A cura di Francesca Pedace-

Ormai i modi per lucrare sulla pelle degli animali sono infiniti: c’è chi prende alla lettera tale espressione e lucra effettivamente sulla loro pelle grazie a pellicce, scarpe e borsette e chi più subdolamente li rende oggetto di traffici illeciti per trapiantarli dal loro habitat naturale nella teca di qualche “appassionato”.

Fino a qualche anno fa fece scalpore la notizia di iguana nascoste in valigie, pappagalli chiusi in bottigliette di plastica bucate e persino di una turista che l’anno scorso venne bloccata all’aeroporto di Sidney con un cucciolo di koala nello zaino.

Tartarughe nane, scimmie cappuccino, cardellini e tigri bianche. Sono queste alcune delle specie più richieste. E ancora ragni, serpenti, millepiedi, rettili, anfibi e primati.

Il bracconaggio e il commercio di specie protette non a caso è la quarta attività criminale internazionale dopo il traffico d’armi, di droga e di esseri umani. I dati moderni su tali traffici – secondo quanto riportato dall’OIPA – sono devastanti: un fatturato annuo di circa 100 miliardi di dollari a livello globale di cui una fetta considerevole solo in Italia. Il nostro Paese è, infatti, il leader mondiale dell’importazione di lane sudamericane e uno dei primi acquirenti di pelli di rettile destinate alla produzione di borse artigianali firmate nonché punto di snodo per i traffici aventi come destinazione altri paesi d’Europa.

I pappagalli vengono catturati nelle foreste dell’Amazzonia, fanno tappa negli Stati Uniti prima di arrivare in Europa dove passano per alcuni centri di smistamento come l’Olanda. Le iguana delle farms centroamericane viaggiano invece negli Stati Uniti dove le aspetta una quarantena di soli 3 giorni imbottite di antibiotici.

Il boom degli animali esotici vive anche di un traffico sommerso gestito dalla malavita organizzata. In Italia, nei mercati o in alcune aziende si possono trovare animali importati illegalmente e provvisti di documenti falsi. Perché la vendita sia valida e legale insieme all’animale devono essere consegnati il certificato di provenienza (CITES) e la ricevuta fiscale. Il certificato CITES tuttavia può essere falsificato oppure provenire da un animale morto.

Si trovano poi animali, fra cui le piccole scimmie uistitì, la cui vendita è vietata a causa del virus Ebola. Se trovate dalla finanza finiscono nei centri di recupero per primati o negli zoo d’Europa e, come altri animali esotici sequestrati, non possono tornare nei loro paesi per la mancanza di fondi. Un altro problema è quello delle Trachemis, tartarughe dalla striscia rossa che minacciano quelle autoctone. Nel ’96 il governo italiano ne ha vietato l’importazione ma ne arrivano ancora dall’Olanda che a sua volta le importa dalla Louisiana.

Si tratta di un mercato – secondo Flavia Amabile su La Stampa – in cui la maggior parte degli acquisti avviene su Internet per via della facilità con cui si può entrare in contatto con potenziali commercianti di esemplari rari e alimentato dalla povertà dei paesi d’origine delle specie commerciate. Come riporta l’Huffington Post i trafficanti, approfittando della condizione di povertà degli abitanti locali, li convincono, per pochi soldi, ad imprigionare e consegnare esemplari spesso appartenenti a specie in via di estinzione. I metodi utilizzati per la cattura si rivelano cruenti e prevedono in alcuni casi anche l’uccisione di quegli individui che tentano di difendere i propri cuccioli o gli altri componenti del branco. Dopo la cattura inoltre gli animali vengono ingabbiati per giorni talvolta senza cibo né acqua in attesa del viaggio e a causa dello stress, della denutrizione e dei comportamenti aggressivi dovuti al sovraffollamento delle gabbie, giunge a destinazione soltanto un numero di animali compreso fra il 10 ed il 50% di quelli stivati a bordo di navi ed aerei. Una volta giunti a destinazione gli animali si trovano a dover affrontare condizioni climatiche differenti e, soprattutto, un’alimentazione inadeguata. Lo stress è talmente forte che alcuni animali, prevalentemente nei circhi e negli zoo, si lasciano morire di fame. Sicuramente le specie più delicate sono quelle ittiche. Sono il 10% dei pesci sopravvive al viaggio.

Forme di disciplina in materia esistono ma la loro applicazione è alquanto scarsa. Stiamo parlando in primis della CITES, la convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione del 1975. Il suo scopo e quello di garantire che nessuna specie di fauna o flora selvatiche divenga o sia soggetta ad uno sfruttamento insostenibile a causa del commercio internazionale. La CITES riconosce attualmente vari gradi di protezione a oltre 30.000 specie di animali e piante, siano essi commerciati vivi o morti o come parti (come l’avorio e la pelle) o prodotti derivati (come i medicinali ricavati da animali o piante). Gli Stati membri (noti come “Stati Parte”) della CITES operano insieme regolando il commercio delle specie elencate in una delle tre Appendici della convenzione e sono tenuti ad applicare i provvedimenti della Convenzione nonché ad emanare leggi nazionali che prevedono la confisca di esemplari illegali, delle sanzioni per il commercio illegale e la designazione di Autorità di Gestione e Scientifiche. Ciò significa che tutti gli Stati Parte della CITES condividono lo stesso quadro legale e meccanismi procedurali comuni con i quali regolamentare il commercio internazionale degli esemplari delle specie elencate nelle Appendici CITES. Tali meccanismi procedurali comprendono i requisiti per il commercio con gli Stati che non aderiscono alla CITES.

Le specie possono essere elencate in una delle tre Appendici CITES secondo lo status delle loro popolazioni e secondo l’impatto che il commercio internazionale può avere sulla loro conservazione:

  • l’Appendice I elenca le specie minacciate di estinzione che sono o possono essere influenzate dal commercio internazionale per cui vietato ogni commercio internazionale, sebbene alcuni casi possano essere autorizzati in circostanze eccezionali;
  • l’Appendice II che include specie non necessariamente minacciate di estinzione ma che possono diventarlo se il loro commercio non e severamente disciplinato;
  • l’Appendice III include specie soggette a regolamentazione in un particolare Stato membro e per le quali e necessaria la collaborazione degli altri Stati membri al fine di controllarne il commercio. I Comitati forniscono infatti  la conoscenza di biologi esperti e altri specialisti riguardo le specie di animali e piante che sono (o possono diventare) oggetto dei controlli CITES sul commercio, forniscono supporto tecnico di tipo decisionale relativamente alle specie che sono o potrebbero essere elencate nelle Appendici CITES e consulenza in caso di specie soggette a commercio insostenibile con possibili suggerimenti in merito ad azioni riparatorie (mediante un processo conosciuto come ‘Revisione del Commercio Significativo’).

La CITES e stata adottata in tutta l’Unione Europea mediante regolamenti direttamente applicabili agli Stati membri. Gli attuali regolamenti in vigore sono:

  • 1. Il regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996 relativo alla protezione di specie della flora e fauna selvatiche mediante il controllo del loro commercio;
  • 2. Il regolamento (CE) n. 865/2006 della Commissione del 4 maggio 2006 il quale fornisce dei modelli standard da utilizzare per le licenze, i certificati, le notifiche e le domande per questi documenti cosi come le etichette per gli esemplari a scopo scientifico. Ci sono ulteriori norme e clausole per l’emissione, la validità e l’utilizzo di tali documenti. Questo regolamento si occupa inoltre dei provvedimenti relativi agli animali nati e allevati in cattività, alle piante propagate artificialmente, agli oggetti ad uso personale e domestico nonché alla marcatura ed etichettatura di alcuni esemplari.

La scarsa efficacia della tutela data agli animali vittime di questi traffici non dipende insomma dalla normativa di principio bensì da quella statale di attuazione, cosa comprovata anche dalla scarsa efficacia delle misure adottate a livello mondiale contro il traffico illecito di “parti” di animali esotici quali zanne d’avorio, denti e pelli di grandi mammiferi, scalpi vari.

Un’inchiesta della rivista “Internazionale” ha rilevato che in Africa il traffico illegale d’avorio, che minaccia la sopravvivenza degli elefanti, è geograficamente concentrato ed è controllato da pochi individui. Lo rivela l’analisi del DNA delle zanne sequestrate fatta da Samuel Wasser, professore di biologia all’università di Washington. L’85% delle zanne di elefanti della foresta sequestrate tra il 2006 e il 2014 provenivano infatti da una zona protetta che si estende nel territorio di Camerun, Congo e Gabon, mentre oltre l’85% dell’avorio di elefanti della savana proveniva dall’Africa orientale, soprattutto dalla Tanzania. Le analisi hanno rivelato che tutte le zanne sono poi transitate per Mombasa, in Kenya, vero snodo di questo enorme commercio.

Sono circa 50mila gli elefanti vengono uccisi ogni anno in Africa dai bracconieri, su una popolazione residua di appena 450mila esemplari. Un pericolo talmente grande che la stessa natura sta provvedendo a proteggere questa specie meglio dell’uomo. Di anno in anno infatti la grandezza delle zanne degli elefanti si sta riducendo sempre di più.

Complice di questo giro d’affari è l’interesse di alcuni paesi a tali prodotti. Nel 1989 è stato imposto il divieto internazionale di commerciare avorio. Allora gli elefanti uccisi ogni anno erano 70mila e la metà della popolazione era stata decimata nel decennio precedente, passando da 1,3 milioni a 624mila. Durante il periodo di divieto gli elefanti hanno cominciato a ricostituire la loro popolazione ma quando il bando è stato parzialmente cancellato nel 1997 a causa delle pressioni del Giappone il bracconaggio degli elefanti è immediatamente ripreso. Il fenomeno ha subìto una netta accelerazione dopo che la Convenzione sul commercio internazionale della fauna e della flora ha nuovamente autorizzato, nel 2008, la vendita d’avorio a Giappone e Cina da parte di tre paesi dell’Africa del sud. William Clark, ex membro dell’Interpol che ha combattuto il traffico illegale d’avorio, ha accusato l’Asia di “non mostrare sufficiente volontà politica”. Secondo Clark “l’Asia non si assume abbastanza responsabilità nella gestione del problema, lasciando il fardello interamente sulle spalle degli africani”. La Cina oggi infatti contribuisce per il 70% alla domanda mondiale d’avorio, cosa che ha portato il governo cinese a varare ultimamente un provvedimento di messa al bando di tale materiale con tanto di numerose manifestazioni  (dal grande seguito pubblicitario) in cui pubblicamente gli esponenti politici bruciavano zanne d’elefante sequestrate ai trafficanti. Non resta che vedere quanto a lungo durerà questo ravvedimento e quanti altri paesi si esporranno con soluzioni effettive sul tema.