A cura di Andrea Franchella

“I governanti non dovrebbero guadagnare altro dai loro governi se non onori”. Così scriveva, nel II secolo a.C.  Catone il censore, il quale da ” homo novus ”  percorse la carriera  politica secondo le regole del cursus honorum. Integerrimo, si scagliò per tutta la vita contro le tendenze ellenistiche ed il malcostume diffusi a Roma e ritenuti “mollezze”. Il Cursus honorum era, sin dall’età repubblicana, quell’iter obbligato che un cittadino doveva percorrere se intendeva perseguire una carriera politica o voleva conquistare fama e  gloria. La scalata alle cariche aveva un ordine ascendente e  una tempistica precisa. L’età del rappresentante garantiva la giusta esperienza per ciascuna carica, che per legge, aveva soglia minima per essere ricoperta ( Lex Villia 180 a.C). Si iniziava fin dall’età di 17 anni come tribuno militare, per passare  attraverso le cariche di questore, pretore fino alle più prestigiose di censore e console dopo i 42 anni. I candidati scelti ancor prima di rivestire cariche importanti venivano cresciuti nel rispetto e nel valore della gloria, dovevano combattere per amore di patria e nessuno osava sconfessare questi valori anche a costo della vita. I principi che contrassegnavano la magistratura erano la temporaneità imposta per impedire di acquisire posizione dominante mediante esercizio prolungato dei poteri e la gratuità. Esiste ancora oggi il cursus honorum? La risposta è no, o perlomeno non è un requisito indispensabile; sono cambiati i criteri che regolano la formazione di un aspirante dirigente o l’andamento di una carriera politica. Mancano canali di formazione e la conseguenza è che la carenza di adeguatezza nella classe dirigente genera rabbia e frustrazione nella società.