A cura di Andrea Franchella-

“Tra tanta gente sentirsi soli,in tanta luce trovarsi al buio, in grande festa essere assenti” .Quante volte capita di sentirci soli in compagnia di amici, in famiglia o con il proprio partner? Una sensazione che deriva dalla difficoltà di instaurare apertura con l’altro, forse per paura che i nostri spazi vengano messi a nudo da richieste che potrebbero dare inizio ad una conoscenza più approfondita, o forse a causa della frenetica quotidianità destiniamo ad altro le energie tralasciando lo sviluppo dei rapporti.  Con vari scambi, con condivisione e comunicazione, sembra strano parlare di isolamento. E’ un paradosso della nostra società. Siamo capaci di stringere relazioni in pochissimo tempo ed in  qualunque parte del mondo eppure possiamo sentirci soli, avvertire quel malessere “democratico” che non risparmia nessun gruppo sociale. Con  la continua ricerca di stimoli e situazioni, con nuovi contatti sociali, sentiamo il bisogno di condividere la nostra vita emotiva con altri che assicurino una vicinanza fisica e psicologica per  appartenere ad un gruppo per sentirsi utili e stimati. E’ la vastità della specie umana. La scelta di vivere in grandi centri una vita urbana moderna ha però tracciato la figura del cosiddetto “ estraneo conosciuto”  come la definisce Stanley Milgram  oppure l’uso eccessivo delle tecnologie alle quali affidiamo il nostro stato d’animo ,i nostri pensieri ,ha favorito l’incapacità di sostenere un autentico rapporto con altri. Come mai a parità di amici alcuni si sentono più soli di altri? Forse sono le aspettative relazionali che ognuno di noi costruisce nel suo immaginario, aspettative che derivano da esperienze personali o familiari, ma che potrebbero essere irrealistiche perché non corrispondono alla situazione del soggetto e spesso nemmeno all’esigenze autentiche  della persona e quindi non consentono di fare effettivi confronti e condividere problemi e timori. E’ necessario un dialogo interiore per riempire un vuoto che la vita crea nelle varie fasi della nostra esistenza,ed occorre stare bene con se stessi prima che con gli altri senza dipendere troppo da conferme affettive e sociali. Spesso siamo ambivalenti, in bilico tra la paura di farsi invadere da ciò che ci circonda e allo stesso tempo allontanarsene. La sensazione di stare insieme a se stessi può sembrare un’incapacità, un disagio relazionale invece il tempo dedicato  a noi ci rende più forti per interagire con gli altri. Dobbiamo promuovere la cultura dell’essere e non dell’apparire per recuperare i valori che contano ,ed esercitare in senso critico la valutazione e la rielaborazione dei messaggi che la società diffonde. Come diceva Giorgio Gaber : la solitudine non è mica una follia,è indispensabile per poter stare bene in compagnia.