Intervista all’on. Roberto Costanzo, eletto deputato europeo alle elezioni europee del 1979, riconfermato nel 1984, per le liste della DC.

A cura di Nicola Pigna-

Onorevole ritiene che le riforme debbano esser fatte dai giuristi o dai politici?
Le riforme, a mio avviso, vanno fatte da politici che siano sufficientemente motivati e competenti, che possano fruire di una adeguata consulenza di giuristi; giuristi, però, consapevoli che la responsabilità di decidere spetta ai politici.
Lei ha visto nascere le regioni partecipando al processo di attuazione. Quali crede che siano le principali criticità di tale ente? Ritiene che la riforma costituzionale che il prossimo 4 dicembre sarà sottoposta a referendum confermativo possa contribuire a superarle?
Le attuali criticità dell’Ente Regione sono state determinate dalla riforma del titolo V della Costituzione approvata nel 2001, riforma che, secondo il Presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone, “è stata un disastro” (intervista al Corriere della Sera del 13/11/2016). Un disastro con la modifica dell’Art.117 della Costituzione con cui è stata introdotta la legislazione regionale concorrente, che spesso è diventata competitiva e contrapposta al potere legislativo dello Stato. La Regione, sebbene l’attuale riforma non apporti una necessaria correzione dell’art.114, c’è da augurarsi che almeno sul piano del potere legislativo e delle funzioni amministrative venga riposizionata in un ruolo di componente dell’impianto istituzionale della Repubblica. Di conseguenza sia tenuta ad operare in un definito perimetro legislativo e amministrativo, nel pieno rispetto del II Comma del nuovo Art.118 della Costituzione (“Le funzioni amministrative sono esercitate in modo da assicurare la semplificazione e la trasparenza dell’azione amministrativa, secondo criteri di efficienza e responsabilità degli amministratori”).
Cosa risponde a chi prevede catastrofiche derive autoritarie nel caso in cui dovesse vincere il Sì al prossimo referendum?
Chi fa previsioni catastrofiche, sia dalla vittoria del Sì che da quella del No, dimostra di non aver letto o non aver compreso il testo della legge sottoposta a referendum. Molti sostenitori del No si mostrano interessati a giudicare il proponente e non la proposta della riforma.
C’è qualcosa della “Riforma Boschi” che non la convince?
Certamente, come in tutte le riforme, c’è sempre più di qualcosa che non convince. In democrazia è pressoché impossibile condividere totalmente una proposta, un programma. I regimi totalitari si fondano su “tutto o niente”. La riforma Boschi non mi convince al cento per cento, ma soltanto in buona parte, soprattutto agli articoli 70 e 117, nel modo in cui sono definite le competenze legislative del Senato e delle Regioni. Se sarà approvata, credo che nei prossimi anni questa riforma avrà bisogno di una revisione.
Un autorevole politico italiano, che ha fatto la storia del paese in anni importanti e strategici, Ciriaco De Mita, ha recentemente avuto un aspro confronto con il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e molti commentatori si sono affrettati a dare la vittoria all’uno o all’altro. Lei lo ha visto? Quali riflessioni le ha suscitato?
Chi è stato un grande giocatore deve capire che prima o poi, anche per lui, arriva il tempo della panchina o della tribuna. De Mita, trent’anni fa si muoveva con tratto decisionista ed aggressivo come fa oggi Renzi; forse non sopporta che Renzi in qualche caso riesca a fare quello che a suo tempo non riuscì a lui. Questa riforma, trent’anni fa, in linea di massima, desiderava farla De Mita.

Cosa crede che sia alla base della crisi del rapporto tra politica e cittadini? E come la politica può rigenerare sé stessa per tornare ad essere autorevole e rappresentativa delle istanze dei cittadini?
La vittoria di Trump e la crescita dei movimenti populisti in Europa rappresentano un campanello d’allarme che forse non viene inteso nei vari establishment tecnocrati, finanziari, politici. Non possono bastare i vari patti ed accordi multinazionali. La democrazia va modernizzata sia nei modi di comunicare che nei tempi di agire, però non va dimenticato che la democrazia è il governo del popolo e non delle élite e degli establishment. Democrazia, non oligarchia, non aristocrazia, non plutocrazia, non tecnocrazia. I sistemi democratici oggi sono chiaramente in difficoltà, ma non sempre le difficoltà segnano l’inizio della fine. Diceva Churchill: “i pessimisti vedono difficoltà in ogni opportunità, gli ottimisti vedono opportunità in ogni difficoltà”. Io sono ottimista alla maniera di Churchill e perciò credo che la vittoria di Trump possa rappresentare un allarme e quindi l’inizio di un cambiamento di rotta nell’Unione Europea.