A cura di Andrea Franchella

Per Aristotele l’uomo, per natura, è un animale politico ovvero un animale sociale il cui luogo naturale è la “polis” intesa come una forma di comunità costituita in vista di un bene, l’unica che permette agli uomini di realizzare le proprie potenzialità ed essere felici. Aristotele elaborò le sue teorie  2400 anni fa. Era stata gettata così la pietra miliare di tutte le democrazie e il principio dell’uguaglianza sociale, della politica che non deve perseguire il fine personale ma quello comune. Interessi partitici ed individualistici uniti ad una scarsa efficienza della classe politica e dirigente hanno avuto il sopravvento sulla realizzazione del bene comune. Oggi dalle intese tra interessi pubblici ed interessi privati, su cui si era retto  il vecchio sistema di corruzione, si è passati ad una confusione esplicita e istituzionalizzata, giungendo ad una vanificazione della rappresentanza politica. Ci si aspetta che i governi si facciano carico del benessere dei cittadini, dell’andamento dell’economia, dell’appagamento dell’erogazione dei servizi sociali. Dagli anni ’50 e ’60 le libertà politiche ed il benessere economico erano certezze quasi scontate; non così per le generazioni vissute nel periodo tra le guerre né per le generazioni nate dopo gli anni ’70. Dopo la ricostruzione post bellica, gli anni del boom economico, le lotte studentesche ed operaie per i diritti e dopo un periodo di relativo progresso sociale, con gli anni ’80 si inverte il ciclo economico e si afferma un capitalismo sempre più aggressivo. La Finanza ha creato un’economia virtuale, spostando capitali da un posto ad un altro e guadagnando interessi. L’industria ha lasciato il posto alla speculazione. Ora gli affari non producono cose ma fanno lavorare il denaro. Inizia così la cultura dell’individualismo che, in una guerra di tutti contro tutti, innesca un periodo di regresso culturale. Già nel 1986 un’indagine Eurisko rilevava che l’80% degli italiani ritenesse di avere poca influenza sull’operato dei politici; soffiava un sentimento di disaffezione in una società insoddisfatta ed in un sistema poco vicino ai reali bisogni del cittadino. Da una parte la lontananza dai partiti e la sfiducia verso i suoi rappresentanti, dall’altro la società civile che mostrava segni di vitalità senza profondere impegno politico. Dagli anni ’70 in poi la gestione del finanziamento sociale e politico ha cominciato ad essere fonte di malcontento e il moltiplicarsi degli impegni presi con i cittadini ha portato all’aumento della pressione fiscale. Dilaga sempre più la coscienza che viviamo un declino del senso civico, un crescente distacco dalla classe politica rappresentate, fenomeno questo che si manifesta nei tassi di astensione alle elezioni, nella proliferazione della corruzione, del potenziamento di formazioni qualunquiste o estremiste. Il Parlamento è lo specchio di un popolo non diverso per opportunismo e indifferenza. Il potere globale della finanza, dei media e del terrorismo, beffandosi delle regole del diritto dei governi, ha soppiantato il vero potere della politica anteponendo gli interessi economici a quelli sociali. Il cittadino chiede partecipazione mentre i partiti perdono i contatti con la “base”. Si è consolidata una frattura tra rappresentante e rappresentato, una crisi di autorità della politica, inquinata dalla ricerca di poteri e privilegi senza interesse verso le necessità di tutti ma solo di una parte. In una realtà complessa, in un sistema multifattoriale, la soluzione non è unica né un solo leader riuscirebbe a trovarla; quello che occorre è la creazione di una nuova morale comune, una nuova etica pubblica che possa portarci verso un risanamento economico politico e globale. 

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere.” (A.Gramsci)