A cura di Alessandra Cascone

Scriveva Madison che “Nessuna autorità può essere sottratta al controllo esercitato da altre autorità”, volendo intendere che le democrazie liberali sono protese nella ricerca dell’equilibrio tra forza e controllo, debbono cioè garantire il governo assicurando nel contempo il controllo su di esso. “Ciò non sarebbe necessario se gli uomini fossero angeli”, ma siccome così non è, chi esercita il potere esecutivo deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare ma al tempo stesso deve essere controllato. La scelta di aprire il ragionamento che mi appresto a fare con Madison non è casuale né motivata da scelte stilistiche, piuttosto, seguendo il dibattito che accompagna la riforma costituzionale, mi è sembrato di sentire gli echi del suo ragionamento sui controbilanciamenti istituzionali nel confronto TV tra Renzi e Zagrebelsky. Quando il costituzionalista sosteneva che la resa delle istituzioni non dipende soltanto dalla lettera del testo costituzionale, ma dalla grande quantità di elementi entro i quali le istituzioni sono collocate, intendeva calare la riforma nella logica di funzionamento del sistema di governo, presupposto indispensabile per conferire capacità esplicative alla lettura del testo. Nel contesto televisivo l’argomento non è stato snocciolato, perché la televisione con la sua finalità di accattivare l’attenzione dello spettatore non lascia spazio per l’approfondimento e Renzi, che ne è ben conscio, ha volentieri lasciato che l’argomento cedesse il passo alla sponsorizzazione del taglio di costi e poltrone, di cui ha collaudato le capacità attrattive del pubblico. Sorvolando sulla prima obiezione che mi sento di fare al premier, cioè che non si procede alla riforma della costituzione per ragioni di economicità, ma per migliorarne l’efficacia, il discorso è interessante perché aiuta a comprendere come mai nel dibattito che accompagna la riforma si parli spesso di riforma elettorale, di personalizzazione, di partiti e corpi intermedi. Se si intende discutere di riforme costituzionali non si può prescindere dal riferimento agli assetti istituzionali nel loro complesso, stante il fatto che le istituzioni elettorali e partitiche incanalano la sovranità popolare all’interno dello Stato mentre le istituzioni di governo permettono di trasformare quella sovranità popolare in rappresentanza e decisione. Il sistema di governo italiano è un sistema parlamentare, l’esecutivo si forma all’interno del legislativo e può agire solo attraverso la fiducia di quest’ultimo. Quindi nel nostro ordinamento il controllo sull’esecutivo è esercitato dall’opposizione che lo esercita a partire dal legislativo e la relazione basilare è tra governo ed opposizione, cioè la logica di funzionamento del sistema si basa sul controllo che l’opposizione esercita sull’operato del governo . Orbene quando il professor Zagrebelsky cita la legge elettorale vuole richiamare all’attenzione che l’Italicum, con il suo premio di maggioranza abnorme, rischierebbe di compromettere il controllo che l’opposizione esercita sull’esecutivo. D’altronde la crescita di importanza dell’esecutivo e del suo leader è sotto gli occhi di tutti ed il no del professore vuole esprimere proprio opposizione a quel tipo di cultura che egli definisce oligarchica. Quando allora Renzi gli chiede di citare gli articoli che riformati potenzierebbero la figura del presidente del consiglio, questi deve ammettere che gli articoli non vengono toccati, ma lascia intendere che quel potere maggiorato gli deriverà indirettamente dal ruolo di dominus della maggioranza che, attraverso l’Italicum, avrà in premio 574 seggi. Ancora una volta bisogna prestare attenzione all’intero contesto. Ritornando a quel discorso di tipo culturale che il professore avrebbe voluto intavolare, ma che la semplificazione imposta dai ritmi televisivi non ha reso possibile, la valorizzazione dell’esecutivo e del suo leader non è certamente un vulnus peculiare italiano. Prima di lui Craxi, Blair e Thatcher, hanno impostato la loro strategia su logiche di tipo carismatico e personale, tuttavia quest’ultimi, nonostante la differenza di contenuto delle politiche, hanno rinnovato le identità dei partiti di cui erano espressione e la strategia di governo da loro diretta. Renzi, invece, ha trasformato il Pd in un capo che parla in Tv senza riferimento alla storia civico-politica, senza ancoraggio alla società o ai valori e agli interessi della sinistra. Era dunque conseguenza naturale e non eventuale che in un periodo di stagnazione economica un leader, che non si identifica in un ventaglio di valori condivisi, non riuscisse a godere di un livello di gradimento costantemente alto. Allora il voto diventa liquido e domina lo zapping elettorale. Tutt’oggi, benché abbia ammesso che la personalizzazione è stata un errore, con l’atteggiamento anti Europa strizza l’occhio ad un certo elettorato di destra. E la strategia è ancora una volta discutibile perché, dopo un triennio di governo, non può ricorrere ad argomenti populistici senza sembrare Berlusconi che metteva alla berlina il teatrino della politica dopo 20 anni che ne faceva parte. Ovviamente anche la debolezza del sistema tradizionale di rappresentanza non è un unicum italiano e non è neanche un fenomeno recente. Infatti, mentre nel secondo dopoguerra le democrazie si sono ricostruite tramite i partiti radicati nella società che in virtù di quella rappresentatività hanno esercitato il controllo sul governo, c’è stata a partire dagli anni 80 una frammentazione di gruppi di persone, leghe territoriali, centri di potere economico che hanno faticato a portare il loro interesse nel sistema legislativo, perché tale trasferimento può avvenire solo tramite i partiti. Partiti che, da una parte non sono più stati in grado di rappresentare un elettorato sempre più polverizzato intorno a problemi specifici e che non traduceva più l’appartenenza in una classe sociale in fonte di identificazione partitica, dall’altra sono stati investiti dall’esplosione del sistema della corruzione che ha coinvolto leader di partito, amministratori pubblici ecc. Sprovvisti di un’identità politica precisa, questi hanno contribuito a quella disattenzione e disaffezione dei cittadini verso la politica perché, senza corpi intermedi, questa si è trasformata in uno scontro tra leader e l’elettorato è divenuto spettatore passivo. Orbene in questo clima la riforma costituzionale introduce un’elezione indiretta per il Senato: i senatori non saranno eletti dai cittadini ma dai consigli regionali tra i propri componenti e tra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori. E, mi domando, come faranno ad essere rappresentanti delle istanze territoriali se non hanno un vincolo di mandato (come in Germania)? Chi sarà eletto potrà, infatti, avere delle posizioni che non rispecchiano quelle del territorio d’appartenenza. Circostanza gravissima se si riflette sul fatto che il nuovo Senato vuole essere voce delle autonomie e che tale meccanismo contribuirà ad alimentare quel sentimento di distanza dalle istituzioni che i cittadini soffrono. Infatti trovo che l’idea di partenza sia lodevole, ovvero quella di creare una camera delle autonomie, ma è attuata male nel momento in cui si riduce l’autonomia regionale e stante il fatto che molte materie divise tra competenza statale e regionale divengono di esclusiva titolarità del primo. Dopo anni in cui ci si era ubriacati di federalismo, culminati nella riforma del titolo V adesso si fa marcia indietro con una scelta centrista. Quali sono le ragioni questo cambio di rotta? Il governo sostiene che ci siano esigenze di semplificazione. Sono d’accordo, ma non penso che queste siano soddisfatte dalla riforma Boschi, perché le diverse materie di competenza tra Camera e Senato non sono ben definite, quindi sospetto ci saranno numerosi contenziosi dinanzi alla Consulta per la ripartizione delle competenze. Se si riflette la competenza concorrente che la riforma elimina, non ha funzionato perché nelle materie in cui lo stato doveva porre i principi fondamentali e le regioni dovevano legiferare nel dettaglio, lo Stato si è rifiutato di porre leggi di principio. Ha redatto troppe leggi fatte male che hanno disciplinato nel dettaglio senza porre principi fondamentali (tant’è che la Corte Costituzionale si è trovata costretta ad estrapolarli con un procedimento difficilissimo). Questo mi porta a sollevare un altro tema: il reale problema che investe la legislazione italiana è che esistono troppe leggi e che inseguono interessi particolaristici. Si tratta di un problema di cattiva fattura delle leggi non tanto di bicameralismo e l’art 70 non si occupa di questo problema. Quest’ultimo, anzi, ha moltiplicato i modi di fare leggi. Si passa da uno a più di quattro procedimenti. Non vedo come questa circostanza possa adempiere ad esigenze di semplificazione! Per di più si attribuiscono al Senato competenze legislative che coinvolgono le materie più diverse, spesso estranee agli interessi degli enti territoriali, contribuendo a quell’impressione che non si sia riusciti a dare un ruolo costituzionale alla seconda Camera.
Ritornando a Zagrebelsky, io non penso che Renzi aspiri ad un governo oligarchico, ad un regime dei “signori” per dirla con Aristotele. Penso piuttosto che concorderebbe con Machiavelli per il quale “colui che diventa Principe con l’aiuto dei nobili resta al potere con maggiori difficoltà di colui che lo diventa con l’aiuto del popolo”. Credo ancora che l’utopia di Renzi sia stata quella di credere che destra e sinistra potessero stare insieme in un’unica coalizione, contribuendo ad offuscare le differenze tra gli schieramenti politici e ad acuire le debolezze del sistema tradizionale di rappresentanza a tutto svantaggio della democrazia. Se non sono più l’appartenenza partitica e l’ideologia a determinare le scelte di voto perché i partiti sono in crisi d’identità e le politiche sono uguali (considerato anche che molte sono decise dall’alto Unione Europea e or WTO), i cittadini utilizzeranno come criterio di selezione l’appeal del candidato, le sue abilità retoriche e caratteristiche personali e come tanto velocemente possono farlo salire in alto altrettanto velocemente possono farlo crollare in basso. Lo stesso De Gaulle non si dimise per via della bocciatura referendaria?