Members of the Revolutionary Armed Forces of Colombia (FARC) guerrillas, guard the mountainous region of the department of Cauca, around Montealagre, Colombia, on February 15, 2013 after they released Colombian police officers Victor Alfonso Gonzalez and Cristian Camilo Yate. Leftist Colombian guerrillas on Friday released two police officers they had held for three weeks, the International Committee of the Red Cross said. The men were released in a rural area in Cauca department in southwestern Colombia and were in good health, the ICRC said in a statement. AFP PHOTO / LUIS ROBAYO (Photo credit should read LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

A cura di Andrea Josè Mussino-

 Il 2 ottobre i cittadini colombiani hanno bocciato in un referendum il progetto di accordo di pace tra la Colombia e le FARC, siglato il 24 agosto 2016 dal Presidente Juan Manuel Santos ed il leader dei guerriglieri, Rodrigo Londoño, detto “Timochenko”. Il rifiuto di questo accordo, bocciato con il 50,30% dei voti, il quale avrebbe posto fine a 52 anni di guerra civile tra l’esercito colombiano e le milizie armate delle FARC, ha creato grande frustrazione nell’opinione pubblica mondiale, soprattutto in quei soggetti (il cui ruolo e varietà mostrano il grande laboratorio politico, aldilà delle posizioni, che l’America Latina sta diventando in questa fase storica) che avevano sostenuto l’accordo: Cuba e la Norvegia, che hanno ospitato i negoziati, l’ONU, gli Stati Uniti e la Santa Sede, che hanno appoggiato questo sforzo di riconciliazione. Questo risultato negativo va capito nel contesto delle sofferenze umane e materiali che il conflitto ha causato in tutti questi anni. Sono cifre impressionanti: 8 milioni di sfollati, 200.000 desaparecidos, 267.000 morti (la maggior parte dei quali tra i civili). 

   Le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) nacquero nel 1964 da una costola del Partito Comunista come un movimento di milizie rurali a difesa dei campesinos nelle grandi proprietà terriere. In poco tempo divennero un vero proprio gruppo guerrigliero di ispirazione marxista-leninista, con base nella giungla nella zona meridionale della Colombia, prefiggendosi l’obiettivo di rovesciare il governo costituito e di instaurare un regime comunista. Nel pieno della Guerra Fredda, le FARC ricevettero sostegno dall’Unione Sovietica e da Cuba, arrivando a controllare vaste aree del Paese (circa il 40% del territorio colombiano, instaurando un regime di violenza e vessazioni a danno degli stessi campesinos e delle fasce più deboli della popolazione. Il gruppo raggiunse l’apice del suo potere negli anni ’90, quando poteva contare su più di 20.000 miliziani e su ingenti risorse derivanti dal traffico di droga e dai sequestri.

   Il governo colombiano ha cercato più volte di porre fine all’azione delle FARC, soprattutto da un punto di vista militare, oppure tentando più volte di raggiungere un accordo di pace. Le trattative per l’ultimo tentativo di accordo, iniziate a seguito di un forte ridimensionamento del gruppo di guerriglieri si sono tenute tra il febbraio 2012 e giugno di quest’anno. Il trattato di pace era articolato sostanzialmente in sette punti: fine dei combattimenti tra esercito e guerriglieri, consegna di tutte le armi delle milizie alle Nazioni Unite, reintegro nella società dei miliziani, con sussidi ed aiuti governativi, conversione del gruppo guerrigliero in un partito politico, con la garanzia di almeno 5 seggi nella Camera e al Senato, abbandono completo di attività illegali come il traffico di droga. 

   La firma dell’accordo di pace ha avuto come effetto immediato una tregua tra la due parti, iniziata il 29 agosto. Nelle intenzioni del Presidente Santos, il referendum avrebbe dovuto dare ancora maggiore legittimità all’accordo concluso. Si può dire tuttavia che il voto contrario dei cittadini colombiani non sia stato un voto contro la pace, ma un voto contro le condizioni in cui questa pace era proposta ad un popolo che ha dovuto soffrire tanto per un periodo così lungo. I punti maggiormente contestati dell’accordo sono stati quelli in cui si prevedevano sussidi per il reinserimento nella società degli ex-guerriglieri e la rappresentanza fissa nel Parlamento; a ciò si è aggiunto il timore che le colpe di tutti questi anni di guerra civile non siano mai adeguatamente riconosciute e dimostrate. Il principale leader del fronte del no, l’ex-Presidente Alvaro Uribe ha formulato a riguardo delle proposte, partendo dai punti sui quali si è già raggiunto un accordo: evitare che gli ex guerriglieri condannati o comunque riconosciuti responsabili di crimini possano essere eleggibili in Parlamento; utilizzare le proprietà dei miliziani per risarcire le famiglie delle vittime della guerra; e soprattutto che i responsabili siano giudicati da un Tribunale speciale costituito ad hoc.

 Gli sforzi fatti per raggiungere la pace tuttavia non sono caduti nel vuoto. Subito dopo il risultato del voto il leader delle FARC, Timochenko, ha ribadito la volontà di perseguire la pace. La tregua, che era stata fissata fino al 31 ottobre, è stata prolungata fino al 31 dicembre, per cercare di raggiungere un nuovo accordo. Infine, il Presidente Manuel Santos il 13 ottobre ha annunciato di voler convocare una conferenza con i sostenitori del no al referendum, i famigliari delle vittime ed esponenti della società civile per rivedere i punti più criticati del piano di pace. La speranza è che le proposte del “fronte del no” possano essere accolte, e si possa giungere ad un nuovo accordo in poco tempo, per poter finalmente iniziare una nuova fase della storia della Colombia, si spera determinata da una effettiva libertà di voto dei cittadini.