A cura di Angela Rizzica

 

Facebook sta alla sottoscritta come i cantieri stanno agli anziani: osservo la piattaforma social con un misto di scientifica curiosità e malinconica indolenza, rinunciando solo alle iconografiche braccia conserte dietro alla schiena perché altrimenti non potrei “scrollare” la Home per aggiornarla. Fatto sta che, già dalla mezzanotte di ieri, ho raccolto così tanto materiale sulla ricorrenza dell’otto marzo da poterci scrivere un nuovo capitolo del “Reda”, il più conosciuto ed usato manuale di psichiatria clinica. 

Partiamo dalle basi: il fatto che l’otto marzo si commemorino delle operaie tragicamente morte in un’industria tessile è più che altro una leggenda metropolitana. Questa data ha alla base delle ragioni politiche che risalgono al VII Congresso della II Internazionale socialista tenutasi a Stoccarda nel 1907; è stata poi convenzionalmente scelta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1977 per celebrare la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. Insomma, dal “chi dice donna dice danno” si è ormai definitivamente passati al meno verosimile “chi dice donna dice pace nel mondo”, neanche fossimo tutte aspiranti Miss Italia.

Non me ne vogliano i miei contatti, ma in questa giornata vorrei bloccarne la maggior parte se non tutti. In un volo randomico, si passa da pessime gif glitterate con frasi fatte sulle donne a video di energumeni mezzi nudi dediti alle occupazioni domestiche; dagli uomini paladini delle donne alle donne che insultano donne che non capiscono il valore della Giornata della Donna, con annesse altre donne che insultano le prime di rimando per aver insultato delle donne. Ecco, proprio stamattina ho letto lo stato di una ragazza che ci invitava a non scambiare questa ricorrenza per la Sagra della Ciotola. Per non parlare del giovane aitante che nel “ciaomondo” Social si cimenta in una profonda analisi socio politica dell’universo femminile, laddove noi femminucce dovremmo riflettere sulle conquiste ottenute ed invece stasera andremo nei locali per ubriacarci e troieggiare, qualsiasi cosa voglia dire questo infinito messo a chiosa della massima. In poche parole, entrambi gli esseri umani campione qui riportati partono dall’assunto della libertà come perno di questa giornata per finire a dire come le donne devono comportarsi, oggi e non solo. Un vero e proprio virtuosismo di coerenza.

Personalmente io oggi non festeggio proprio nulla. Non credo che essere nata col sesso biologico che mi ritrovo possa essere un valido motivo per farmi regalare fiori gialli e puzzolenti o per usufruire di ghiotti sconti per le serate in discoteca, neanche fossimo pacchetti di merluzzo surgelato “due al prezzo di uno”. E no, non credo neanche che io debba essere festeggiata tutti i giorni. Non voglio essere festeggiata perché donna, punto e basta. Voglio il rispetto, ed il rispetto non ha bisogno di stupidi biglietti di auguri. Voglio un salario proporzionato al lavoro che svolgo e non lo otterrò facendomi regalare mimose. Voglio che nessuno, uomo o donna che sia, mi dica cosa devo fare o come devo comportarmi per non umiliare me stessa o per essere degna agli occhi della società. Voglio disporre del mio corpo e della mia libido in libertà, la stessa che viene lasciata agli uomini. Ma soprattutto voglio che il concetto di donna non venga riempito, per un giorno all’anno, di sterili contenuti, frasi fatte, luoghi comuni e buoni propositi che hanno lo stesso valore di una moneta da tre euro e la stessa longevità di una farfalla. Aggiungersi al gregge che oggi osanna le madri e le lavoratrici aumenta l’eco del belato, ma sempre di pecore si tratta, prone al diktat italianissimo della buona creanza. Poi, da domani, si può tornare alla normalità patriarcale di sempre nella quale una donna che non ha figli è inutile, una che gira in minigonna è meretrice e quella di successo un’arrivista. Magari compriamo anche collarini antipulci in dose massiccia che servono sempre. Aveva ragione la ragazza di prima a dire che la giornata di oggi è una Sagra: è la Sagra dell’Ipocrisia Becera.

Sentitevi libere, oggi e per tutta la vita, di comportarvi come meglio credete e di fare ciò che vi rende felici, che sia bere un Mojito in un pub o leggere un buon libro sdraiate sul divano.

Baciate chi volete, fate sesso (mi raccomando, protetto!) con chi più vi piace, cantate e ballate come se non aveste mai ballato o cantato prima.

Siate voi stesse e non potrete mai sbagliare.

Qualora poi vi avanzasse del tempo, comprate un rametto di quel fiore giallo e regalatelo alla prima persona che vi dice come una signorina per bene dovrebbe comportarsi: chi semina odio raccoglie mimosa, non chi semina libertà.