediterraneo. I giornali titolarono: “ecco la foto simbolo del dramma dei migranti”, scatenando commozione e rabbia in tutto il mondo, riuscendo a smuovere perfino i cuori degli algidi burocrati di Bruxelles, almeno per la durata di qualche dichiarazione. Ma cosa c’è però realmente oltre la carica emotiva imboccata in una foto scattata per suscitare reazioni e non per raccontare fatti? Cosa viene soffocato dall’attenzione quasi maniacale verso il simbolo? Ci sono gli altri undici migranti morti in quel gommone, tra cui il fratello di Aylan; ci sono le decine di migliaia di bambini curdi scappati da Kobane dopo l’assalto dei Jihadisti, non riconosciuti come rifugiati dalle autorità turche, così come i loro connazionali presenti in Egitto o nei paesi del Golfo, i cui governi si sono dimostrati sordi alle istanze di un popolo che è sul baratro del genocidio. Non c’è posto per quelli come Aylan in Medio Oriente, rimane l’Europa: ecco perché Aylan era partito. Tutto questo, tuttavia, non trova spazio in quello che pretende di essere il simbolo dell’intera questione. Ne viene anzi in qualche modo oscurato, soffocato. Vedremo poi perché il problema sta proprio nell’accettare uno scatto come simbolo prima che questo sia perfino logicamente possibile. 

Andiamo avanti di qualche mese. Agosto 2016.  

Poco dopo ferragosto le prime pagine dei giornali di tutto il mondo ospitano lo scatto di un bambino siriano, Omran, di appena cinque anni, ricoperto di sangue e con lo sguardo fisso nel vuoto, su un’ambulanza in procinto di partire. Ancora una foto simbolo, questa volta del conflitto che sta portando la Siria al collasso. Solito copione: lacrime, proclami, fiumi di inchiostro. Ma ogni parola che verrà pronunciata sarà, di nuovo, nient’altro che l’inutile, prevedibile e prevista spiegazione di ciò che la foto già di per se’ mirava a suscitare. Anche qui il simbolo toglie ossigeno a ciò che c’è dietro, perfino a pochi passi da Omran. 

Omran è uno dei tanti testimoni di una guerra che dura da cinque anni e mezzo, a causa della quale ogni mattina la Siria si sveglia col rumore e la devastazione delle bombe. 

I morti sono almeno 250mila, milioni le persone in fuga. Sul campo di battaglia gli schieramenti sono incerti: sul fronte turco le truppe di Erdogan combattono i jihadisti e i curdo-siriani della fazione antigovernativa in un’inedita comunione d’intenti con la Russia di Putin, disinteressati al fatto che i curdo-siriani stessi siano in prima linea contro lo stato islamico, appoggiati fin troppo debolmente dagli USA. 

Ho trovato illuminante un’intervista realizzata il 20 agosto scorso dal Fatto Quotidiano ad un elmetto bianco dell’unità volontaria di difesa civile centrale di Aleppo. Ha trent’anni, e nonostante faccia parte di un nucleo super partes utilizza l’anonimato. Alla domanda “ti aspettavi tanto clamore attorno al video del bambino?” Abdalrahman risponde con queste parole: “in un certo senso sì, anche se noi di bambini come Omran ne salviamo tanti e altrettanti, purtroppo, restano a terra. Nel video si vede bene che i soccorritori, miei colleghi, tirano fuori dal palazzo caduto altri feriti, compresi un bambino più piccolo e una bambina. La differenza, però, era che Omran stava di fronte agli obiettivi delle telecamere”. Se dipendiamo dalle telecamere per comprendere il dolore, il rischio è quello di lasciare indietro tutti coloro che non ne hanno una davanti.

Ma la retorica dei simboli non racconta solo di guerra. E’ anche e soprattutto politica. 

E’ recentissima l’immagine simbolo, questa volta, della solidità (?) di una leadership europea che affronta compatta i temi della sicurezza, della crescita e dell’immigrazione. Dimenticatevi i vertici infiniti, i frequentissimi ed inutilissimi consigli europei. Questa volta il volto dell’Europa forte ha i connotati di Renzi, Merkel e Hollande immortalati al tramonto, sorridenti e un po’ abbronzati, sul ponte della portaerei Garibaldi, ormeggiata a largo dell’isola di Ventotene, patria di quel manifesto con cui Spinelli, Rossi e Colorni immaginarono, tra il ’41 e il ’44, proprio quell’Europa che i rappresentanti lì presenti hanno saputo costruire e incoraggiare..! Non c’è bisogno, credo, di illustrare le ragioni per cui, ancora una volta, dietro uno scatto che pretende di raccontare tutto, c’è un mondo di altre questioni che vengono prima, durante e dopo. 

Il dubbio, dunque, è cosa aggiunge al racconto degli eventi, ancor prima che arrivi il momento della loro comprensione ed analisi, questo solleticare con sensazionalismo istinti di pietà, orrore, dolore o il consenso dell’opinione pubblica. La risposta è che non aggiunge nulla; anzi toglie, toglie moltissimo. Per definizione il simbolo è il prodotto di un processo di astrazione e di critica che avvengono, col favore della logica, a ragionevole distanza dagli eventi cui si riferisce. Dirò di più: è un prodotto collettivo, una sintesi condivisa. Chi sceglie cosa diventa simbolo, sia pure attraverso una fotografia? Fa pensare, in effetti, quanto poco tempo riescano a rimanere ancorate nella memoria e nella sensibilità di televisioni e giornali, e quindi delle persone, queste effimere icone.

Naturalmente la mia è una posizione personale, dunque criticabile, che spero possa essere uno spunto per riflettere un po’ sulla salute attuale di un certo giornalismo. Non è una condanna pronunciata dall’alto scranno della verità. Provo a spiegare meglio, oltre gli esempi citati.

Diamo per scontato che sui giornali ci finiscano le notizie e non le opere d’arte. Se siamo tutti d’accordo che una notizia è un dato oggettivo della realtà circostante, un’informazione, siamo allora anche d’accordo che la fotonotizia, che è il prodotto del fotogiornalismo, deve riprodurre la realtà quasi fosse un surrogato dell’occhio umano, deve perciò e semplicemente farla vedere, non fornirne già la lettura, significandola e mettendone in risalto luci ed ombre. 

In altre parole, non c’è spazio per imboccare sentimenti e pietismi né soluzioni interpretative, nella fotonotizia. Evento, reazioni emotive e commenti non vivono in contemporanea, sono anzi legati da un rapporto consequenziale dal quale non si può prescindere, secondo un ordine logico che non si deve infrangere.  

La fotografia intesa come forma d’arte, al contrario, è tutta un’altra faccenda: attraverso l’obiettivo, l’occhio dell’artista cattura un frammento di vita, di umanità e di mondo per fornire già, nel momento stesso in cui mette a fuoco, il proprio punto di vista, la propria colorazione valoriale, che a sua volta l’osservatore, consapevole di accostarsi ad un prodotto della creatività di altri, riconoscerà ed accoglierà esattamente nella misura e secondo la linea interpretativa impresse dal fotografo nello scatto. 

Ecco allora l’incomunicabilità tra la foto simbolo e la foto notizia: banalmente la prima non può esser fatta rientrare senza forzature evidenti tra gli strumenti del giornalismo, cui partecipa invece a pieno titolo la seconda. L’arte non racconta le notizie, non informa, ha e deve necessariamente mantenere una funzione diversa. 

“Si parva licet..”, un trattato di anatomia difficilmente utilizzerà la statua di una divinità greca per descrivere il corpo umano, poiché non è nel lucido marmo di un eroe scolpito in posa vittoriosa che si afferra la fragilità dei capillari o la complessità di un muscolo. 

Il successo di questo strumento comunicativo, ad ogni modo, è facilmente comprensibile tenendo conto, come si accennava in premessa, della fase mediatica che stiamo attraversando. Abbiamo bisogno di sintesi e di stimoli per la nostra fragile memoria e per la nostra pigra coscienza che ci aiutino ad isolare qualcosa dal caos che affolla la nostra percezione, anche se questo ha un costo in termini di verità, di completezza e di approfondimento, uniche armi con cui possiamo sperare di difenderci dall’appiattimento e dalla semplificazione, terreno fertile per ignoranza e indifferenza. Sollevare il dubbio su un atteggiamento retorico e dannoso alla ricerca di pietismo, nell’era di quelli che benpensano, sembra disumanizzante. In realtà occorre forse ragionare su quella che sempre più ha i caratteri di una corsa spasmodica al sensazionalismo più impressionante, in cui i vincitori si alternano ad un ritmo frenetico, uno scatto dopo l’altro, in una staffetta inutile e pericolosa. 

Se scegliamo di stare al gioco a ribasso della retorica, tanto vale provare a farlo in modo intelligente.