Di Nicola Pigna-

Intervista a Sua Eccellenza Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio della Nuova evangelizzazione ed organizzatore principale del Giubileo della Misericordia.

Eccellenza, orami al termine del Giubileo della Misericordia, qual è l’eredità che lascia questo anno di grazia?

Certamente l’aver posto nel cuore della vita della Chiesa, e dei Cristiani, l’essenza del Cristianesimo, cioè la Misericordia. Non dimentichiamo che si trattava di una dimensione marginale, forse relegata alla spiritualità. Oggi, con grande forza, è tornata al centro della vita della Chiesa ed il Giubileo credo abbia contribuito in maniera determinante. 

Come nella vita del Cristiano la Misericordia può essere ricevuta e donata attraverso atti concreti? 

La Misericordia, come ribadisce sempre Papa Francesco, non è un’idea astratta, non è una parola. Anzi il papa ha forzato il linguaggio facendo diventare il termine un verbo, “misericordiare”, proprio per esprimere questa dimensione: la misericordia è un’azione concreta e si può essere operatori di Misericordia nella misura in cui la si è sperimentata. La grande sfida che ci attende adesso è non soltanto quella di vivere la Misericordia nella vita quotidiana, che significa ovviamente riscoprire le sette opere di Misericordia corporali e le sette opere di misericordia spirituali, ma interpretare con un linguaggio nuovo queste opere nelle molteplici sfide della quotidianità, in particolare di fronte alle tante e diverse povertà che la società moderna sta conoscendo. 

Qual è il segreto dello straordinario carisma di Papa Francesco nella trasmissione della fede?

La grande intuizione del papa è quella di sviluppare la cultura dell’incontro. La fede inizia con un incontro, la fede si è sempre trasmessa mediante un incontro interpersonale. Il carisma del Papa è molto forte e tocca in particolare i giovani. Dovremmo anche chiederci il perché di questo. Papa Francesco guarda negli occhi ciascuno, non si sottrae a nessuno e questo lo fa per ribadire quello che è il punto fondamentale, cioè rafforzare una cultura dell’incontro. 

Nelle aule universitarie abbiamo uno straordinario bisogno di una “nuova evangelizzazione”. In breve, quali sono le strategie per attuarla? 

Mi sembra che il riscoprire l’università della Chiesa, intesa quale istituzione al servizio della maturazione della cultura e della professionalità, sia un’esigenza fondamentale. Oggi, più che in altri tempi, c’è il grande rischio che si arrivi all’università solo per partecipare alle lezioni e viverla in maniera passiva. Io credo che noi abbiamo la grande responsabilità di dire che esiste una comunità universitaria che lo studente può recepire solo nella misura in cui vede che c’è un gruppo docente che vive gomito a gomito con la responsabilità di tramettere cultura e di generare anche cultura. E poi soprattutto mi sembra che c’è il grande compito di restituire all’università quella responsabilità di grande azione formatrice nella riscoperta della dimensione della Verità. Soprattutto davanti alla nuova cultura che si sta stagliando, in maniera molto forte, cioè quella cibernetica e di internet, ciò assume un rilievo singolare. Dobbiamo in particolare interrogarci su quale sia il modo di confrontarsi di questa nuova cultura con l’istanza veritativa. Alla fine, in ogni caso, siamo sempre posti dinanzi alla domanda di senso, ed è proprio questa a dover avere una risposta; questo perché ciascuno di noi è sempre posto innanzi all’istanza veritativa.