A cura di Bruno Tripodi

Cari lettori,

ringrazio anzitutto per l’opportunità che mi è stata concessa di poter condividere alcune riflessioni per iscritto con chi avrà voglia e pazienza di leggerle.

Per dimostrare la mia riconoscenza, provo ad esimere da tale esercizio coloro i quali preordinano le proprie fonti di informazione, anticipando tre elementi che taluni potrebbero considerare dirimenti: non ho votato, avrei votato sì al referendum, non scrivo per convincere ma per condividere.

A chi ha avuto dunque la pazienza, ovvero la libertà di superare i pregiudizi e le precedenti righe, vorrei offrire qualche pensiero personale su quanto ho osservato appunto da “scrutatore non votante”.

Ebbene, tutti quanti nell’ultimo mese abbiamo quantomeno “scrutinato” amicizie, familiari e conoscenze sulla base di un lancio di moneta: il sì o il no al referendum. Parlando di me, per una serie di (s)fortunati eventi non ho partecipato, come sempre più spesso – ahimè – capita, all’esercizio della sovranità che l’articolo 1 della Costituzione mi riconosce.

Premetto, se avesse vinto il sì, non credo sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei potuto appunto esercitarla: chiarimento necessario laddove oggi ho letto ampiamente di “salvataggio della democrazia e della repubblica”.

Tralasciando l’articolo 139, per cui non ho mai ritenuto davvero effettivo il rischio di una deriva autoritaria, perpetrato attraverso lo strumento referendario, del pari non credo che la democrazia ne sarebbe uscita minata da questa consultazione, che in realtà è stata una tornata elettorale.

Mi permetto un breve, e volutamente semplicistico, riassunto delle puntate precedenti: il Parlamento approva una riforma di alcuni articoli della Costituzione senza il raggiungimento del quorum previsto per non regalarci lo scontro politico-mediatico degli ultimi mesi, si fissa una consultazione referendaria a prova di analfabetismo (tasso che era superiore al 13% nel 1946, quando anche noi scoprimmo il fuoco, rectius il suffragio universale, e si badi che col fuoco a volte ci si brucia), consentendo di votare sì o no sull’approvazione di una legge di cui era riportato il titolo, tanto populista quanto onesto.

Non credo si possa infatti negare che la riforma avrebbe nell’ordine comportato: il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei componenti che siedono nel Parlamento, una riduzione dei costi delle Istituzioni, specie con la soppressione della Carneade Nicchia di Estinta Laboriosità (CNEL), e l’ennesima riforma del Titolo V.

A questo punto evito, spero abilmente, non solo di dilungarmi oltremodo, ma di perdere la vostra attenzione: non entro nel merito della riforma e se la stessa perseguisse o meno nel modo migliore gli obiettivi che si prefissava e che ho poc’anzi elencato. Di certo qualcosa cambiava, e questo è teleologicamente il senso di votare sì a una riforma costituzionale.

A parte c’è il piano ideologico, ma come detto non vorrei entrarci, se non limitatamente ad un unico punto, che ritengo necessario affrontare per ricondurre nella stalla le varie bufale al pascolo: in questi mala tempora, la Costituzione è orfana di una valida legge elettorale. Restando la prima così com’è, e considerando la seconda come è attualmente in vigore, penso che la possibilità di scegliere direttamente i nostri rappresentanti ci sia preclusa da tempo, ancor di più di quanto sia legittimo.

Perché a mio avviso, i gestori della cosa pubblica sono sempre stati imposti dall’alto delle logiche di partito e la massa ha da tempo immemore eletto colui che ha ritenuto il male minore tra quelli che gli sono stati offerti.

A parte questa breve digressione che mi auguro non venga tacciata di populismo, giungo alle riflessioni che volevo condividere.

La prima è che votare è bello, sarebbe fantastico farlo sapendo davvero su cosa e perché lo si sta facendo. Questo per me è mancato, non tanto per la disinformazione o la confusione (ognuno è responsabile solo verso se stesso del proprio grado di approfondimento dei temi sociali) che hanno ammantato sin dall’inizio il referendum, quanto perché, per espressa ammissione dei diretti interessati, 33.243.845 cittadini italiani, residenti all’Italia o all’estero, consapevoli o meno, si sono trovati a partecipare ad un televoto.

Non voglio dire che il 65,47% degli aventi diritto abbia votato coscientemente a favore o contro Renzi, ma il mio timore è che questo è il senso che rimarrà del voto del 4 dicembre 2016.

Per scongiurarlo, ricordo anzitutto a me stesso che votare è bello, cambiare la Costituzione ancor di più: facciamolo, perché ne ha bisogno. Non esiste la sacra intangibilità del testo, se non negli altari delle chiese o delle moschee, o altri luoghi di culto, in cui la fede trasmessa ai fedeli va oltre l’autodeterminazione dei popoli.

Noi politicamente possiamo esercitare il libero arbitrio, da soli o in massa, e abbiamo deciso di farlo lasciando tutto com’è, molti purtroppo per “partito” preso. Parlo di chi ha votato secondo pancia e non secondo testa, di chi pensa che eleggiamo o sfiduciamo il governo in sede di referendum costituzionale (in futuro chissà che il quesito non possa essere questo, ma non era questo il giorno), di chi non sa però, di chi nel dubbio allora no, di chi ha come unica idea quella di non avere idea.

Il mio voto, o non voto, vale lo stesso di quello esercitabile dagli altri 50.773.283, né più, né meno. Ma vale! Spero che nelle parole, a volte assurde, che ho letto e sentito in questi mesi vi fosse passione, non frustrazione o gratuita aggressività. Auspico che quando si voterà la prossima volta, l’affluenza resti alta e che non si usi la scusa del non sentirsi rappresentati: in tal caso occupatevi in prima persona della cosa pubblica, come mi piace pensare molti abbiano fatto, anche solo nelle chiacchiere da bar sul sì o sul no, realmente, non dissertando sul fascino della Boschi o l’esame di diritto costituzionale di (scusate ma il fronte anti-Renzi è stato troppo ampio per riassumerlo in qualche nome senza scontentare nessuno, di questo all’ex-premier ne deve essere dato atto).

La seconda e ultima valutazione, dà il titolo a questa lettera che mi ha emozionato scrivere, perché abbiamo assistito ad un moderno volo dell’asino. Lascio a voi di approfondire la storia dietro questa tradizione empolese, vicina alla Firenze di Renzi, che vedeva la commemorazione dell’ingenuità umana e di come l’ingegno possa far leva sulla paura per raggiungere i propri scopi. Il rito propiziatorio peraltro prevedeva il lancio da un campanile di un ciuco con delle ali posticce che finiva la propria corsa schiantato al suolo, ma dal “volo” si potevano trarre, secondo le credenze popolari, i presagi sui raccolti.

Direi che anche qui abbiamo assistito al volo di chi ha lottato tra a(stenuti), si e no; direi altresì che qualcuno si è schiantato, forse anche in maniera più forte di quanto si aspettasse dall’alto del campanile e che alla fine, si sa, tutti gli animali sono uguali, ma alcuni non sono fatti per volare. Non voglio pensare che in questo caso si trattasse di asini, perché dalla caduta ci si può rialzare, ma perseverare nell’errore non è diabolico, è proprio da ciucci. E coloro che riproporranno la prossima riforma, mi auguro di cuore che non lo siano.