A cura di Valerio Forestieri-

Il mio contributo a questo girotondo d’opinioni prende le mosse da uno scambio di battute che c’è stato fra Scalfari e Zagrebelsky sulle colonne di Repubblica. Brevemente ne riporto il contenuto. Scalfari rimprovera a Zagrebelsky – il quale, nel confronto su La7, ha accusato il Premier di propendere per una “svolta oligarchica” – di non aver capito che “l’oligarchia è la sola forma di democrazia”. Secondo il direttore emerito, infatti, ogni regime democratico si risolve in un’élite che, concretamente, detiene il potere, sicché parlare di democrazia in contrapposizione ad oligarchia non ha senso. L’unica forma di democrazia è la democrazia diretta, la quale, però, se non in qualche sbornia grillina, è considerata pacificamente un sistema fallimentare. E se non fallimentare, pericoloso, perché troppo instabile e volubile. E se non pericoloso, inattuabile, quantomeno “per gli Stati la cui popolazione ammonti a milioni di abitanti”. La democrazia, perciò, è impossibile e, quantunque fosse istituzionalmente realizzabile, da non desiderare. La scelta è fra oligarchia e dittatura. E allora – sulla querelle, sia chiaro, aleggia lo spettro della Riforma- ben venga che l’architettura costituzionale sia piegata in senso oligarchico (“Ci vuole appunto un’oligarchia”, dice il Nostro). “La questione – e, cioè, la differenza tra oligarchia e democrazia- non è solo quantitativa”, ha replicato il costituzionalista. Dunque, attaccando l’interlocutore nel vivo della sua cultura politica, nella convinzione di parafrasare Aristotele, sentenzia: “l’oligarchia è un regime dei ricchi, contrapposto alla democrazia, il regime dei poveri: i ricchi, cioè i privilegiati, i potenti, coloro che stanno al vertice della scala sociale contro il popolo minuto.” Nell’idea dell’ex Presidente della Consulta la democrazia altro non è che l’intelaiatura istituzionale che dà forma al conflitto sociale. O meglio: democrazia è quell’assetto normativo che il conflitto lo prevede, lo riconosce, lo favorisce; anzi, che non solo promuove, ma indirizza “verso esiti costruttivi”. Esiti, come risulta evidente, a tutto vantaggio di quel popolo minuto, di cui la democrazia è proprietà privata. Tant’è che Zagrebelsky, in aperta opposizione all’oligarchico Scalfari, nell’affermare che la democrazia è lotta (fra poveri e ricchi, fra padroni cattivi e servi buoni), dice: “non sono certo coloro che stanno nella cerchia dei privilegiati quelli che la conducono (la lotta). Essi, anzi, sono gli antagonisti di quanti della democrazia hanno bisogno, cioè gli antagonisti degli esclusi che reclamano il diritto di contare almeno qualcosa”. C’entra con il referendum? Certo che c’entra, “e molto da vicino”.

Questo il cuore del discorso, che sentivo il dovere di riportare fedelmente. Entrambi, infatti, anziché arrestarsi al dato formale – ovverosia all’estensione dei diritti di partecipazione politica: in democrazia riconosciuti a tutti, nell’oligarchia soltanto a pochi –  spingono la riflessione oltre, caricando i termini di accezioni sostanziali. Zagrebelsky, per di più, lo fa intenzionalmente. Difatti, accantonando il fattore quantitativo, e cioè i problemi del suffragio e della rappresentanza (“la questione non è solo quantitativa”; “i numeri perdono d’importanza”), considerando i diritti politici come un mezzo e non come uno scopo (“democrazia significa lotta per la democrazia”; si legga <<lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale, nella concezione che ne ha Zagrebelsky>>), si ha gioco facile nell’appiccicare l’etichetta di <<democratico>> a ciò che si vuole, nel gridare al tiranno, nel prospettare all’uopo la deriva autoritaria. Interessa perciò analizzare anzitutto la posizione del costituzionalista, demandando ad altra sede la critica del pensiero di Scalfari.

Perché, dunque, in questa recherche dei significati ulteriori, dire che la democrazia è il regime dei poveri, anziché il governo di tutti? Zagrebelsky è persuaso di trovare in Aristotele il piedistallo del suo ragionamento, ma a torto: lo Stagirita infatti, della democrazia, ha un’opinione negativa. Democrazia è il regime dei poveri che governano nell’interesse dei poveri, cioè nell’interesse della classe di appartenenza, trascurando il benessere della collettività. Al pari dell’oligarchia, la democrazia è una forma di governo deviata. E quando Zagrebelsky, credendo di ragionare sulla scorta di Aristotele, per distinguere la democrazia dall’oligarchia, afferma che l’uno è il regime dei ricchi mentre l’altro è il regime dei poveri, sostiene esattamente l’opposto di ciò che vorrebbe intendere: democrazia ed oligarchia finiscono per sovrapporsi, perché entrambe, pur nella differenza dei numeri – “i numeri perdono d’importanza”, dice Zagrebelsky, convinto di seguire il ragionamento aristotelico- e dei patrimoni, perseguono un’utilità di classe, a dispetto dell’interesse generale. La forma di governo massimamente virtuosa, per Aristotele, è perciò la politeia, all’interno della quale convivono, fondendosi, aspetti dell’ordinamento democratico e di quello oligarchico. Dalla democrazia deriva il suffragio per tutti gli uomini liberi, senza differenze di censo; dall’oligarchia l’elettività delle cariche, sicché il potere sia esercitato dai migliori. Paradossalmente Aristotele, chiamato a deporre da Zagrebelsky, testimonia in favore di Scalfari.

Ma c’è di più. Perché l’Aristotele della Politica, così incautamente evocato da Zagrebelsky, giunge a conclusioni opposte a quelle del costituzionalista; a tal punto antitetiche che qualcuno, a parlar male, potrebbe osare che non solo Zagrebelsky ha frainteso gli scritti del Filosofo, ma che pure della democrazia ha capito ben poco. Aristotele, infatti, afferma che la politeia, la democrazia moderata – o, potrebbe dirsi ante litteram, rappresentativa-, lungi dall’essere il regime dei poveri (come la democrazia oclocratica), è il sistema politico del ceto medio. Anziché vivere del conflitto fra indigenti e danarosi, soltanto nell’assenza di conflitto sociale viene ad esistenza. La politeia è la democrazia dei mesoi, è una democrazia borghese. E proprio perché borghese – qui sta la chiave di volta –, scarsamente partecipata. Potrebbe sembrare, a chi sia imbevuto d’una certa retorica del voto di massa, un paradosso: non lo è. Come, infatti, con un’acuta intuizione, rileva Aristotele, il ceto medio non ha alcun interesse a governare; e non ambisce, con particolare struggimento, al governo, per il semplice fatto che esercita già un’attività economica. Mentre il dèmos agogna il potere per ottenere, con la forza della coercizione statale, il riscatto sociale e l’uguaglianza sostanziale, e gli oligarchi l’anelano per mantenere, con la repressione violenta, il privilegio, per il ceto medio è una distrazione dagli spacci. Ecco, dunque, che la democrazia che Zagrebelsky vorrebbe del perenne “controllo”, dell’ininterrotta “contestazione”, della “partecipazione” continua, diviene una democrazia della placida alternanza. Alle garanzie della discussione infinita fra tutti i cittadini per raggiungere una convergenza unanime ed impossibile, è preferito un sistema di rotazione delle cariche, in virtù del quale il potere è delegato ad alcuni soltanto, che lo esercitano per un periodo limitato ma certo. Alla possibilità di destituire in ogni momento i governanti, è anteposto l’interesse alla stabilità del governo, così da consentire lo svolgimento sereno delle relazioni economiche e private. E la preoccupazione, dacché la politica ha perso la sua centralità nella vita della popolazione, dal predisporre limiti e controlimiti che bilancino fra loro i poteri, diviene limitare, in sé, il potere.

Tutto ciò c’entra con costituzione e riforme? Certo che c’entra, e molto da vicino.