A cura di Andrea Curti-

Ecco due esempi di cosa siamo costretti a leggere sui giornali o sui blog negli ultimi tempi. Il primo è un pezzo dell’HuffPost in cui si racconta di un’ormai imminente deriva fascista in un’Europa in cui “emerge con prepotenza la voglia di contrastare con violenza chi non la pensa come noi, dileggiare chi è diverso”, per cui occorre che gli ultimi europeisti si dedichino anima e corpo alle prossime elezioni Francesi, dove si anniderebbe la fine dell’Europa qualora vincesse la demoniaca LePen.

La seconda vicenda è nota. Oltre ai titoli, quello che mi chiedo è se ci si rende conto di quale sia il livello di assurdità e d’incoerenza raggiunto dalla stampa che conta, dai suoi commentatori e intellettuali, dagli artisti e dai protagonisti che vivono sempre, per convenienza più che per virtù, dal lato giusto della barricata.

Emblematico è il raccapricciante -tanto per cambiare- articolo dell’HuffPost. Come si fa a non rendersi conto che i primi a contrastare con violenza chi non la pensa in linea con il modo Faziesco e Gramelliniano di raccontare e concepire il mondo sono proprio coloro i quali additano come fascisti/antidemocratici/populisti/razzisti/farseschi e ridicoli tutti quelli che si discostano da quella odiosa retorica? Come si fa a non capire che i veri nemici della democrazia sono esattamente coloro i quali non esitano a ingaggiare una spietata lotta mediatica diretta a ‘dileggiare’ (Cit.) chi, da Trump alla LePen, raggiunga il potere all’esito di quello che è il momento più identitario della democrazia rappresentativa, cioè un’elezione? Come si fa a non accettare l’ovvietà che più che cercare di chiamare a raccolta, come in una battaglia manichea tra giusti e sbagliati, gli ultimi europeisti (quali poi?) contro la deriva Lepenista bisognerebbe ammettere che se la LePen vince -ammesso e non concesso che sia un male- è perché questi europeisti hanno miseramente fallito lasciando un vuoto che qualcuno, come fisica insegna, deve necessariamente riempire? E così è altrettanto penosa la processione d’inchini al pensiero unico antitrumpista di artisti e cantanti che si rifiuterebbero di esibirsi alla cerimonia d’insediamento di un signore eletto nella più antica democrazia moderna d’Occidente, in coda all’intellighenzia di mezzo mondo che grida alla catastrofe quasi divertita. Salvo poi notare che Bocelli si esibiva nella villa privata di Trump a Miami a suon di quattrini e che gli stilisti che si rifiutano di vestire Melania Trump, dal loro alto scranno di tutori di diritti e libertà (di cui si sono scoperti esperti, d’improvviso, anche i tenori del Volo), si facciano cucire borse e abiti che vendono a migliaia di euro da donne e bambini del Bangladesh a pochi dollari al giorno. Come sempre è tutta questione di marketing e pubblicità: anche il libero mercato fa comodo a giorni alterni.

Tutto questo fotografa perfettamente l’ipocrisia e la fallace retorica degli analisti e dei protagonisti della giostra del buon senso, quello loro e solo quando conviene.

I popoli votano, decidono e, nei sistemi rappresentativi, eleggono. Che lo facciano bene o male non è mai possibile stabilirlo con certezza, men che meno ancor prima di fare i conti con atti di governo: i processi alle intenzioni sono sempre spot debolissimi. Ed è inaccettabile che chi si professa strenuo difensore di questo sistema di governo dei popoli lo appoggi e lo acclami solo quando abbia i colori e i connotati che preferisce. Tanto varrebbe, e sarebbe davvero più dignitoso, auspicare il ritorno di una sana, ottocentesca e aristocratica oligarchia. Metteteci la faccia, e chissà che più d’uno non trovi perfino interessante la provocazione!