A cura di Cecilia Tommasi-

Oggetto di irriducibile sperequazione, i diritti di uomini e donne sono da sempre stati nell’occhio del ciclone di lotte politiche nonché sindacali per l’abbattimento delle “differenze” e la promozione della benemerita parità; indelebili nelle memorie europee le marce delle Suffragette che a suon di megafoni e striscioni hanno sconfitto la ritrosia maschilista dell’Inghilterra dei primi del ‘900 compiendo il più importante passo per l’affermazione della posizione della donna all’interno della società: il diritto all’esercizio dell’elettorato attivo. Il movimento per l’emancipazione femminile ha avuto nel tempo una diffusione virale arrivando fino ai più reconditi antri dell’Occidente e dell’Oriente, persino in quelle nazioni in cui la donna per un’insensata e malsana legge deve stare sempre e comunque alle spalle e in un gradino al di sotto degli uomini, rinunciando prima che a suoi diritti politici, alle essenziali ed universali prerogative di ogni uomo in quanto essere vivente. Sto parlando dell’Iran e delle sue coraggiose attiviste del movimento femminile per la tutela dei diritti della donna, che con il sangue e atrocemente a suon di pietre hanno urlato il loro diritto ad essere scoperte e riconosciute come individui piuttosto che come ombre che strascicano per strada un polveroso velo nero fatto per non vedere e non essere viste.

Purtroppo il tempo non tradisce, e come spesso accade nel nostro mondo di uomini mediocri anche i più nobili ideali si alterano fino a degenerare. E’ così che si è arrivati a coniare termini a mio dire inopportuni ed insensati come “sindaca” o peggio ancora “avvocata”, credendo che l’oscuramento di una presunta misoginia linguistica possa riequilibrare i piatti della bilancia dei diritti, quando in realtà le diseguaglianze le creiamo noi con gli occhi e con le mani, a prescindere dalla lingua che parliamo. 

L’obiettivo di una lotta quasi secolare si è andato lentamente sfumando e la parola femminismo, nata nell’800 come termine identificativo di un preciso movimento di “liberazione” della donna, passando tra le becere bocche di finti attivisti ha assunto un’accezione quasi negativa mutuando il tipico atteggiamento di quei soggetti sempre sul “chivalà” che vedrebbero maschilismo e misoginia pure nei rapporti tra vegetali. E’ così che giornalisti annoiati e privi di fantasia hanno messo in piedi un petulante e martellante attacco mediatico a quel maschilista troglodita di Donald Trump, che non riesce ad apprezzare e difendere la bellezza finnica e dimessa della povera Melania, il cui sguardo a volte pensieroso, e pure addolorato è stato forzatamente interpretato con scontata ovvietà nel riflesso di una sofferenza dell’animo di una first lady più immagine che sostanza. Ma ciò che maggiormente mi sorprende e non nego mi turba, è quella tendenza contraria che accusa di ipocrisia il governo femminista di Stefan Löfven le cui componenti, tutte appartenenti al gentil sesso, hanno deciso di presentarsi al primo ministro iraniano Rohani coprendo il capo con un velo, in segno di rispetto. “E le giovani iraniane che muoiono lapidate per togliere quel maledetto velo, tu me le disprezzi così?”

Beh io penso che sia proprio arrivato il momento di ridefinire i termini della questione. Femminismo è lotta per la parità dei diritti politici, economici e sociali di uomini e donne. Parità significa libertà. Libertà significa avere il diritto di agire entro i limiti della libertà altrui. 

Una mia cara insegnante trattando del tema, una volta mi disse “Ci sarà parità solo quando una donna non farà più scalpore”. Così tratteggiando nuovamente i contorni di quell’obiettivo che tanto le Suffragette con i megafoni in mano quanto le giovani ragazze iraniane hanno tentato  di conseguire, ritengo che si potrà in futuro o già nel presente, parlare sul serio di parità tra uomini e donne, solo quando sia gli uomini che le donne avranno la possibilità di scegliere liberamente cosa fare e come fare, se vestire lo chador, il burqua, o un succinto tubino nero con tacco 12cm, Melania docet. Si potrà parlare di parità solo quando una donna potrà girare per strada senza dover coprire fianchi e seno per non essere adocchiata, si potrà parlare veramente di parità solo quando un uomo e una donna non dovranno nascondersi dietro sé stessi.