Per non dimenticare le popolazioni colpite dai sismi, il cuore vivo dell’Italia.

A cura di Alberto Rando

Cos’è il cuore? Per gli antichi era la sede dell’anima e delle emozioni, per noi moderni è un muscolo che contraendosi permette la circolazione del sangue.

Il nostro Paese, però, vive un piccolo miracolo, poiché ha un cuore che può essere definito sia dalla sensibilità ed innata poesia degli antichi sia dalla scienza del nostro tempo.

Il cuore dell’Italia non solo è sede di una spiritualità unica, ma possiede anche una forza capace di spronare il Paese, irrorandolo di nuova linfa vitale.

Cos’è il cuore dell’Italia? Sono le zone che racchiudono un patrimonio culturale, artistico, spirituale, gastronomico e umano sensazionale.

Sono le zone colpite dal terremoto del 2009 e dai sismi del 2016, ossia l’Abruzzo, l’alto Lazio, la zona del Tronto e Norcia, ora gelate dal rigido inverno.

Non possiamo dimenticarci degli sfollati, dei morti: non possiamo trascurare il nostro cuore, l’Italia che, silenziosa, soffre.

Amatrice spargeva per chilometri il profumo della sua pasta, mentre, senza nulla togliere al mistico Tibet, le montagne abruzzesi emanavano aura misterica davvero unica.

Una magia avvolgeva queste zone, una sacralità che univa il cristianesimo al paganesimo italico, la bellezza della natura alla giovialità degli abitanti, l’anima al muscolo.

La distruzione sembra aver spezzato l’incantesimo.

Nel nostro cuore c’è anche la Cattedrale di Norcia, crollata dopo il terremoto di ottobre.

Tra tanta distruzione viene da chiedersi :“dove è Dio?”

Sì quel dio tanto pregato da San Benedetto, quel dio che pareva così vicino.

Ma nel silenzio delle macerie, possiamo capire l’importanza del coraggio di ricominciare, non abbandonando la Fede, ma mettendola in pratica come insegnava il Santo di Norcia, non solo a pregare, ma ad agire giorno per giorno alla ricerca di pace e giustizia, in Dio e con Dio.

Era la sua regola “ORA ET LABORA”

Non esiste solo fede religiosa, quella propria dei credenti, ma anche fiducia in noi stessi, un coraggio laico, uno slancio titanico proprio di tutti gli uomini.

Un esempio di questo coraggio è Leopardi quando scrisse dialogo tra Plotino e Porfirio: non lasciarsi schiacciare dal dolore, ma pensare agli affetti che ci rimangono.

Ricostruire e ripartire, non sarà facile, ma forse nessuno meglio di Odisseo, per i Romani Ulisse, può definire la nostra situazione, con le semplici parole: ”Cuore mio sopporta!”.

E chi meglio di chi non ha più una casa capisce le parole dell’eroe omerico?