A cura di Martina Nunziata

 

Per inclinazione naturale siamo tentati ad abbandonarci ad un’incessante e necessaria ricerca di noi stessi e di tutto ciò che si cela dietro la nube di apparenza che sovrasta la nostra frenetica e globalizzata società. Avidamente ci dedichiamo alla ricerca del nostro “io” nelle caverne della nostra interiorità mettendo a dura prova le pareti che reggono il nostro status quo, sconvolgendo noi stessi per poi imbatterci sempre nello stesso vicolo cieco che ci costringe a retrocedere con frustrazione. Probabilmente la ragione per cui l’addentrarsi in una ricerca senza confini non conduce a nessun tesoro è che non c’è nulla da trovare ma piuttosto c’è qualcosa da costruire. L’identità non dimora negli abissi più profondi della nostra interiorità, ma si costruisce giorno dopo giorno assolvendo ad un compito ciclopico che consiste nell’intrecciare ogni differenza che ci contraddistingue nella grande trama dell’umanità, senza ignorarla o azzerarla ma arricchendola, accettandola attivamente. Fili di spessore non omogeneo e di diversa tonalità di colore saldano questa corda che, solo se tessuti insieme e in eguali proporzioni, conferiscono solidità e resistenza. Ma fino a quanto oggi possiamo dire di essere disposti ad edificare la nostra identità seguendo un processo di identificazione del diverso? Immersi come siamo in una globalizzazione opprimente che non riveste solo l’esteriorità di un mondo presidiato dal “dio denaro” ma si insinua nelle menti tra le concavità dei nostri pensieri, guardiamo al diverso come ad un nemico colpevole per eccellenza di ogni nefandezza.

Tale diffidenza verso la diversità matura in noi una paura irrazionale e incondizionata che si materializza nell’impossibilità di sussumere quella fattispecie dissimile nei compartimenti standard costruiti su misura per noi dalla società.

Bisognerebbe modificare la costituzione rigida della nostra “giungla sociale” e guardare all’incompatibilità di un primo confronto come al fondamento necessario per costruire le mura invalicabili della nostra stessa identità.

Questo si traduce nella risoluzione del concetto di ξένος da “nemico-straniero”ad attributo essenziale che arricchisce la nozione stessa di Io, accorciando le distanze, rendendo i confini quanto più permeabili possibile, anche quando sembra incontestabile avvalorare la tesi sartriana “l’enfer, c’est les autres” (l’ inferno sono gli altri).

 In particolare, Sartre metteva in luce il rapporto di nullificazione che si istaura nel contatto fra le varie coscienze quando ciascuna tenta di imporre con forza i propri significati all’altra. L’esito di questo impatto non genera né vincitori né vinti ma solo una reciproca nullificazione. Ne deriva un emblematico scenario infernale dove la presenza e il contatto con l’altro ci neutralizza. Tuttavia, se apparentemente questa incomunicabilità tra coscienze potrebbe configurarsi come un inno alla misantropia, in realtà il suo significato è molto più profondo e si palesa nella constatazione che esistiamo solo attraverso gli altri o meglio attraverso quella altrui percezione che ci definisce.

Troppo spesso siamo prigionieri del silenzio della nostra individualità che talvolta diventa talmente assordante da spingerci a rifugiarci nel chiasso degli altri.  Da qui nasce una costatazione evidente: se teoricamente viviamo con l’altro in quanto accomunati dallo stesso destino, praticamente invece viviamo per l’altro, per superare il particolare ed il diverso aprendoci all’universale unificazione della razza umana.