A cura di Piervincenzo Lapenna-
Caro Papà,

Ho sentito la necessità di scriverti questa lettera aperta poiché -a pochi giorni dal voto del 4 dicembre- voglio spiegarti fino in fondo le ragioni del mio Sì.
Quello della Riforma Costituzionale è un argomento di cui spesso nell’ultimo periodo abbiamo discusso. Ne abbiamo discusso però, consentimi di dirtelo, ipocritamente.
Lo abbiamo fatto, cioè, senza la comune volontà di arrivare ad una sintesi e senza soffermarci fino in fondo sulle ragioni che fanno così profondamente divergere le nostre conclusioni sull’argomento.
Non ti nascondo che non riesco a spiegarmi le motivazioni che si trovano dietro questo comportamento e cosa ci abbia realmente trattenuti. Non so se sia stato il comune desiderio di non urtare le nostre rispettive sensibilità o se sia stato quel tacito accordo che da anni ci consente di vivere in perenne equilibrio senza mai alterarci. Fatto sta che recentemente ho avvertito la profonda esigenza di fare chiarezza e di dirti una volta per tutte come la penso, senza infingimenti o complimenti di sorta.
La mia speranza -non lo nego- sarebbe (un po’ ingenuamente) quella di convincerti. Tuttavia, poiché non sono affatto persuaso di riuscirci, credo più semplicemente di essere mosso dal desiderio di offrirti il mio punto di vista cosicché tu possa fare quello che i padri sanno fare meglio: giudicarlo.
Prima di procedere, però, ti devo una precisazione sul titolo di questa missiva. Perdona la sua formulazione impertinente. Non è infatti mia intenzione quella di spiegarti alcunché. Come si potrebbe, d’altronde, anche solo avere la presunzione di spiegare qualcosa a chi -più di tutti- ci è stato maestro ed insegnante. Questa lettera al contrario vuole essere il mezzo attraverso il quale porti ancora una volta delle domande. Domande alle quali sarai tu, come sempre, a dover rispondere. Se il suo titolo può apparire spocchioso è solo perché prende spunto da quello di un noto libro di Giulio Ambrosini. Libro che, per l’appunto, si intitola “la Costituzione spiegata a mia figlia” ed al quale per questa mia narrazione (più che nel merito) mi sono ispirato nel metodo.
È proprio di Ambrosini infatti l’intuizione di raccontare in modo semplice -e per la precisione nella forma di un dialogo con la propria figlioletta- come la nostra Carta Fondamentale influisca quotidianamente sulla vita di ognuno di noi.
Allo stesso modo farò io. Io che voglio solamente raccontarti quali sono le ragioni che mi hanno convinto a dire di sì. Io che voglio semplicemente parlarti dei cambiamenti che potremo osservare qualora la novella costituzionale sulla quale siamo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre dovesse entrare in vigore.
Innanzi tutto, caro Papà, una delle osservazioni che in passato hai mosso nei miei confronti e che più mi ha colpito è stata quella di porre alla base della distanza che esiste fra il mio “Sì” ed il tuo “No” una ragione eminentemente anagrafica. Pur comprendendo le tue perplessità sulla torma dei “rottamatori” vorrei dirti che se la Costituzione è quel luogo ove viene sugellato il patto per il tramite del quale una generazione di cittadini si da delle regole basilari di convivenza comune, allora è altrettanto vero che il bicameralismo paritario non è né il patto siglato dalla tua generazione, né tantomeno da quella di tuo padre.
Tale sistema, infatti, non è nato nel 1947 assieme alla Costituzione della Repubblica, bensì molto prima e per la precisione centosessantasette (167!) anni fa.
Correva infatti l’anno 1848 ed i redattori dello Statuto Albertino pensarono bene che concedere ai “regnicoli” una Costituzione sarebbe stato un buon modo per evitare che le sommosse che stavano dilaniando l’Europa (che furono tali e tanto sanguinose da entrate per sempre nell’immaginario collettivo -ancora oggi utilizziamo l’espressione “è successo un 48!” per descrivere momenti particolarmente problematici-) si diffondessero anche a Torino. Tuttavia, per compiacere Re Carlo Alberto che non si fidava dei rappresentanti eletti dal popolo e che aveva paura di condividere con loro il potere legislativo, i padri costituenti dell’epoca idearono un sistema nel quale ad una Camera eletta si contrapponeva un Senato di nomina regia. Le due camere avevano dunque stessi compiti e stesse funzioni, questo perché il Senato doveva poter controllare l’operato della Camera dei Deputati ed avere un ruolo operativo nella nomina dell’esecutivo (che doveva pur sempre rimanere il Governo di Sua Maestà).
Ebbene, caro Papà, dicendoti queste cose spero di averti dimostrato perché il bicameralismo paritario (centosessantotto anni dopo) non ha più senso alcuno di esistere. Esso non fu superato nel 1948 dai nostri padri costituenti solo perché le forze politiche di quel momento erano troppo deboli e non ebbero la forza di innovare un sistema che avevano ereditato direttamente dallo Statuto Albertino.
Insomma Papà, già all’epoca di tuo Padre il bicameralismo paritario era un sistema vecchio di un secolo e non adeguato a regolamentare i rapporti fra i poteri propri di una democrazia moderna. Ti prego pertanto di non cadere nell’errore di considerarlo un compromesso valido per la tua generazione, perché esso non lo è. Non lo è per la tua generazione e non lo è per la mia.
Conclusa questa prima parte voglio ora rispondere ad un’altra delle critiche che spesso ti ho sentito muovere a questa proposta di riforma costituzionale. Quella secondo cui, a parer tuo, essa sarebbe scritta male.  Vorrei allora farti notare almeno due cose. La prima è che una bella Costituzione non è necessariamente una buona Costituzione. A tal proposito ti porto il noto esempio della Costituzione di Weimar e cioè di una costituzione che, sebbene redatta in un perfetto tedesco dai più illustri giuristi del suo tempo, non superò però la prova più importante: quella dei fatti (conducendo la Germania del primo dopoguerra direttamente nelle mani dei nazisti). La seconda è che, a mio parere, non ci si deve mai limitare a considerare una Costituzione come un semplice insieme di norme scritte. Una Costituzione infatti, dopo essere entrata in vigore, trova una nuova vita nella cosiddetta Costituzione Materiale, e cioè in tutta quella serie di comportamenti e di abitudini costituzionali che ne animano le parole e che le conferiscono un corpo mobile (che spesso prescinde addirittura dal dettato costituzionale). Mi pare ad esempio impossibile che tu non abbia notato come il meraviglioso testo della Costituzione vigente, a quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore, sia stato nella pratica costantemente mortificato dai comportamenti che lo hanno animato. Mi limito a citare le catene di decreti legge, l’abuso dello strumento della fiducia, le intere leggi finanziarie scritte in un unico articolo, il fatto che il bicameralismo perfetto (da strumento di reciproco controllo qual era) sia divenuto nella pratica un mezzo attraverso il quale attuare un costante compromesso a ribasso.
Tutti questi fenomeni, presi complessivamente, non possono che portarci a concludere che un adeguamento del corpo scritto della nostra Costituzione sia ormai diventato un’esigenza prioritaria. Se è infatti vero che una Costituzione come la nostra piuttosto che di distribuire efficacemente i poteri fra gli organi dello Stato si sia in verità preoccupata di limitare quelli appannaggio del governo, è altrettanto vero che questa legittima scelta politica del costituente -ad un certo punto- ha completamente smesso di essere funzionale. Ad un tale insostenibile demansionamento, infatti, i governi hanno reagito trasformando in strumenti di ordinaria amministrazione quegli strumenti che la Costituzione invece aveva previsto (esclusivamente) per disciplinare la straordinaria amministrazione. Quegli strumenti cioè che riaffermano, in teoria solo in casi eccezionali, la forza dell’esecutivo su quella delle Camere. Il risultato prodotto da questo astruso meccanismo è che noi oggi abbiamo un Parlamento che opera in perenne stato di emergenza, tanto che la distanza che esiste fra la Costituzione così come è scritta e la Costituzione così come viene applicata è divenuta incolmabile.
Tutto questo rappresenta una patologia del sistema e va detto che un intervento di revisione risultava -considerate le premesse- non solo auspicabile ma più che mai necessario. La domanda che dobbiamo porci, allora, è se quello effettuato dal Governo sia l’intervento adeguato per curare la malattia che affligge la nostra Costituzione. Domanda alla quale, tutto sommato, io do una risposta positiva. Più che scritta male, infatti, la riforma risente di un più generale imbruttimento della qualità legislativa e, soprattutto, si presta prevalentemente ad una lettura tecnica. Anch’essa è figlia -d’altronde- del bicameralismo perfetto e della farraginosità del procedimento di revisione costituzionale così come disciplinato dall’articolo 138.
Non penso poi che tu sia uno di quelli che considera realmente esistente il rischio di una deriva autoritaria, ma comunque a tal proposito è utile spiegare che dall’entrata in vigore di questa novella costituzionale il sistema delle garanzie a tutela del cittadino ne uscirà addirittura rafforzato. Concorderai con me, infatti, che il tasso di democraticità di un ordinamento non possa essere misurato esclusivamente guardando al mero numero delle persone che vengono elette dal popolo. L’assunto per cui maggiore è il numero dei rappresentanti maggiore sarebbe la qualità della democrazia si rivela in verità essere un assunto fallace. Anzi, un numero troppo elevato di eletti diminuisce l’influenza che ognuno di essi ha, diluendo di conseguenza la capacità di ogni singolo parlamentare di farsi portatore delle istanze dei suoi elettori.
È questo il caso delle nostre due Camere, che non solo hanno le stesse funzioni, ma che sono anche troppo numerose. Allo stato attuale -te lo ricordo- abbiamo all’incirca 950 Parlamentari eletti(?) dal Popolo. Se, invece, la riforma costituzionale dovesse superare la prova dell’urna il loro numero scenderebbe a 630 unità. Su questo punto non credo ci sia molto da aggiungere.
Un Parlamento più snello, un Parlamento meno numeroso, un Parlamento in cui viene superato il meccanismo della navetta (che in questi anni ha sistematicamente prodotto non un rafforzamento delle garanzie ma un costante peggioramento della qualità delle leggi) non solo è un Parlamento più efficiente ma è anche un Parlamento che aderisce maggiormente alla sua vocazione rappresentativa delle istanze provenienti dal Popolo Sovrano.
Per quanto attiene invece al ruolo del nuovo Senato si deve ribadire a chiare lettere una cosa. Esso non voterà più la fiducia. A parere mio, solo questo basterebbe a mettere a tacere tutte le polemiche che concernono la formulazione dell’art.70.
Una Camera che non vota la fiducia al Governo è una Camera che è stata svuotata delle sue principali funzioni politiche ed è dunque, incontrovertibilmente, una Camera debole. L’equivoco di fondo, a parere mio, è stato quello di mantenerne immutato il nome. Continuare, cioè, a chiamare Senato qualcosa che Senato più non è. Questo errore, tuttavia, ormai è stato commesso ed è così che solo per questo motivo -e cioè per un motivo di nomenclatura- è divenuto scandaloso il fatto che dal cinque dicembre il Popolo non potrà più eleggere direttamente i suoi Senatori. Scandaloso anche se questi ultimi vengono completamente esautorati dalla funzione di rappresentarlo (il Popolo) ed anche se, al contrario, nel nuovo sistema essi siano coerentemente chiamati a rappresentare le sole istanze provenienti dagli Enti Locali (ed a rappresentarle, fra l’altro, nemmeno in tutte le materie ma esclusivamente in quelle -circoscritte e limitate- che impattano su una percentuale estremamente ridotta della produzione legislativa).
Per capirci Papà, il sistema che viene fuori dalla Riforma Costituzionale è chiaramente un sistema di monocameralismo attenuato. Di un Monocameralismo all’interno del quale in primo luogo spicca il ruolo predominante di una Camera forte (e senza ombra di dubbio singolarmente molto più forte di ciascuna delle due Camere ad oggi esistenti) che è la Camera dei Deputati. Al suo interno finalmente -ed a differenza di quanto è accaduto almeno negli ultimi vent’anni- i Rappresentanti eletti dal Popolo avranno una loro reale influenza sulle scelte politiche provenienti dal governo. In secondo luogo, poi, c’è da riconoscere che all’interno di questo nuovo sistema si ritaglierà uno spazio interessante ed originale il nuovo Senato, il quale avrà semplicemente le funzioni di istituzionalizzare (al massimo livello) un sano dialogo fra Centro e Periferia e di temperare in precise materie di particolare rilievo la forza dei due restanti organi costituzionali cui sono delegate funzioni legislative (in primis la Camera dei Deputati, soltanto marginalmente il Governo).
Arrivato a questo punto, caro Papà, credo sia giusto fermarmi. Potrei aggiungere tanti altri particolari al racconto ma sono convinto che si perderebbero in una narrazione che, già così com’è, rischia di essere troppo lunga.
Onestamente, poi, mi sembrerebbe ridicolo svilire questa nostra occasione di confronto iniziando a parlare di mere note di colore, come potrebbero essere la presunta riduzione dei costi, il CNEL, il dibattito (a parer mio assurdo) sulle immunità. Più interessante sarebbe, invece, confrontarsi sul ri-accentramento di alcune competenze che nel 2001 erano state delegate alle Regioni e sul superamento di un criterio (quello della competenza concorrente) che tante grane ha dato ai giudici della Consulta e che, da ultimo, ha portato alla recentissima bocciatura del cuore della Riforma della Pubblica Amministrazione. Confido, però, che anche di questo riusciremo a discutere in una sede diversa.
L’unica cosa che ti chiedo, Papà, è di comprendermi. Di leggere questa lettera senza pregiudizi di sorta. Cogliendone, magari, lo spirito guascone. Perché a scriverla è stato tuo figlio.
Quello stesso ragazzo che, con coraggio e a malincuore, cinque anni fa hai accompagnato al secondo binario della stazione centrale di Potenza sostenuto dalla sola consapevolezza che quella era la cosa giusta da fare per offrirgli la chance di incamminarsi su di un percorso tutto suo.
Quello stesso ragazzo che -cinque anni più tardi- nel fermarsi a scriverti, oltre a ringraziarti per tutto quello che già gli hai dato e che ancora gli darai, ti chiede un nuovo atto di coraggio. Quello di guardare all’Italia di domani non con i tuoi, ma con i suoi occhi. Perché se l’età e la strada intrapresa sono diventate troppo diverse, lo sguardo, quello no che non potrà cambiare mai.
Tuo,
Piervincenzo