A cura di Alberto Rando-

16enne si uccide dopo una perquisizione. Aveva 10 grammi di hashish

Mercoledì 15 febbraio 2017 si sono svolti a Lavagna, comune del levante Ligure, i funerali del ragazzo morto suicida a seguito di una perquisizione antidroga da parte della Guardia di Finanza. Commoventi i tanti ragazzi, gli striscioni e le parole del parroco, ma cerchiamo di capire le cause di una morte così prematura che ha destato interesse nazionale.

Il ragazzo aveva 16 anni ed era un difensore centrale dell’Entella, si è ucciso lunedì 13 a mezzogiorno buttandosi giù dal terzo piano del palazzo davanti agli occhi della madre. Il 16enne aveva una decina di grammi di hashish in tasca.

Proprio la madre aveva informato della tossicodipendenza del figlio alle Fiamme Gialle, preoccupata che il ragazzo potesse finire nelle maglie della criminalità organizzata, e vederlo così diventare un delinquente.

 La donna, come il padre del ragazzo, ha anche ringraziato le forze dell’ordine ed ha ribadito che i finanzieri non hanno responsabilità in questa tragedia. Notevole è stato l’appello del padre che spera che questa storia serva ad esempio per tutti, e che i ragazzi d’ora in poi abbiano la forza e la speranza di fidarsi dei genitori, degli amici, degli allenatori per parlare dei loro problemi, evitando di superarli con metodi alternativi. Anche la madre ha insistito sull’importanza del dialogo e del rapporto umano.

 Il ragazzo, infatti, sembrava nella norma, ma pare che avesse dentro di sé un malessere enorme, celato dalla dipendenza. Molti si sono pronunciati per evidenziare l’insensatezza della mancata legalizzazione delle droghe leggere e la necessità di un supporto psicologico verso i minorenni tossicodipendenti più che una perquisizione delle forze dell’ordine. Insomma: il solito Stato proibizionista, bigotto ed insensibile, che punisce qualche grammo di hashish e chiude gli occhi con le tonnellate di cocaina della criminalità organizzata.

 Considerazioni legittime e corrette, ma a mio parere non inquadrano il caso in questione, ed ora spiegherò il perché nelle righe seguenti.

Chi scrive è un ligure, e sa che nelle scuole, negli ambienti sportivi della regione girano “erba”( marijuana) e “fumo” (hashish) e che si teme sempre la “perquisa degli sbirri”, ed essere  così scoperti, etichettati come “fattoni”,eppure vivere col panico fa provare un’evasione dalla realtà, ci si sente rivoluzionari nel piccolo.

I consumatori sono anche studenti in gamba, ragazze e ragazzi sensibili, impossibili da categorizzare, ma forse un malessere, un timore esiste in tutti: il terrore che non si possa essere ciò che vorremo essere, la paura che non ci sia futuro, che nessuno possa capirci, che esistiamo solo noi e i nostri problemi. Forse non è la droga (leggera, pesante, legale, non legale) ma l’incertezza dei giovani liguri il dilemma: pochi, in una regione di vecchi e di tradizione mugugnona (ossia brontolona), con un’economia che va a picco. 

Quindi per me, ligure fuori sede, sono più valide le parole forse scontate ,old fashioned, rotte dal rimorso e dal pianto dei genitori del ragazzo piuttosto che tanti bei concetti libertari, certo validi, ma fuori luogo in una vicenda come questa, dove protagonista è la paura per il futuro non la droga.