A cura di Leonardo Cappuccilli

Tre o quattro buoni motivi per non fare naufragare il progetto di Stefano Parisi per il rilancio del centrodestra

 

La scorsa settimana Berlusconi ha preso le distanze da Stefano Parisi, dichiarando pubblicamente che le divergenze tra quest’ultimo e Matteo Salvini non sono compatibili con il ruolo che egli  ha assegnato all’ex candidato al comune di Milano. A partire dall’estate scorsa, infatti, Parisi, all’epoca appoggiato da Berlusconi, ha iniziato a raccogliere energie nuove per il rilancio del centrodestra, e attualmente sta compiendo un tour dell’Italia (il Megawatt) nel tentativo dichiarato di “recuperare i 10 milioni di voti” persi da Forza Italia negli ultimi  anni. Venerdì mattina l’ex a.d. di FASTWEB, forse spiazzato dalle parole del Cavaliere, ha annunciato la nascita del suo movimento, “Energie per l’Italia”, probabilmente destinato ad essere ricordato come l’ennesimo tentativo fallimentare di costruire un polo moderato alternativo a Forza Italia. Ecco cinque ragioni per cui il centrodestra, e forse il Paese intero, non può permettersi di archiviare in questo modo il progetto di Parisi.

La prima ragione consiste nel fatto che gli equilibri su cui poggia attualmente l’alleanza tra Forza Italia,  Lega e Fratelli d’Italia sembrano favorire il Carroccio, e in particolare il suo leader Matteo Salvini, il quale qualche giorno fa, durante una manifestazione tenutasi a Firenze, ha lanciato la propria candidatura a Palazzo Chigi per le prossime elezioni politiche. Per chi ha l’ambizione di immaginare un centrodestra di ispirazione liberale che sia in grado, una volta arrivato al governo, di riportare il Paese sui binari della crescita, Salvini è l’anticristo (politicamente parlando, si intende). Sebbene si sia schierato da tempo a favore di una riforma del fisco che alleggerisca il carico che oggi schiaccia imprese e famiglie, il Segretario federale della Lega pare non essere minimamente intenzionato a riconsiderare le proprie posizioni riguardo all’ Euro, all’Unione Europea e alla chiusura dei confini. Sotto la guida di Salvini, il centrodestra non solo non riuscirebbe ad ottenere la maggioranza in Parlamento, ma perderebbe anche la sua fondamentale componente liberal-popolare. Parisi, che invece rivendica con forza l’appartenenza a quella componente, potrebbe essere la figura adatta a ricompattare le diverse anime dello schieramento.

La seconda ragione è legata alla complicata situazione in cui oggi versa Forza Italia: la sua classe dirigente (ma è un complimento definirla tale) non appare in grado di rinnovarsi per recuperare il rapporto con l’elettorato, è lacerata al suo interno e non mancano, dietro l’apparenza di un’ opposizione ferrata al governo, ambigui ammiccamenti al centrosinistra di Renzi. Il premier è infatti considerato, in molti ambienti forzisti, il naturale successore del Cavaliere.                       Ma Parisi, che in passato ha ricoperto ruoli di responsabilità sia nel settore privato che nella pubblica amministrazione, potrebbe essere un ottimo punto di partenza per il rinnovamento della classe dirigente di un’area moderata che sia davvero alternativa al PD, che in questi ultimi tre anni ha sì realizzato un modesto alleggerimento fiscale (ispirandosi in parte al vecchio programma del centrodestra), ma lo ha finanziato in deficit, lasciando in eredità ai futuri governi l’onere di aumentare nuovamente l’imposizione per far fronte alle spese per gli interessi sull’enorme debito pubblico.

La terza ragione per cui sarebbe un errore stroncare l’iniziativa di Parisi è che il centrodestra, oltre che di una nuova leadership, ha un disperato  bisogno  di proposte e contenuti programmatici credibili, che vadano oltre gli slogan contro gli immigrati, le banche e i non meglio specificati poteri forti. Con questi slogan Salvini può riempire qualche piazza, ma non potrà governare: il paragone con Trump, da lui stesso proposto, è una fallace illusione.  A Forza Italia e i suoi alleati non basterà cavalcare l’onda dei populismi per vincere le elezioni (su quel campo il Movimento Cinque Stelle gioca in casa ed è superfavorito), ma avrà bisogno di idee nuove e di valori rinnovati per poter riconquistare la fiducia (e i voti) di chi oggi si rassegna a votare Renzi, pur di non consegnare il Paese a Grillo, o si astiene, deluso dalla politica e soprattutto da chi in questi anni ne ha animato la scena. Parisi, in queste settimane, sta compiendo un grande sforzo per rimettere al centro del dibattito interno le idee e i programmi, sostenendo di voler fondare su di essi le future alleanze di governo.

Infine, bisogna considerare il fattore temporale. Le elezioni politiche potrebbero essere indette nel giro di un anno – o forse prima, se Renzi perderà il referendum e il Parlamento riuscirà a riformare l’Italicum in poche settimane. In quest’arco di tempo neanche Berlusconi, nonostante la sua influenza, sarebbe in grado di portare a compimento il lavoro iniziato da Parisi. Senza questo sforzo, teso a rinnovare la dirigenza e i programmi, il centrodestra si presenterà alle prossime elezioni già condannato alla disfatta: da un lato, questo potrebbe convincere definitivamente il Cavaliere a cambiare passo, ma dall’altro lato vi è il rischio concreto che il Movimento Cinque Stelle salga al potere. Ecco perchè è nell’interesse del Paese che Parisi porti a termine, con successo, la sua impresa.