A cura di Danilo Capitanio-

Mia madre mi raccontava sempre, quando, da piccola, andò con suo zio ad ascoltare un comizio di un giovane politico. Due ore di discorso, tutti entusiasti. Chiese a suo zio perché era entusiasta, il quale rispose a sua volta che il politico era veramente bravo poiché lui, che era contadino, non aveva capito nulla, e ne presagì una grande carriera. Ebbene, quel giovane politico era Ciriaco De Mita, che di strada ne ha fatta. Questo dimostra dei limiti culturali di un contadino del sud degli anni ’60 e della fiducia che egli riponeva nella cultura e nello studio.
Dunque, lo zio in questione, consapevole dei propri limiti culturali, si spezzava la schiena con il duro lavoro dei campi per consentire al figlio di prendere il diploma perché considerava lo studio un’arma potente e di riscatto sociale.
Nel mondo odierno, l’ignorante non si vergogna di avere studiato poco. Al contrario, l’ignorante trasforma la sua ignoranza in orgoglio dell’inferiorità, considerando chi ha studiato un branco di privilegiati, loschi affaristi che vivono alle sue spalle.
Dunque la cultura diventa colpa e l’ignoranza orgoglio. Questa lungimirante ignoranza viene amplificata e drammatizzata dai social network così da procreare conati di vomito della società. E tutto si riflette democraticamente nelle urne, si vota per il capo gregge che promette di destituire quei privilegiati, ovvero coloro che hanno raggiunto attraverso i sacrifici della loro vita e di quella delle generazioni precedenti quel traguardo che gli ignoranti si sono (auto)preclusi.