A cura di Chiara La Monaca-

Ungheria, Europa centro-orientale: il primo ministro Viktor Orbán è a capo degli oppositori alla politica di apertura della cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo cui l’Europa ha il dovere di accogliere i rifugiati. Egli è stato contrario fin dall’inizio al sistema della redistribuzione tra i Paesi comunitari, arrivando a dichiarare che l’Ungheria non avrà mai immigrati poiché essi mettono in pericolo la sicurezza del Paese e dell’Europa intera. Pesante è stata la sconfitta per il primo ministro, il quale nel referendum del 2 ottobre scorso ha chiesto al popolo magiaro di votare “No” alla quota di rifugiati che è stata assegnata all’Ungheria dal piano di distribuzione previsto dall’UE per la gestione della crisi migratoria dell’ultimo anno. Il quesito del referendum, vincolante per il Parlamento solo se avesse raggiunto il quorum della metà degli aventi diritto più uno, recitava: “Volete che l’Unione Europea imponga l’insediamento forzato di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del Parlamento?” Troppo pochi gli ungheresi che si sono diretti alle urne nella Budapest ingrigita da nubi e pioggia, e nel resto del paese: hanno votato circa il 40 per cento degli aventi diritto e il “No” ha vinto con il 98 per cento dei voti. Ciò vuol dire che il quorum non è stato raggiunto, ma quel 98 per cento si è dimostrato d’accordo con la dura linea anti-migranti di Orbán. Ma alla fine conta più il segnale politico del referendum o la sua non validità, visto il quorum mancato? In realtà, la vittoria del “No” era quasi scontata, perché secondo ogni sondaggio autorevole 9 ungheresi su 10 non vogliono clandestini a casa. Al risultato del referendum si è arrivati con una campagna molto forte contro i rifugiati da parte del governo ungherese: l’argomento a sostegno del “No” è stato quello di non commettere lo stesso errore fatto da altri stati in Europa, sottolineando lo stretto legame tra gli attentanti terroristici e la presenza dei migranti. Secondo Orbán, il sistema di quote «ridisegnerebbe l’identità etnica, culturale, religiosa dell’Europea e nessun organo dell’Unione ha il diritto di farlo». Questa campagna a favore del “No” è stata molto intensa tanto che è stata definita dai giornali internazionali xenofoba e razzista. Televisioni e spazi pubblicitari sono stati inondati di messaggi tipo “Sapete che più di 300 persone sono state uccise negli attacchi terroristici dopo l’inizio della crisi migratoria?” oppure “Sapete che i terroristi degli attentati a Parigi erano immigrati?”.

Con il referendum Orbán sperava di vincere andando oltre il quorum, in modo da rafforzarsi sia in patria che in Europa come leader più coraggioso dei nuovi nazional-conservatori; egli inoltre aveva l’intento di ottenere abbastanza forza politica per i futuri negoziati dell’UE sulle politiche migratorie, avviando così una controrivoluzione al suo interno. Quando Orbán ha deciso lo scorso febbraio di indire il referendum, lo ha fatto in modo da legittimare maggiormente la sua decisione, ma il risultato può essere considerato sia una sua sconfitta che una vittoria: non è riuscito a convincere abbastanza persone ad andare a votare ma, d’altro canto, è stato sostenuto dalla quasi totalità di quelle che invece lo hanno fatto. In un discorso ha affermato che «un referendum valido è sempre meglio di un referendum non valido». La Commissione Europea aveva comunque fatto sapere che un referendum non può modificare la legislazione dell’Unione Europea, e quindi non può modificare gli accordi sulle quote. Quest’ultime inoltre sono volontarie: la Commissione ha solo cercato di aumentare la pressione politica sugli Stati che non hanno voluto aderire, senza grande successo a quanto pare, visto il caso dell’Ungheria che non ha accolto nemmeno un richiedente asilo fra quelli coinvolti dal sistema. Ma il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha fatto qualche apertura all’Ungheria: i paesi che non vogliono accogliere richiedenti asilo potranno aiutare l’Unione in altro modo, fornendo risorse per migliorare il controllo dei confini. Peraltro il sistema delle quote di settembre del 2015 è stato superato dal cosiddetto “accordo 1:1” con la Turchia, prevedendo che per ogni migrante che dalla Grecia viene riportato in Turchia, un paese Europeo debba accogliere legalmente un migrante che si trova in Turchia. Questo accordo finora non ha dato i risultati sperati, e nei mesi a venire la Commissione cercherà di trovare una soluzione modificando il sistema delle quote.

Come possibile conseguenza, Orbán ha parlato di una modifica della costituzione ungherese per vietare di accogliere in Ungheria cittadini stranieri senza l’approvazione del Parlamento; ma la Commissione ha già risposto che l’esito della consultazione non potrà cambiare gli impegni legali dell’Ungheria. Critiche arrivano anche dalle organizzazioni per i diritti umani, per un quesito che criminalizza i migranti accusandoli di essere responsabili di terrorismo. Se anche non fosse, sta di fatto che quando migliaia di migranti in fuga da guerre e fame hanno attraversato la nazione diretti verso i Paesi più ricchi dell’Europa centrale, Budapest ha chiuso con una barriera il confine con la Serbia e la Croazia servendosi di militari e poliziotti, e promuovendo poi una serie di leggi che prevedono il carcere per chi entra illegalmente nella nazione e l’espulsione per chi è intercettato subito dopo l’attraversamento del confine. Ma ai posteri l’ardua sentenza.